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 2010  novembre 28 Domenica calendario

IL SIGNIFICATO DI UNA STROFA DELL’INNO DI MAMELI

Una piccola curiosità: nella parte finale dell’inno italiano non mi è chiaro il significato dei versi: «Il sangue d’Italia e il sangue polacco bevé col Cosacco, ma il cor le bruciò».
Roberto Cannavò
rcannavo49@katamail.com
Caro Cannavò, occorre leggere insieme le due ultime strofe dell’inno: Son giunchi che piegano le spade vendute; già l’aquila d’Austria le penne ha perdute. Il sangue d’Italia e il sangue Polacco bevé col Cosacco, ma il cor le bruciò.
Dopo avere affermato che le spade mercenarie sono soltanto fragili giunchi, Goffredo Mameli annuncia l’inizio del declino dell’impero austriaco e accusa l’Austria di avere aiutato la Russia (il cosacco) a reprimere la rivoluzione polacca.
L’affermazione non è inter a mente esatta. L’inno f u scritto nel 1847, quindi prima dei moti e delle battaglie del 1848. E la Russia non ebbe bisogno di aiuti per riconquistare il controllo della Polonia. La rivolta era scoppiata a Varsavia nell’ottobre del 1830, quando lo zar Nicola aveva preteso usare l’esercito del Regno di Polonia (in realtà una provincia dell’impero zarista) per inviare un corpo di spedizione contro gli insorti di Parigi e di Bruxelles, le due città dove erano scoppiate, in luglio e in agosto, le prime grandi rivoluzioni liberali dell’Ottocento.
Vi sono dunque nelle parole di Mameli una certa dose di retorica e alcune imprecisioni. Ma anche la retorica ele imprecisioni servono a comprendere quale fosse il clima dell’epoca. L’impero d’Austria era una costellazione di nazionalità riunite sotto la corona degli Asburgo. Ne facevano parte, da ovest a est e da sud a nord, gli italiani del Lombardo-Veneto, del Trentino e di Trieste, gli sloveni della Carniola, i croati della Croazia, gli ungheresi della Transilvania e dell’Ungheria, i boemi, i moravi e gli slovacchi di quella che diverrà novant’anni dopo la Cecoslovacchia, e infine i polacchi della Galizia e di Cracovia. Era inevitabile che ogni moto nazionale apparisse all’Austria (e in particolare al suo maggiore uomo di Stato, il principe Metternich) un potenziale attentato all’integrità dell’impero. Ed era naturale che tutti i movimenti nazionali si sentissero uniti da una stessa causa e che ciascuno di essi vedesse nella sorte degli altri un motivo di speranza o di dolore. La rivoluzione polacca del 1830 divenne rapidamente un modello da ammirare e un esempio da seguire. È questa la ragione per cui Giuseppe Mazzini fondò nel 1834, sul modello della Giovine Italia, la Giovine Europa. Ed è questa la ragione per cui tanti patrioti italiani, ungheresi, polacchi corsero là dove si combatteva «per la patria». I campi di battaglia erano diversi ma il nemico comune era l’Austria e in qualche caso la Russia.
Questa fratellanza fra movimenti nazionali fu uno degli argomenti con cui gli eredi di Mazzini e Garibaldi giustificarono il loro interventismo nel 1915 e organizzarono in Campidoglio, nell’ottobre del 1918, un «congresso delle nazionalità oppresse» a cui parteciparono tra gli altri L uigi Alberti ni , Gi ovanni Amendola, Salvatore Barzilai, Luigi Federzoni, Benito Mussolini, Ugo Ojetti, Giuseppe Prezzolini, Gaetano Salvemini: tutti uniti allora contro l’impero austro-ungarico, ma destinati a percorrere negli anni seguenti strade molto diverse.
Sergio Romano