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PIANCONE Cristoforo La Tronche (Francia) 3 dicembre 1950. Terrorista. Delle Brigate rosse. Arrestato una prima volta l’11 aprile 1978, l’ultima il 1° ottobre 2007 • «La rapina è audace

PIANCONE Cristoforo La Tronche (Francia) 3 dicembre 1950. Terrorista. Delle Brigate rosse. Arrestato una prima volta l’11 aprile 1978, l’ultima il 1° ottobre 2007 • «La rapina è audace. Due banditi su uno scooter Beverly 250 violano una zona blu dove i vigili bloccano anche le bici, parcheggiano nel corso di Siena e entrano nel ricco forziere del Monte dei Paschi: l’agenzia storica accanto alla sede centrale di Rocca Salimbeni. Sono uomini calmi, ma spietati. Il rapinatore che la polizia bracca in strada dopo il colpo, si ferma, rivolge la pistola contro un agente a quattro metri di distanza, tre volte preme il grilletto e tre volte l’arma fa cilecca. Quando lo acciuffano ha addosso un arsenale di tre pistole. Ce n’è abbastanza perché il capo della squadra mobile, Gianluigi Manganelli, che gli fa scattare le manette ai polsi, abbia subito un’intuizione: ”Tu sei un brigatista”. Lui non risponde, accenna un sorriso. Che ha fatto Bingo l’investigatore lo scoprirà due ore e mezzo più tardi quando controllerà le impronte dell’arrestato. Cristoforo Piancone, asceso negli anni Settanta dalla colonna torinese alla direzione strategica delle Br, condannato a tre ergastoli per sei omicidi tra cui quelli del vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno (1916-29 novembre 1977), del maresciallo di polizia Rosario Berardi (1925-10 marzo 1978) e dell’agente di polizia penitenziaria Lorenzo Cotugno (1947-11 aprile 1978). Dal 2004 Piancone è semilibero, di giorno fa il bidello a scuola, la sera rientra in carcere a Vercelli. [...] invece è a Siena per una rapina con un complice che sparisce. polemica. Il ministro della giustizia, Clemente Mastella, annuncia ”verifiche per stabilire se la semilibertà a Piancone è stata concessa previa attenta e completa valutazione delle condizioni richieste”. Palazzo Chigi approva: ”Verifiche opportune”. La rapina alle 15.30. Un bandito ha il volto coperto da un casco integrale, l’altro da berrettino, foulard e occhiali, tutti e due pistole in pugno. Il più giovane salta oltre il bancone, razzia 170.000 euro da otto casse su dieci, l’altro invita la folla di impiegati e clienti a stare calmi e non impedisce che qualcuno esca. Così un gruppo di tedeschi, dall’uscio, scatta fotografie ai rapinatori in azione. Altri, tra cui una poliziotta, danno l’allarme. La questura è vicina. Volanti e ”civette” della mobile sono sul posto mentre il Beverly, che risulterà rubato a Massa il 21 giugno, imbocca via Camollia. Poi i rapinatori si separano. Uno fa perdere le tracce dopo aver gettato a terra una pistola. Piancone prosegue e piedi. Con addosso il bottino, una semiautomatica, una Beretta 98F e una calibro 9 rubata il 12 giugno scorso in casa di un vigile urbano a Piacenza, lo catturano solo dopo che tenta di sparare ad un agente. ”Se quel poliziotto fosse morto - sferza il questore di Siena Massimo Bontempi - avrei avuto qualche difficoltà a spiegare ai suoi familiari perché un ex brigatista, condannato per sei omicidi, fosse in regime di semiliberta”. In questura Piancone parla ma non svela. Non rivela il nome del complice. Nega che la rapina sia stata un’operazione di autofinanziamento brigatista. ”Quei soldi - sostiene - mi servivano per pagarmi spese mediche e dentista”. [...]» (Maurizio Bologni, ”la Repubblica” 3/10/2007) • «[...] l’11 aprile 1978, quando lo arrestarono dopo che aveva ammazzato l’agente di custodia Lorenzo Cotugno, Cristoforo Piancone – ferito dalle pallottole che la guardia carceraria era riuscito a scaricargli addosso prima di morire – pronunciò le formule di rito. ”Mi dichiaro prigioniero politico – disse Piancone dal letto d’ospedale ”. Sono un militante delle Brigate rosse. Non intendo rispondere ad altre domande”. Erano i giorni cupi del sequestro Moro, Piancone non aveva ancora 28 anni. [...] in vista dei 60, di nuovo con le manette ai polsi e con una pistola addosso che non è riuscito a usare, l’ex brigatista s’è affidato a frasi diverse: ”Ho organizzato il colpo perché avevo bisogno di soldi. La politica non c’entra. Non vi dico chi era con me, non sono un infame”. Fine dell’interrogatorio. [...] probabile