Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2004  aprile 14 Mercoledì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 19 APRILE 2004

Iraq e tasse: Bush e Kerry non sono poi così diversi.
Da quando è entrato alla Casa Bianca (gennaio 2001), George Bush ha convocato tre conferenze stampa in prima serata tv: dopo l’11 settembre, alla vigilia della guerra contro Saddam Hussein, martedì scorso. Il fatto è che, con l’avvicinarsi delle elezioni di novembre, i repubblicani si trovano in difficoltà. Fino a gennaio la conferma di George W. Bush alla Casa Bianca sembrava scontata. Poi, la rapida ascesa di John Kerry e la mancata normalizzazione irachena hanno rimescolato le carte. [1]

I sondaggi mostrano Bush e Kerry più o meno allo stesso livello. Arthur Schlesinger jr.: «Al momento la situazione si presenta con un 45 per cento circa di elettori che, secondo gran parte dei sondaggi, sostiene Bush, e un altro 45 circa che gli è contro. Quasi il 90 per cento degli elettori ha effettuato una scelta definitiva ed è improbabile che indirizzerà il suo voto in maniera diversa. Il restante 10 è composto da indipendenti indecisi, soprattutto nei quartieri residenziali, economicamente conservatori, ma tolleranti a livello culturale. Il risultato di novembre dipenderà in parte da quel 10 per cento». [2]

La guerra, in questa partita, costituirà un tema decisivo? Schlesinger jr.: «Nel corso delle crisi internazionali l’istinto americano è quello di stringersi attorno alla bandiera e al presidente - almeno per un po’ di tempo. Finora le proteste contro la guerra non sono avvenute su larga scala. Ma Falluja è stata paragonata all’offensiva del Tet da parte dei Vietcong nel 1968, che ha messo in moto un processo che portò il presidente Lyndon Johnson a essere sconfitto nella corsa alla Casa Bianca. L’impatto della guerra dipende dal successo dell’occupazione americana nel fermare la disintegrazione dell’Iraq e nell’ottenere un certo grado di stabilità. Dipende dalla possibile cattura di Osama bin Laden. Dipende dal possibile processo a Saddam Hussein. Dipende da un’infinità di variabili che non possono essere previste. Come era solito affermare Harold Wilson: ”In politica una settimana è un periodo di tempo molto lungo”». [2]

Il fattore 11 settembre. Alberto Flores D’Arcais: «L’America vive gli ultimi mesi del suo lungo anno elettorale discutendo se e come la Casa Bianca di George W. Bush abbia nascosto volutamente, o non sia stata adeguatamente informata delle minacce di al-Qaida e del più grande attacco terroristico della storia dell’umanità. Lo fa sui giornali, sui canali all news televisivi e alla radio, lo fa soprattutto nelle ben 11 commissioni d’inchiesta che si stanno occupando di questioni relative al terrorismo». Secondo i sondaggi, comunque, il 53 per cento degli americani continua a pensare che Bush sia la persona giusta per guidare la guerra al terrorismo, Kerry non arriva al 30. [3]

Conscio di questi numeri, il candidato democratico ha iniziato la controffensiva con un editoriale sul ”Washington Post” che ha lasciato perplessi molti esponenti del partito mondiale anti Bush. D’Eramo: «In fondo Kerry aveva votato a favore della guerra, anche se ora dice che vi era stato indotto da informazioni manipolate. Tutto quel che i giornalisti gli hanno tirato fuori non è molto di più di quel che dicono i tentennanti leader del nostro centrosinistra, e cioè l’auspicio di un maggiore e più deciso ruolo dell’Onu». [4] Chiesa: «La sua critica a Bush è - visto che ha votato per la guerra - superficiale, elettoralistica, strumentale. Del tutto al di sotto della necessità». [5]

Se gli va male con l’argomento Iraq, Kerry può provare a buttarla in economia. Ma le cose, per lui, non si mettono bene. Zampaglione: «Un improvviso ottimismo primaverile ha convinto gli americani ad andare nei negozi, a visitare i concessionari di automobili, a cliccare sui siti del commercio elettronico, provocando una impennata delle vendite al dettaglio. A marzo sono salite dell’1,8 per cento, secondo i dati resi noti dal ministero washingtoniano del commercio, che ha anche ritoccato al rialzo le cifre sul volume delle vendite di gennaio e febbraio. Si tratta dell’incremento maggiore dell’ultimo anno e rafforza la fiducia sull’economia americana». Kerry insiste nel denunciare l’impoverimento dei ceti medi negli ultimi anni, per effetto della politica repubblicana di riduzione delle tasse; ma se l’economia dovesse cambiare rotta, il messaggio dei democratici risulterebbe meno incisivo. [6]

