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 2010  agosto 31 Martedì calendario

L’ITALIA E’ GHEDDAFI DIPENDENTE


Un amico ebreo mi telefona per esprimere la sua indignazione per i sermoni islamici del colonnello Muammar Gheddafi. Egli sembra dimenticare il peso della Libia nella nostra storia recente. Se la visita di Gheddafi rappresenta la decadenza, come sostengono taluni, Silvio Berlusconi vive l’arco terminale di un lungo periodo, italiano ed europeo, a partire dalla Guerra Fredda, che fu il tempo dei tradimenti reciproci, nella Nato, nel Patto di Varsavia e fra le sponde opposte.

Chi ne dubita abbia una duplice riprova. Primo: crollata l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e gli Usa non hanno potuto presentare il conto a Mosca. Obtorto collo hanno accolto il colonnello del Kgb, Vladimir Putin, nel salotto buono della democrazia. Secondo: la vicenda Mitrokhin fu portata verso il nulla proprio dalla Gran Bretagna e grazie a due suoi agenti.

Veniamo a noi. L’Italia, secondo la Gran Bretagna, non doveva entrare nella Nato. Londra ci rilasciò la tessera atlantica solo a patto di irradiare i suoi servizi segreti. A causa della nostra affidabilità? Balle: il petrolio. Poi passò la fanfaluca dell’Eni di Mattei contro la Cia. Ridicolo. La nostra area di interesse petrolifero era ed è mediterranea, cioè dove pescano gli inglesi sin dal 1800, sostenuti pure dal servilismo sardo-sabaudo. Nonostante tutto, fregammo la Libia agli inglesi, spodestando re Idris e aiutando Gheddafi, il quale dovette pure presentarsi come un campione dell’Islam a spese dei nostri coloni. Ci fu piazza Fontana. La perfezione non è di questo mondo, il petrolio costa e i nemici si vendicano. Gheddafi era il più anticomunista dei leader islamici negli anni ’70. L’imbecillità di Jimmy Carter e la preconcetta ostilità inglese rischiarono di buttarlo nelle braccia sovietiche, alla fine degli anni ’70, quando Mosca iniziò il count down dell’attacco contro la Nato. Il rapporto con la Libia fu recuperato da Gianni Agnelli, intimo di Henry Kissinger, unico vero stratega statunitense. La cessione del 10% del pacchetto Fiat – dopo l’oscuro tentativo di Carlo De Benedetti in corso Marconi - portò denaro fresco e fu pure la più grossa assicurazione sulla vita a protezione dell’Avvocato, che da quel momento se ne andò in giro senza scorta, in barba ai fessi delle Br. L’ebreo Arrigo Levi, direttore della Stampa, plaudì in silenzio, ma plaudì. Nel 1986 Ronald Reagan concluse che si potesse fare a meno di Gheddafi. Bettino Craxi avvertì il colonnello delle bombe in arrivo, gli salvò la vita, ma perse la sua per la vendetta postuma, per mano dei servitorelli italiani, quando inspiegabilmente Francesco Cossiga lasciò la presidenza della repubblica il 25 aprile 1992, senza assegnare l’incarico di governo a Craxi, com’era coerente con quella maggioranza parlamentare, aprendo le porte a tangentopoli e la via dell’esilio al leader socialista. Oggi, ricordando la Somalia e osservando le migrazioni eteropilotate, comprendiamo che cosa sarebbe accaduto di fronte a casa nostra se avessero destabilizzato anche la Libia. Imbecilli. Berlusconi e l’Italia unita in questo marasma sopravvivono grazie a Putin e a Gheddafi. In quanto ai cattolici, ai progressisti, agli ebrei, inorriditi dai sermoni islamici, farebbero meglio a insorgere contro l’anticattolicesimo della UeE, contro la diffamazione di Pio XII e contro quella postuma e molto vile di Aldo Moro e della sua presunta complicità col terrorismo palestinese, che ci fu ma grazie ai sopravvissuti a Moro, oggi santificati. La decadenza è un periodo lungo e l’Italia lo sta vivendo per risalire la china con dignità, più degli inglesi che liberarono un terrorista assassino in cambio di petrolio e di silenzio. Noi, tutt’al più, questi campioni li intervistiamo o lasciamo che scrivano sui giornali antiberlusconiani, oppure ce li dimentichiamo in Brasile. A proposito, indigniamoci piuttosto per Cesare Battisti e la sua vacanza brasiliana.