Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2010  novembre 14 Domenica calendario

VENICE

(Louisiana) — È già sera quando le barche approdano e i pescatori scaricano sulla banchina del porto, uno dopo l’altro, grossi tonni luccicanti che sembrano ancora vivi. Dopo averli pesati (ce ne sono anche di 80/90 chili), li adagiano su un bancone di legno dove un uomo provvede immediatamente a filettarli: rituale pacificamente cruento, che osservo dal bancone della locanda «Venice», cui hanno affibbiato lo stesso nome di questa graziosa città lagunare sparsa sulla punta estrema della Louisiana, nel Golfo del Messico.
(reportage fotografico di Luigi Baldelli) Addio coste dorate «Mare nero» così un cartello a Venice ribattezza il Golfo del Messico

Non diversamente da quanto avvenuto in Ecuador — dove l’ingordo sfruttamento dei giacimenti di petrolio da parte della Texano ha avuto conseguenze gravissime sulla zona industriale della Selva amazzonica, subito definita «la più inquinata del mondo» —, l’esplosione, lo scorso 20 aprile, della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, situata a 70 chilometri da Venice, ha trasformato il Golfo in un immenso pantano dove ogni giorno vengono travasati, secondo gli esperti, dai 12 ai 19 mila barili di greggio: circa 205 milioni di galloni di oro nero.

Prima del 20 aprile, la costa del Golfo era un paradiso terrestre: oltre ai tonni, gamberi e ostriche in abbondanza dal mare, spiagge affollate di turisti in ogni stagione, un buon tenore di vita garantito dall’attività dei pescherecci e dall’industria alberghiera. Garanzia fino ad allora assicurata anche dal Deepwater Horizon (divenuto poi popolare con il nome di Macondo, in omaggio a Garcia Marquez e ai suoi «Cent’anni di solitudine»), uno spilungone di cemento acciaio alto più di 5.500 metri, di cui 4000 — le fondamenta — inabissati sotto il letto del mare. Il costo iniziale per la realizzazione del mastodontico progetto, di cui è responsabile la British Petroleum, era di 560 milioni di dollari.

A oltre 6 mesi dal pauroso incidente che costò la vita a 11 dei 126 tecnici e operai impegnati quella notte sulla piattaforma, un dirigente del reparto ricerche della Greenpeace, Kert Davies, ha versato un po’ d’acqua sulle incoraggianti dichiarazioni della BP e del Governo avvertendo le comunità locali che «l’impatto del petrolio non è finito» e che «il ritorno alla normalità non sarà imminente».

Ancora oggi, passeggiando lungo la striscia di terra fra il Mississippi e la distesa di paludi che degrada verso il mare, tornano in mente le parole del Presidente Barack Obama che in giugno definì l’esplosione del Deepwater Horizon «il peggior disastro ambientale mai affrontato dall’America». Certo più grave e «di quattro volte superiore», per danni, a quello che colpì l’Alaska nel 1989, quando la petroliera Exxon Valdez, sfasciandosi sulla scogliera, vomitò il suo letale contenuto — undici milioni di crudo — nella baia di Prince Williams.

Per questa gente che vive «nell’acqua e per l’acqua», le conseguenze sul piano economico sono state devastanti. In crisi il mercato dei gamberi e delle ostriche: per queste ultime, soprattutto, che videro dimezzato il proprio raccolto, che si aggirava sulle 113 mila tonnellate all’anno. Ma anche per i primi il futuro non è roseo: «Pure la nostra industria è sul punto di estinguersi», ammette a malincuore Acy Cooper, il più pessimista pescatore di gamberi che calza sempre stivali bianchi, tirando in secco la barca. E non sorprende che sia di umor nero anche Ryan Lambert, facoltoso commerciante della Costa, in allarme per il proprio «business» (un giro di affari di un milione e 300 mila dollari l’anno), minacciato dalle continue cancellazioni degli alberghi e dal calo dei prezzi.