Gli spot sono l’arma della campagna repubblicana. E al momento funzionano. Bill Schneider, l’analista politico della Cnn che spiega agli americani la campagna elettorale: «Tasse, tasse, tasse. Il messaggio che convince è quello che Kerry alzerebbe le tasse. Oggi lo crede il 58 per cento degli americani. Anche fra chi ha redditi bassi, attorno ai 30 mila dollari l’anno, questa è la convinzione prevalente e poco importa che Kerry dica che, se eletto, aumenterà le imposte solo a chi ha redditi sopra i 200 mila dollari». [7]

I conservatori americani hanno un credo: «Affama la bestia». Taino: «La loro bestia è la spesa pubblica. O, meglio ancora, lo Stato, il Government: quel sistema di burocrazia (che ha molto spreco) e di Welfare State (che disincentiva il lavoro) che non smette mai di crescere e ha bisogno di razioni di cibo sempre maggiori; unico modo per contrastarla, affamarla. Detto con parole uscite spesso dai discorsi di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher: più soldi i politici hanno a disposizione, più ne spendono; l’unico modo per limitare le loro follie è non dargliene, pagare meno tasse». [8]

Negli Usa è politicamente molto scorretto parlare di aumento delle tasse. Taino: «Si è creata una situazione esattamente contraria a quella dominante nell’Europa continentale, dove il politicamente corretto consiste nel tenere alto il peso dello Stato, sia come prelievo fiscale sia come erogazione di servizi. I numeri che spiegano la differenza sono questi: negli Stati Uniti, lo Stato si appropria di meno del 30 per cento del Pil, in Europa questa percentuale è di circa il 45 in Francia, di poco sotto il 40 in Germania, attorno al 42 in Italia, fino al 46 del Belgio, al 47 della Finlandia, al 54 della Svezia (Ocse)». [8]
Bush ha impostato un amplissimo programma di tagli. Taino: «Paul Krugman, uno degli economisti americani più prestigiosi e critico feroce di Bush, calcola che il prelievo effettuato dallo Stato federale (singoli Stati esclusi, quindi) sia passato dal 20,9 per cento del Pil nel 2000 al 15,7: il livello più basso dal 1950. Il 45 per cento di questa riduzione, dice Krugman, è proprio da imputare ai tagli fiscali del presidente (il resto sono le entrate minori per via della recessione e un probabile aumento dell’evasione e del ricorso a paradisi fiscali)». [8]

Bush vive in una grande e pericolosa contraddizione. Taino: «Resta ligio alla dottrina del taglio delle tasse, cioè a una politica nettamente liberista, in un periodo in cui deve però anche fare il keynesiano, cioè spendere per la Difesa, la sicurezza interna e tutto l’apparato industrial-militare che segue. Il deficit dello Stato programmato a 521 miliardi per il 2004 (quasi il 5 per cento del Pil) è insomma il risultato di un presidente che cambia cappello a seconda delle necessità: una volta non incassa, l’altra spende. Per alcuni - e tra questi [...] il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan - la strategia è forse poco ortodossa ma può funzionare, in tempi straordinari come questi: poi si tornerà a tagliare le spese. Secondo altri - e tra questi moltissimi economisti - l’enorme deficit che si sta creando sta invece portando alla fine del miracolo degli anni Ottanta e Novanta, fondato su tasse basse, spese basse, conti in ordine. Ma di alzare le imposte non lo propone seriamente nemmeno John Kerry». [8]

