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 2008  luglio 07 Lunedì calendario

GELLI Piero

GELLI Piero Firenze 1939. Editor. «Piero Gelli significa Garzanti, Rizzoli, Einaudi, Baldini & Castoldi. [...] Niente master, niente corsi specialistici universitari, niente stage. Tutto ha inizio nel ”70 per puro caso, come spesso accadeva. Gelli ha concluso la sua tesi, presentata a Firenze con Giovanni Nencioni, sulla lingua e lo stile di Gadda. Nei locali della casa editrice Garzanti, in via Senato a Milano, c’è un baule pieno di manoscritti dell’Ingegnere, buttati dentro un po’ alla rinfusa. Nessuno riesce a districarsi nel dedalo delle carte. A quel punto, il germanista Giorgio Cusatelli, collaboratore stretto di Livio Garzanti, si ricorda di quel giovane fiorentino specialista di Gadda e lo convoca a Milano: ”Dopo quattro giorni di lavoro, tra molte carte già note, trovai il manoscritto di un romanzo inedito che era La meccanica”. Gelli ne parla con il direttore di produzione pensando di avere di fronte l’editore: ”Mentre siamo lì, entra un tipo con una giacca blu e un velo di forfora sulle spalle e comincia a dire: ma non è possibile che sia inedito, chi gliela dà questa certezza! Reagii con una certa irruenza: ma stia zitto, per favore, lei che ne può sapere? Mi dissero dopo che era Garzanti”. Il quale convoca dopo qualche giorno il ragazzo e lo assume con un stipendio triplicato rispetto a quello di insegnante. Lì, nelle stanze di via Senato, germineranno amicizie che saranno di lungo e lunghissimo corso, Caproni, Manganelli, Arbasino, Bertolucci, Raboni, Cordelli... Una lista infinita che lascia solo l’imbarazzo della scelta. Cui si aggiungeranno gli autori Rizzoli. Ci sono tutti o quasi. A cominciare da Oriana Fallaci che a New York gli mise tra le braccia uno scatolone da cui fuoriuscivano ampi rami di patate americane, pregandolo di consegnarlo a sua sorella Paola in Toscana (detto tra parentesi: quella scatola di cartone, dopo uno scalo a Roma e tante traversie, per disperazione fu abbandonata da Gelli sulla tomba di papà e mamma Fallaci). Proseguendo per il litigio tra Paolo Volponi e Garzanti, finito in tribunale. E passando per la follia di Sandro Penna che apriva a chiunque la porta della sua baracca romana in mutande, o che chiedeva di essere pagato non in lire ma in platino. E Giorgio Manganelli: che una volta per un equivoco si trovò a Francoforte quattro giorni prima che La Fiera del Libro aprisse (’una città di morti”, si infuriò): ”Giorgio – dice Gelli – era molto socievole, l’importante era essere seduti al tavolo di un ristorante, dove lui regolarmente tirava fuori il suo peperoncino. Si andava a cena prestissimo e lui diceva sempre: ma in questo posto non c’è mai nessuno... Bisognava stare a spiegargli che le otto di sera, a Roma, non era ancora orario di cena. Detestava Giulio Einaudi perché una volta aveva allungato la forchetta nel suo piatto. Quel racconto era un suo ritornello”. Senza tralasciare Pasolini: ”Non era per niente un tipo alla mano: ci considerava dei funzionari estranei al suo mondo. L’ultima volta che lo vidi, sul set di Salò, pieno di ragazzini che gli giravano intorno, era angosciatissimo. Al ristorante parlava del mondo che cambiava, mi diceva che si sentiva in pericolo, perché Roma era diventata crudele e il mondo canaglia”. Il rapporto con Garzanti? ”Mah, rispetto reciproco, niente di più. Il vero amico di Garzanti è stato Parise, che aveva quel lato di sberleffo e di insolenza che mancava a Pasolini”. Non solo autori di scuderia: flash su Alberto Moravia. ”Ricordo un’intervista tra lui e Borges, si ignoravano e non si rispondevano: un dialogo tra un cieco e un sordo”. Il cieco era ovviamente Borges: ”Ma non del tutto. Ero direttore della Rizzoli, ricordo che rimasi stupito quando gli portai un suo libro fresco di stampa: lui lo avvicinò a un occhio e fece degli apprezzamenti positivi. Qualcosa doveva vedere...”