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 2010  agosto 31 Martedì calendario

INCRESCIOSA MESSA IN SCENA O FORSE SOLO UN BOOMERANG

Amiamo l’idea di un Mediterraneo «ma­re comune» dei popoli che gli vivono attorno, specchio di culture e di economie amiche e in serena collaborazione, me­taforica e concreta via di comunicazione anche tra le religioni dopo essere per stato per secoli tramite di ostilità, di terrori e di reciproche invasioni militari. Abbiamo per­ciò accolto come una buonissima notizia, due anni fa, la «riconciliazione» tra Italia e Libia dopo un lunghissimo e aspro con­tenzioso, frutto della politica coloniale ita­liana e dei suoi misfatti – per molto tempo taciuti – contro le popolazioni libiche e del­le dolorose ingiustizie subìte – e in troppo breve tempo dimenticate – dagli italiani spogliati di tutto e cacciati dalle loro case in terra libica.
Viva la nuova stagione e il conseguente fio­rire – tra gran sfoggio di amicizia e qualche tenace sospetto – di intese e di commerci tra Roma e Tripoli. Viva anche la chiusura di certe rotte marine della sofferenza e del­la morte per migranti d’Africa e dei cinici traffici dei nuovi mercanti di esseri umani, sebbene inevitabile e dolente il pensiero corra ai ’respinti e ba­sta’, agli uomini e alle donne e ai bambini in fuga dalle guerre e dalla persecuzione che si are­nano nei deserti di Libia e nes­suno riconosce e nessuno acco­glie secondo umanità e secon­do le leggi che le nazioni civili si sono date.

Ma incontrarsi serve comun­que. Serve sempre. E la solenne visita che il colonnello Ghedda­fi sta effettuando per la seconda volta nella capitale italiana è ov­viamente un’occasione d’in­contro e di reciproca conoscen­za. Sperabilmente di crescita, di chi più ha da crescere, nella comprensione del valore della democrazia e dei diritti umani. Un avvenimento con aspetti so­stanziali e circostanze, per così dire, volutamente folkloristiche. Ma anche con momenti incre­sciosi e urtanti. Come l’incon­tro per una sessione di propa­ganda islamica (a sfondo addi­rittura europeo) tra il leader li­bico e hostess appositamente reclutate. Messa in scena orga­nizzata, quasi di soppiatto, un anno fa e questa volta lanciata, invece, come spettacolare pro­logo agli incontri più stretta­mente politici con le autorità i­taliane.
Viene da chiedersi – e tanti, in ef­fetti, se lo sono chiesti – a quale leader d’un Paese di tradizione e maggioranza cristiana sareb­be stato concesso di predicare e battezzare in un Paese di tradi­zione e maggioranza islamica.
Anche se è una domanda insensata. Prima di tutto, perché ai politici cristiani mai ver­rebbe in mente di farlo e, subito dopo, per­ché neanche a preti e missionari cristiani viene consentito di farlo mentre ai cristia­ni semplici (che siano lì per lavori servili o per affari o per prestazioni professionali qualificate) è addirittura interdetto – tran­ne che in poche eccezioni – di proclamarsi tali a parole e segni.
Nella tollerante e pluralista Italia, in questo nostro Paese di profonde e vive radici cri­stiane e capace di una positiva laicità, nel­la Roma cattolica, Gheddafi ha potuto in­vece fare deliberato spettacolo di «proseli­tismo » (anche grazie a un tg pubblico in­credibilmente servizievole e disposto a far spiegare alle otto di sera della domenica che il colonnello ha esercitato il «dovere» di «o­gni musulmano: convertire» gli altri). Non sapremmo dire in quanti altri Paesi tutto questo avrebbe avuto luogo o, in ongi caso, avrebbe avuto spropositata (e stolida) eco. Probabilmente è stato un boomerang, una dimostrazione di quanto possano confon­dersi persino in certo islam giudicato non (più) estremista piano politico e piano re­ligioso. Certamente è stata una lezione. Ma­gari pure per i suonatori professionisti di allarmi sulla laicità insidiata...