Inoltre non diversamente da quanto avvenne cinque anni fa quando l’uragano Katrina sconvolse e flagellò l’intera Costa del Golfo, il disastro del Deepwater Horizon ha provocato tra la gente del luogo uno stato di ansietà e depressione, non di rado sfociate in vere e proprie malattie mentali. A sostegno del programma sanitario e degli interventi immediati per arginare il malessere nella regione, la British Petroleum (definita cinicamente in un recente libro sull’esplosione del Macondo «l’industria più ricca e più potente del mondo, che ha sempre vissuto secondo le proprie regole e il resto vada pure all’inferno») ha stanziato 52 milioni di dollari.

Certo, mette addosso una gran pena vedere i gommoni che ogni giorno sguazzano in mezzo agli acquitrini per raccogliere in sacchetti di plastica non il pesce ma, a quintali, la sabbia nera delle paludi. Perché da mesi le reti pendono inerti e tutti i pescatori di Venice e dintorni sono ora impegnati nella «big clean-up operation», le operazioni di grande pulizia della Costa per rimetterla a nuovo, calda e smagliante come un tempo. È sempre la BP che paga i salari degli «ex-fishermen» divenuti per necessità manovali e braccianti, anche se devono sempre confrontarsi col mare.

Luogo della loro battaglia quotidiana sono le «wetlands» sull’estuario del Mississippi, oltre 12.000 miglia quadrate di terre paludose, ritenute uno dei più felici ecosistemi del Nord America e popolate da pellicani, triglie, aironi e da tanti altri assordanti stormi di uccelli migratori. È qui che ogni mattina di buon’ora, lo zainetto della colazione in spalla, arriva puntuale Bernard Picone, 42 anni, arruolato nell’esercito anonimo degli spazzini, mestiere ingrato per uno che, nato in palude, ha fatto per oltre vent’anni il pescatore di ostriche e granchi. Il contratto con la BP gli consente comunque di sbarcare il lunario insieme alla sua famiglia. «Ma scordatevi di pensare — dice col sorriso furbo del marinaio — che per me la pesca sia diventata un hobby».

Che si tratti di una situazione di emergenza lo si avverte appena metti piede a Venice dove nessuna stanza è disponibile nei tre alberghi del centro e per rimediare un posto in cui dormire occorre raggiungere la periferia, indicata laggiù in fondo dalle ciminiere di un impianto petrolchimico dove c’è un motel più grigio del cielo e del mare messi insieme. Cammin facendo, si incontra gente e si raccolgono testimonianze non dissimili, nel tono e nella sostanza, da quelle ascoltate nella locanda di Venice. Una sequela di geremiadi.

«Dovevate essere qui negli anni Cinquanta e Sessanta — racconta Bill Butler, un pescatore-imprenditore, proprietario di barche e pescherecci ai migliori equipaggi del Golfo o anche negli anni successivi alla guerra fredda fra l’Urss e gli Stati Uniti. Arrivavano turisti da tutte le parti del mondo, dal Canada, dal Giappone, dall’Europa, dall’Africa. Un gran miscuglio di idiomi e di valuta straniera. Dopo l’incidente del Macondo, più niente. Il 2009 doveva essere una grande annata per il pesce e nessuno mi toglie dalla testa che è stata tutta una gran manovra, una campagna denigratoria montata dai giornali e dalle Tv, che hanno esagerato sulle dimensioni dell’inquinamento e suonato i campanelli d’allarme suggerendo che ostriche e gamberi e tante altre rarità di pesci e molluschi erano stati inesorabilmente intossicati. Non dobbiamo farci illusioni. Come è avvenuto per il Katrina, ci vorranno almeno 3 o 4 anni per tornare alla normalità».

Nella sua requisitoria Bill è incoraggiato da una signora di mezza età, Barbara Scopelitis, che è di casa a Venice e piomba sul molo come un’aquila per dire la sua sull’inquinamento: «Avvelenato il pesce? — esordisce tracciando nell’aria, con le dita, un punto interrogativo —. Ma che stronzate sono? Beh, io stasera mi faccio una bella scorpacciata di tonno bevendoci sopra mezzo litro (o anche quello è avvelenato?) e poi mi sdraio su quell’amaca e aspetto stoicamente la morte». Un coro d’applausi, risate e tintinnio di bicchieri conclude la sceneggiata.

