Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2010  novembre 28 Domenica calendario

CLASSE DIRIGENTE E SOCIETA’ CIVILE NEL PAESE DELLA RESTAURAZIONE

Si direbbe sia in corso una grande Restaurazione. Della frammentazione del quadro politico, delle oligarchie di partito, del potere di coalizione di quelli minori. Ma sarà una Restaurazione che non restaurerà nulla perché non c’è nulla da restaurare. Viviamo in un «Antico regime» di vecchie istituzioni. La società è corporativa. Gli Ordini professionali non sono stati ridotti. Eppure, bastava eliminare il valore legale del titolo di studio e non avrebbero più avuto ragion d’essere. Invece, le cattedre universitarie, e le lauree foriere di nuovi Ordini professionali, si sono moltiplicate e, ora, certi politici salgono sui tetti a manifestare contro una riforma che vuole razionalizzare l’Università riducendo il potere dei baroni di creare cattedre utili solo ai propri clienti. Il potere politico esercita solo una funzione di mediazione fra le corporazioni che dilata la spesa pubblica. Non c’è stata la riforma della Giustizia, i cui tempi sono lunghi e le sentenze spesso cervellotiche. I governi di centrosinistra non l’hanno fatta perché sulla magistratura ideologicamente impegnata hanno investito politicamente; quelli di centrodestra l’hanno promessa, ma non l’hanno fatta, sperando in un compromesso sulle vicende giudiziarie del Cavaliere. Il Parlamento sforna troppe leggi; i molti regolamenti della Pubblica amministrazione e degli enti locali rallentano lo sviluppo imprenditoriale e scoraggiano gli investimenti stranieri. Berlusconi contava di conciliare la difesa dei propri interessi con quelli del Paese. Era entrato in politica per salvare l’azienda contro la «gloriosa macchina da guerra» ex comunista, statalista e dirigista, ma anche con la promessa della «rivoluzione liberale». È prevalsa la preoccupazione per gli interessi e la «rivoluzione liberale» è rimasta un’intenzione. Ci voleva un partito con una ben strutturata cultura politica, è un monumento al Capo; ci volevano governi riformisti, sono fautori della spesa pubblica. Ha fatto alcune buone cose, ma non ha modernizzato società civile e Stato. Fini è la destra sociale più l’antiberlusconismo. Sposa il rivendicazionismo sociale meridionalista contro l’economicismo nordista della Lega, legittimando l’assistenzialismo. È per la riduzione della spesa pubblica, ma poi difende l’impiego pubblico, sovradimensionato, che costa. Bossi ha trasformato la Lega in una Dc regionale, compresi certi vizietti; ma ha creato una classe dirigente locale che oggi è nazionale. Ieri, minacciava la secessione del Nord; oggi, va a rimorchio del suo latente separatismo. Vendola è il collettivismo del Pci condito di retorica immaginifica e giovanilistica. È un Pasolini che non scrive poesie. Parla molto, ma dice poco; è impossibile riassumere un suo discorso. In una parte del Paese priva di cultura empirica e facile alle suggestioni retoriche, ha avuto successo; è improbabile lo abbia sul piano nazionale. Bersani è un ex apparatcik del Partito comunista che, da segretario del Pd, oscilla fra l’antica e onesta inclinazione riformatrice e il neointegralismo antiberlusconiano senza decidersi che cosa essere. Sono «arci-italiani», come i loro elettori; che si aspettano dallo Stato le stesse cose chiunque votino. Da noi, un capo di governo come Cameron in Inghilterra — per non parlare della Thatcher e di Blair — che taglia il welfare anche a costo di giocarsi il consenso, un movimento contro spesa e tassazione eccessive, come il Tea Party negli Usa, sono impensabili. Gli anglosassoni credono che ogni uomo sia artefice del proprio destino; si aspettano poco dallo Stato; sono per il governo limitato; si preoccupano della spesa pubblica perché giustifica le tasse. Gli italiani si aspettano che lo Stato si occupi di loro dalla culla alla tomba; lo credono un ente benefico che aumenta la spesa, e persino le tasse, per il loro bene. Non criticano — per non apparire «politicamente scorretti» — chi vuole nuove tasse; reagiscono evadendole. «Se si crea un ostacolo sulla pubblica via, il passaggio è interrotto e la circolazione viene bloccata, i vicini si costituiscono immediatamente in organo deliberante; da quell’assemblea improvvisamente uscirà un potere esecutivo che porrà rimedio al guaio, prima ancora che si sia affacciata alla mente di qualcuno l’idea di un’autorità preesistente a quella costituita dai diretti interessati». Così, Tocqueville descriveva gli Stati Uniti, in La démocratie en Amérique (1835-1840). Diceva che «a un mondo del tutto nuovo occorre una nuova scienza politica». Era rimasto colpito dalla prassi democratica americana, ma della democrazia, come dottrina egualitaria, aveva colto i limiti. Cavour, dopo un breve incontro, aveva annotato che, più di un teorico della democrazia, gli era parso un legittimista preoccupato delle sue conseguenze. Il mondo è cambiato. Ma non è nata, da noi, una «nuova scienza politica». Paghiamo la degenerazione di istituzioni che hanno troppo esteso il principio democratico di eguaglianza a scapito di quelli liberali di libertà e responsabilità. Abbiamo la società civile, lo Stato e la classe politica che ci meritiamo.
Piero Ostellino