che si tratti di una rapina ”comune”, ma la possibilità dell’autofinanziamento di una qualche frangia del ”partito armato” mai morto non viene scartata definitivamente. Perché Piancone è un personaggio da non sottovalutare, e perché ci sono alcune stranezze nell’azione che gli ha richiuso il portone del carcere dietro le spalle. Quattro pistole per due rapinatori sembrano troppe; fanno ipotizzare altri complici, e in quel caso il bottino diverrebbe troppo esiguo per una spartizione. Non convince nemmeno la trasferta dal Piemonte alla Toscana, né il motorino rubato a Massa Carrara. L’ipotesi più realistica [...] resta però il reato commesso ”in proprio”, che comunque non frena le divisioni sulla semilibertà di un ex terrorista assassino, mai pentito né dissociato. Lui come centinaia di altri che militarono nelle Br e non solo, i quali dopo vent’anni e più di galera sono tornati alla ”convivenza civile”. Quasi tutti senza problemi per la società. Ogni tanto qualcuno inciampa in nuovi reati, magari sfruttando le conoscenze carcerarie e una certa praticità con le armi coltivata negli ”anni di piombo”. E la polemica si riaccende. Oggi Piancone si rifiuta di fare il nome del complice (o dei complici), mentre nel 1978 i suoi compagni ne chiesero la liberazione – insieme a quella di altri 12 ”guerriglieri” – in cambio della vita di Aldo Moro. Fu quasi una provocazione, come ammise il capo brigatista Mario Moretti: era impensabile che lo Stato scarcerasse un terrorista che aveva appena assassinato un agente di custodia; nomi e numeri contavano poco, importava il famoso ”riconoscimento politico”. Che non arrivò: Moro fu ammazzato e Piancone, ben ricucito dai medici, cominciò a collezionare ergastoli e soggiorni nelle carceri speciali: Trani, Palmi, Ascoli Piceno, Pianosa. Regime di detenzione ”duro”, che nell’emergenza successiva toccò ai mafiosi. L’ex operaio della Fiat – figlio di immigrati pugliesi, nato a Grenoble e cresciuto a Torino, transitato dal Pci e dalla Flm, poi in qualche gruppo extraparlamentare, sparito dalla circolazione nel 1977 – da galeotto fu prima un irriducibile, quindi scelse il silenzio di chi non si pentiva né dissociava, ma nemmeno credeva più alla rivoluzione innescata dagli omicidi. Negli anni Novanta il suo fascicolo personale si riempie con ”relazioni comportamentali” favorevoli, che riferiscono di abbandono della lotta armata e ”partecipazione proficua al trattamento carcerario”. Comincia a usufruire dei permessi e poi del lavoro esterno presso una cooperativa che si occupa di disabili. Tutto tranquillo, a parte un paio di screzi con gli agenti che gli costano la temporanea sospensione del beneficio. Ma nel ”97 torna a uscire, fino all’incidente del ”98: in un supermercato di Alessandria lo sorprendono a rubare biancheria e oggetti per l’igiene personale, spintona la cassiera che lo insegue, arrivano i carabinieri e l’arrestano. Vicenda curiosa, un ritorno quasi cercato alla detenzione totale. Durante la quale frequenta corsi da geometra, accumula note di merito e mostra di ”saper perseguire con lucidità obiettivi di vita futura nell’ambito della società libera”. Polizia e carabinieri non segnalano collegamenti con formazioni terroristiche o ”combattenti” vecchi e nuovi, così tornano i permessi, il lavoro fuori dal carcere e poi la semilibertà, febbraio 2004. Il passo successivo sarebbe la liberazione condizionale, ma nel marzo 2007 gliela negano, il ”ravvedimento” rispetto al passato di piombo secondo il giudice è insufficiente. Piancone la sera deve tornare in prigione. [...]» (Giovanni Bianconi, ”Corriere della Sera” 3/10/2007) • «Quando suo figlio Cristoforo finì in prigione, ”mamma Maria” (così era nota nel gruppo di parenti dei terroristi) scrisse a Gianni Agnelli: ”Avvocato, mio figlio è un operaio della Fiat. L’hanno arrestato ingiustamente. Mi riceva e mi aiuti...”