Tibon Miceli, che ha l’aria più innocua del mondo anche se lo chiamano Jack lo squartatore perché tocca a lui «pulire» i tonni, è nato e vissuto a Venice anche se ha sangue italiano (come il cognome suggerisce) nelle vene. Racconta di una trisavola, Teresa Palmisano, che arrivò piccina piccina su questa sponda dopo un lungo viaggio per mare cominciato a Ustica, Sicilia. «Ho 45 anni — dice — e faccio il barcaiolo da quindici. Porto fuori i turisti sulla barca e gli insegno a pescare. Un tempo facevo anche 15 o 20 escursioni al mese. Oggi mi ritengo fortunato se riesco a farne una».

Deluso anche Chris Wilson, uno dei fishermen del Golfo che intona il De Profundis per tutte quelle centinaia di migliaia di gamberetti sepolti sotto una crosta di catrame negli abissi marini: e a cui il reverendo Jesse Morris, pastore evangelico diventato, contrariamente a San Pietro, pescatore di pesci anziché di anime, tenta invano di portare conforto, evocando il tempo in cui il buon Dio aveva trasferito su questa Costa, da Venice a Veracruz, il paradiso terrestre.

Di tutt’altra lega è la campana di Dean Branchard, 51 anni, che sulla Grand-Isle — un centinaio di chilometri ad ovest di Venice — è il «padrone» di tutto: delle barche, dei battelli, dei supermercati, del mercato del pesce e, infine (ma senza affatto cucirgli addosso l’immagine del sovrano dispotico, che non è), della laboriosa comunità che vi lavora.

«La British Petroleum — si sfoga — ha ammazzato il mio business. Ho lavorato 28 anni per creare questo impero commerciale, prima avevo mille lavoratori, ora solo ottocento. Cosa avverrà ora dopo il disastro del 20 aprile? Il mio timore è che succeda quanto avvenne in Alaska dopo l’incidente della Exxon Valdez, quando il petrolio si sparse in mare per tre anni e ci si chiedeva quale sarebbe stato il futuro del Golfo del Messico. La BP ha comprato i media dagli Stati Uniti , così come ha speso soldi per sostenere Obama nella campagna elettorale, ha comprato le guardie costiere, così come ha comprato la stampa che non ha dato alcun risalto allo Oil Spill del Macondo, come nulla fosse accaduto. Sono stato sempre orgoglioso di essere americano, ma adesso la cosa mi mette in imbarazzo. I miei bisnonni arrivarono qui dalla Sicilia. Lo scorso 25 aprile — il giorno dopo il disastro della piattaforma — ho festeggiato il trentesimo anniversario delle nozze».

Ha l’aria di un boss alla buona Branchard. La sua abitazione è una casa a due piani, che sarebbe fuori luogo definire villa, a un tiro di schioppo dal porto, dove trascorre l’intera giornata: una mezz’oretta per il pranzo, che consuma nel pub locale insieme ai suoi capo-reparti. Ma non sembra affatto soddisfatto di come vanno gli affari: «Un tempo — ammette — il mercato dei gamberetti fruttava 4mila dollari al giorno: oggi ne incassi al massimo cinquecento».

Con l’estrazione di circa 17 milioni di galloni di petrolio al giorno, la BP si è imposta come la più grande compagnia petrolifera al mondo operante nel Golfo del Messico e il resoconto di quanto avvenne sul Deepwater Horizon quella notte del 20 aprile, fatto dal capo ingegnere Mike Williams (uno dei sopravvissuti), mette ancora i brividi: per due giorni le fiamme divorarono la piattaforma prima che scomparisse fragorosamente sott’acqua. Altre polemiche incandescenti continuarono a divampare attorno al Macondo sui vari tentativi fatti per sigillarlo definitivamente. Il che avvenne cinque mesi dopo l’esplosione.

Gran parte delle spiagge che erano state chiuse dopo l’incidente sono state riaperte al pubblico, ma il timore che l’ondata nera non sia del tutto scomparsa non è svanito. A New Orleans un gruppetto di persone si è riunito davanti al Tribunale e agita cartelli su cui sta scritto «Restauriamo le nostre Coste» e «Ripuliamo le nostre spiagge», mentre in una chiesetta di periferia vedo gente che prega e ascolto un’invocazione che ha il suono di un lamento biblico, Dio risparmiaci in futuro dalla tua collera.