. La rivalità vere di Moravia però erano altre: ”Con Soldati erano in continua competizione. Per gli ottant’anni di Moravia ci fu una specie di giubileo. In quei giorni Soldati era invelenito, perché l’anno prima nessuno l’aveva celebrato. Continuava a ripetere: e io chi sono? Ma Soldati nessuno lo prendeva sul serio anche perché si dava via in maniera anche eccessiva”. C’è un episodio che la dice lunga su questa tentazione di ”darsi via” che in Soldati agiva anche come un istinto di vitalità: ”Mi ricordo – sorride Gelli – che quando lessi Addio diletta Amelia notai uno squilibrio tra la prima parte, bellissima, e la seconda, dove il protagonista partiva per la California e lì tutto prendeva la forma di un’inchiesta giornalistica. Glielo feci notare... Mi rispose che Mondadori gli stava sul collo e che era stato costretto a chiudere il libro in qualche modo”. Debolezze d’autore, per un tipo bizzoso come Soldati non deve meravigliare poi troppo. ”Soldati veniva spesso in Garzanti, quando arrivava si sentiva una gran confusione e un batter di bastone. Per Livio Garzanti era un rompiscatole perché parlava spesso di questioni finanziarie. Una volta mi porta un manoscritto, Avventura in Valtellina, e mi dice che gli era stato commissionato da una banca di Sondrio, ma che per soli cinque milioni l’avrebbe ceduto volentieri alla Garzanti”. Gelli risponde che lo prende a scatola chiusa. ”La mattina dopo vedo arrivare il figlio Michele con un contratto bell’e pronto di 105 milioni: eh sì, bisogna pagare anche 100 milioni alla banca per la liberatoria. Quando lo seppe, Garzanti mi disse: eh, Soldati non si smentisce mai”. Chiedere a Gelli di descrivere il leggendario caratteraccio dell’editore è come aprire un libro già scritto: ”Garzanti non ha mai avuto l’aria di supponenza alto-borghese e lo snobismo di Einaudi. Non sapeva vivere in società, ma era di un’intelligenza e di una cultura superiore. Con Garzanti c’era un rapporto più diretto, per quanto pieno di tranelli e di inganni, però almeno conoscevi il nemico. Se volevo prendere un autore non potevo fargli capire che ne ero entusiasta, dovevo mostrarmi un po’ tiepido. Erano trattative estenuanti ma anche divertenti”. Più estenuante che divertente la trattativa con Calvino, a quanto pare, quando lo scrittore, in piena crisi Einaudi ”84, decide di cambiare editore almeno con alcuni libri: ”Ogni quindici giorni prendevo un aereo Milano-Pisa per raggiungere segretamente Calvino nella sua meravigliosa villa di Roccamare”. Segretamente? ”Eh sì, bisognava evitare Citati che abitava nei paraggi. Una volta lo trovai in casa di Calvino, che accogliendomi sulla porta molto imbarazzato mi fece capire con lo sguardo che c’erano ospiti. Citati disse: beh, a che cosa si deve questa visita di Gelli? Mah, dissi, passavo di qua...”. Come si svolgevano gli incontri con Calvino? ”Gli sottoponevo una proposta di contratto, lui controllava tutto con attenzione, faceva le sue correzioni, non diceva una parola, era timidissimo e alla fine chiamava subito sua moglie Chichita per il terrore di dover intrattenere una chiacchierata con me che non avesse nulla a che fare con il contratto”. Allora, che succedeva? ”Tornavo da Garzanti per l’approvazione. Era un contratto molto oneroso, per cinque anni, in attesa di vedere come si sarebbe risolta la situazione Einaudi”. E le reazioni di Garzanti? ”Era sempre contrariato. Mi diceva: bisogna chiedergli anche Marcovaldo, per la scolastica. Ogni tanto urlava: non me ne frega niente, non è neanche un mio autore, e poi non l’ho mai sentito al telefono! Quello che lo disturbava davvero era che Calvino non lo avesse chiamato. A Italo non gliene importava niente di conoscerlo. Alla fine grazie a Chichita riuscimmo a organizzare una cena al Toulà di Roma, a cui partecipò anche Paolo Spriano: fu una serata piacevole”. Per la cronaca, la trattativa andò a buon fine, ma nell’89 il più importante agente americano, Andrew Wylie, avrebbe pensato bene di vendere tutti i libri di Calvino alla Mondadori per cifre stratosferiche. A proposito di Wylie: ”In Garzanti avevamo pubblicato due romanzi di Rushdie, con un successo enorme, persino maggiore che all’estero. A Francoforte, quando venne fuori la notizia dei Versi satanici che subito ottenne un favore straordinario ovunque, invitammo a cena Rushdie. C’era anche Chichita. Lui diceva: non dubitare, non dubitare, il libro sarà vostro. Invece aveva già firmato con la Mondadori perché si era affidato a Wylie, il quale gli aveva imposto di cambiare tutti gli editori. Garzanti me lo rimproverò spesso, ma quando seppe della fatwa fu felicissimo di non averlo pubblicato lui. Temeva per la sua persona”. Un ritrattino di Rushdie? Bastano due aggettivi: ”Supponente e antipatico, oltre che ingrato”. Anzi, tre» (Paolo Di Stefano, ”Corriere della Sera” 7/7/2008).