. In realtà, la mattina dell’11 aprile 1978, in pieno sequestro Moro, Cristoforo Piancone detto ”Piancoun” (un omaggio alla sua nascita in Francia, nel 1950, a Latronche), nomi di battaglia ”Gerard” e ”Sergio”, era stato arrestato per omicidio. Con il gruppo di fuoco della colonna torinese delle Brigate Rosse ”Mara Cagol”, infatti, aveva appena ammazzato la guardia carceraria Lorenzo Cotugno che, prima di morire, era riuscito a ferirlo. Abbandonato in un ospedale, ”Gerard” diventa un brigatista arrestato: fatto raro per quegli anni. Ma si rifiuta di rivelare chi è e si dichiara ”prigioniero politico”. Poche ore dopo, però, l’antiterrorismo sa già tutto di lui e trova conferma a ciò che alcuni giovani dirigenti torinesi del Pci, da Piero Fassino a Giuliano Ferrara, stanno ripetendo da mesi: il terrorismo è entrato nel ”cuore” della classe operaia, la Fiat. Tutti giovani, storie comuni e vite parallele cominciate nel 1969 e con l’autunno caldo: odio verso il Pci e la Fiom, la pratica dei cortei che a Mirafiori portano in giro i ”capi” come nella Cina di Mao. Quando salta fuori il ruolo di ”Gerard”, un dirigente Fiom di Mirafiori, Giuseppe Caroppoli, racconta una biografia quasi collettiva: ”Arrivò alle Meccaniche, ma fu licenziato per assenteismo. Lo ripresero alle Presse, ma era violento, passato per tutti i gruppetti”. Cesare Damiano, allora giovane dirigente della Quinta Lega, se lo ricorda ”in un corso sulla coscienza di classe”. Un ”operaio massa” avrebbero detto i sociologi, ma lui e gli altri invece hanno già saltato il fosso. Continuano a lavorare in Fiat come ”copertura”, ma si mettono in permesso quando devono andare a sparare. Sono i capi delle ”brigate” di fabbrica: alle Presse, alle Carrozzerie e alle Meccaniche. Alla fine degli ”anni di piombo” i magistrati ricostruiranno quel gruppo di ”terroristi operai”: Piancone, Nicola D’Amore, Domenico Jovine, Marco Basone, Luca Nicolotti, Lorenzo Betassa e Piero Panciarelli (gli ultimi due moriranno a Genova, in via Fracchia). Sono anni tremendi, per l’Italia e per Torino. Solo tra il 1976 e il 1979, si contano sotto la Mole 22 morti, 58 feriti, quasi tremila attentati. La città vive come in una canzone di Lucio Dalla, ”coi sacchi di sabbia alla finestra”. Ricorda il sindaco di allora, il comunista Diego Novelli: ”Uscivi la mattina di casa e non sapevi se saresti tornato vivo”. La Torino dello scontro di classe è diventata decisiva per le Br e tra poco cominceranno a sparare anche i killer di Prima Linea. La ”Mara Cagol” è guidata da Piancone, da Patrizio Peci e da una veneta, Nadia Ponti, che sarà a lungo la fidanzata di "Gerard”: lo fa impazzire di gelosia perché gira in mutande nei ”covi”. Lei, lui e Peci, nell’estate ”77, vanno in vacanza a Finale Ligure: fanno il bagno, ma a turno uno di loro sorveglia la borsa con le armi. ”Gerard” ha avuto il battesimo del fuoco con l’azzoppamento del capofficina Lancia Paolo Fossat. ”Purtroppo le ferite sono state lievi...”, scriverà nella rivendicazione. Dal 1976, cadono il presidente degli avvocati torinesi Fulvio Croce (1901-28 aprile 1977), il vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno, il maresciallo Rosario Berardi, Cotugno, gli agenti Salvatore Lanza (1957-15 dicembre 1978) e Salvatore Porceddu (1958-15 dicembre 1978). Poi tocca alle vittime di Pl: Carlo Ghiglieno (27 giugno 1928-21 settembre 1979), dirigente Fiat, Bartolomeo Mana (24 dicembre 1944-13 luglio 1979), vigile, Carmine Civitate (1940-18 luglio 1979), barista, Emanuele Iurilli (9 maggio 1960-9 marzo 1969), studente. Un rosario di sangue che si sgrana tra la ”geometrica potenza” di via Fani e Torino, dove sono detenuti i brigatisti. Quando le Br fanno uscire il ”comunicato n.8”, tra i 13 prigionieri proposti per lo scambio con Moro c’è anche Piancone. La città è scossa, la stessa classe operaia è confusa: dopo l’omicidio Casalegno, lo sciopero contro il terrorismo alla Fiat fallisce. In realtà, è l’inizio della fine. Il 19 febbraio 1980 Peci si ”pente” e svela a Giancarlo Caselli la galassia brigatista. Si scopre così che quel detenuto taciturno è stato uno dei ”boia” bierre più feroci: ha compiuto direttamente o in ”concorso” 4 omicidi e ha ferito 8 persone. Come membro della ”direzione strategica”, gli toccherà anche l’ergastolo per il sequestro Moro. Irriducibile, dopo 25 anni e per due volte, ha ottenuto la semilibertà per stare accanto a mamma Maria. La prima volta la perde nel 1998, per un furto da 27mila lire. La seconda lo mandano in carcere a Vercelli per non farlo rientrare a Torino, ogni sera, nella prigione intitolata proprio a Cotugno. E adesso, 29 anni dopo, eccolo di nuovo pronunciare la stessa frase agli inquirenti: ”Non vi dico chi sono”. Ma questa volta con la certezza di non poter rivedere mai più quella madre che, per lui, aveva scritto all’Avvocato» (Ettore Boffano, ”la Repubblica” 3/10/2007).