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 2010  novembre 28 Domenica calendario

L’INFANZIA DI MARA PRIMA DELLA METAMORFOSI

Per tentare di conoscere meglio la preistoria politica della ministra Mara Carfagna - salita da qualche anno agli onori di un’ambigua e rumorosa narrazione mitologica piccolo-borghese - non bisogna fermarsi a Salerno, unanimemente conosciuto come suo punto geografico di partenza, ché nel suo caso il Cristo della fortuna e del miracolo non si è fermato a Eboli, ma si è inoltrato fino nelle chiuse lande della Lucania: fino, cioè, nel cuore di un piccolo paese che si chiama Moliterno, e che è famoso, per i cultori dei segreti e dei vanti territoriali, per almeno tre motivi: per produrvi, ivi, l’assai rinomato formaggio Canestrato; per esservi nato lo storico enciclopedico basilicatese Giacomo Racioppi; e, infine, per aver dato i natali a uno scrittore e politico di primo piano dell’Ottocento, ovvero Ferdinando Petruccelli della Gattina, quello, per intenderci, del Sorbetto della Regina.
La bella Mara Carfagna, a Moliterno, ha trascorso sei anni della sua vita: dal 1975, anno della sua nascita, fino al 1981, anno del suo ritorno a Salerno: piccolo esodo meridionale guidato dal padre-preside Salvatore Carfagna, docente di italiano e storia, e ancora ricordato da tutti, in paese, come professore di «superiore cultura». La figlia del preside, invece, almeno a dare credito alle rivelazioni della cugina Lorena Castronuovo, a quattro anni sapeva già leggere e scrivere - inoltre, specifica, «qui in paese lo sapevano tutti, e il confronto con gli altri bambini era inevitabile». Mara, a Moliterno, fu perciò un’apparizione folgorante e deprimente, un po’ come l’angelo rimbaudiano di “Teorema” di Pasolini, perché mentre tutti trascorrevano un po’pigramente i pomeriggi tra scorribande dialettali, cartoni animati e fumetti, lei imparava a suonare il pianoforte, ché non solo la sua mamma, la moliternese Angela Bianculli, ma anche la sua nonna, erano assai eccelse pianiste - e, s’intende, gente di un certo livello sociale, mica straccioni.
Comunque fu proprio a Moliterno che Salvatore Carfagna conobbe Angela Bianculli, e fu proprio qui che Mara Carfagna trascorse le sue estati adolescenziali da fortunata ragazza di città, non solo bella d’una bellezza che in paese veniva guardata con segreta invidia, ma anche colta d’una cultura che non poteva passare inosservata in un paese in cui Salerno o Napoli erano ancora viste come eldoradi irraggiungibili (era fidanzata, si vocifera, con Luca De Sio, non proprio quel che si dice un povero “figlio del popolo”).
Mentre la bella Mara Carfagna, a Salerno, prendeva il massimo dei voti al liceo, faceva il Conservatorio e studiava danza classica - smentendo il mito del sapere che sempre si accoppia avidamente con la bruttezza -, a Moliterno i suoi coetanei s’intruppavano nelle Fiat 127 con la coda di volpe attaccata allo specchietto retrovisore, oppure si nauseavano all’alba sugli autobus blu che li portavano ai professionali di Lauria, di Lagonegro o della Val d’Agri. Poi, quando l’estate la bella Mara scendeva in paese - quando le ferie piccolo-borghesi nella dolce era democristiana duravano ancora tre mesi -, non c’era verso di coglierla in fallo, ché era la perfezione in persona: bella, colta, fervente praticante cattolica, ritirata, studiosa, di buone maniere e, con la famiglia, in amorevole accordo. Tutto l’opposto di certe “milanesi”, figlie di lucani emigrati a Milano, che quando scendevano in paese stavano “in mezzo alla via” fino a tardi, e facevano le cretine, le sguaiate e “le facili” con i maschietti del posto, che intanto scoprivano con infinita vergogna le prime riviste pornografiche a colori tipo “Turbo”.
Oggi la Carfagna a Moliterno non ci scende quasi più, e qualcuno, in piazza, si lamenta che nei suoi discorsi pubblici il paese non venga mai menzionato, neanche per errore (solo in un comizio a Sala Consilina ha timidamente accennato al suo loco natio).
Il fratello della bella ministra, che si chiama Gianrocco Carfagna, in paese invece ancora lo si vede di frequente, e dicono che sia bellissimo, ancor più bello della sorella, e pare faccia il medico, e quindi anche lui, beato lui, è sublime conferma d’una fortuna naturale d’ineguagliabile benignità (dicono che la famiglia Carfagna possegga ancora case e terreni nel piccolo paese lucano). Comunque a Moliterno tutti ancora si ricordano di Michele Bianculli, nonno di Mara, un «grande personaggio», ci dice un cronista locale, «che portava spesso la nipote a bordo della sua Lambretta» (fu in occasione della sua morte che Angela Bianculli fece il suo ultimo ritorno in paese); altri ricordano la bella Mara in estasi nella biblioteca del Racioppi, ricca di quindicimila libri storici, giuridici e letterari, ma il mito non ci dice quante ore vi trascorresse a leggere quei sacri tomi.
Eppure è a Salerno che la bella Mara si accresce in beltate e in sapientia, tanto che il mito piccolo-borghese che l’avvolge c’informa che la ragazza studiava anche la domenica, magari mentre i suoi coetanei andavano a ballare nelle intossicate discoteche di Battipaglia e di Pontecagnano, o a farsi di cioccolato libanese di scadente fattura sui frangiflutti del bellissimo lungomare. Fu lì, in quella fase della sua vita, che la bella Mara comprese che i giovani comunisti - con la rabbia e la trasandatezza dell’odio di classe - erano brutti e antipatici, e che avrebbero messo in serio pericolo i capisaldi piccolo-borghesi in cui era cresciuta, ovvero bellezza, misura, ordine, pulizia, perbenismo, moralità, preghiera, cultura classica, educazione, rispetto per la famiglia, buone maniere e salotti ben arredati. Fino all’adesione ideale, sin da giovanissima, al Movimento sociale italiano, ma non alle sue tante varianti scamiciate e deliranti, tipo stragismo, poundismo, evolismo, sindacalismo rivoluzionario, superomismo ultrà, mussolinismo eccetera, ma aderendo, appunto, alla sua linea piccolo-borghese, incarnata nelle fattezze salottiere di una donna Assunta, più intenta a saper dare ordini alle serve e alle cameriere della casa, che non a spingere l’uomo e lo Stato fino alle estreme soglie delle proprie intrinseche possibilità.
Cosa poi spinga, nella più recente storia, la bella Mara ad affidarsi alla solenne guida di Davide Mengacci, di Giancarlo Magalli e di Michele Guardì, questo non ci è dato sapere; e forse c’è qualcosa, in tutta questa piccola storia italiana, in quest’ambigua epopea piccolo-borghese, che ci sfugge, un anello che non tiene, un meccanismo che s’inceppa. Ma, si sa, il sonno del perbenismo genera danze dionisiache. Di cui poi ci si vergogna, chissà perché, come ladri.