Gli Stati Uniti sono una nazione profondamente divisa. Schneider: «C’è chi ama Bush e c’è chi lo disprezza. Ogni notizia che viene fuori, dall’inchiesta sull’11 settembre alla dichiarazioni di Richard Clarke all’aumento del prezzo della benzina, diviene oggetto di scontro fra opposte fazioni e dunque perde di efficacia. La campagna di Bush è particolarmente abile nel creare quella che loro stessi definiscono una ”camera di risonanza” ovvero la capacità di trasmettere in tempo reale i messaggi del presidente a chi poi li diffonde nel Paese. Nel caso di Clarke la Casa Bianca lo ha definito ”inaffidabile” ed immediatamente, a livello locale, i volontari hanno fatto lo stesso, riuscendo a delegittimarlo agli occhi di molti. Sulla benzina appena i prezzi sono aumentati sono partiti gli spot in cui si ricordava che dieci anni fa Kerry in un’intervista ad un giornale locale si era detto a favore di un aumento dei prezzi di 50 centesimi». [7]

Kerry risponde con le ”Brigate batti Bush”, come le chiama il settimanale ”The Nation”. D’Agnolo Vallan: «In gergo li chiamano ”I 527”, dal numero della sezione del codice fiscale che garantisce la loro esistenza. Non dipendono dal partito democratico ma funzionano come una sorta di sua ombra. I repubblicani li vedono come i loro peggior nemici e stanno cercando di bloccarli servendosi anche dei tribunali. Si tratta di circa una dozzina di gruppi progressisti, cui fanno capo attivisti sindacali, per i diritti civili, per l’ambiente, per i diritti delle donne, contro la guerra in Iraq... e che lavorano con l’esplicito fine di impedire che George W. Bush faccia il bis alla Casa Bianca». [9]

Ma per vincere non bastano i ”batti Bush”. Kerry deve definire se stesso, spiegare bene chi è, che tipo di presidente sarebbe, che cosa farebbe arrivando alla Casa Bianca. Schneider: «Ha vinto le primarie grazie al fatto che era più eleggibile degli avversari ma ora questa cosa non conta più. Deve spiegare perché gli americani dovrebbero preferirlo a George Bush». [7] Ad esempio: Kerry ha una politica estera? Henry Kissinger: «Per me non ha tempo di occuparsene in maniera seria: sta solo pensando a vincere le presidenziali». Jonathan Winer, assistente di Kerry al Senato: «Il maggiore cambiamento rispetto a Bush è che la politica estera non sarà più questione ideologica: Kerry è una persona pratica che deciderà il da farsi caso per caso. Ci saranno anche grandi differenze di stile, perché Kerry rifiuta di agire in modo autoritario come ha fatto Bush: il suo rispetto per gli accordi multilaterali è profondo». [10]

Immaginiamo che rivinca Bush. Moises Naim: «Durante il suo secondo mandato, il presidente si troverebbe a constatare che le guerre preventive su larga scala non sono più un’opzione percorribile. Nonostante l’aumento del 50 per cento della spesa militare fortemente voluto da Bush, le forze militari statunitensi si trovano ora seriamente in difficoltà in termini di truppe, fondi e capacità operativa. E se qualcuno pensa che reclutare alleati per l’invasione dell’Iraq nel 2003 sia stato difficile, farlo una seconda volta sarebbe pressoché impossibile». [11]

E se vince Kerry? Naim: «Imparerà ben presto che alcuni dei suoi istinti multilaterali sono piuttosto difficili da convertire in politiche sostenibili. Da qualche parte, qualche dittatore potrebbe sentirsi incoraggiato a mettere alla prova l’ardore e il coraggio di Kerry, costringendolo così ad agire con la forza e in modo unilaterale per dimostrare che né lui, né gli Stati Uniti hanno rinunciato all’uso della forza. E se l’Onu si dimostrasse contraria o incapace di tirare fuori gli Stati Uniti dall’Iraq, l’amministrazione Kerry si vedrebbe obbligata ad ampliare in modo unilaterale il coinvolgimento diretto in Iraq ben oltre quanto desidererebbe (e ben oltre l’attuale coinvolgimento del governo Bush)». [11]

Il fattore Europa. Naim: «Mentre la presidenza Bush è stata caratterizzata da amari dissapori con l’Europa in materia di sicurezza, quella di Kerry potrebbe essere segnata da dispute sul protezionismo e sul commercio transatlantico, vista anche la debolezza del dollaro. Kerry potrebbe scoprire non solo che Bush aveva ragione a criticare le posizioni entusiastiche e multilaterali dell’Europa e a definirle in gran parte retoriche, egli potrebbe anche constatare che l’Unione europea non ha né la volontà, né il potere, né il denaro, per agire in qualità di affidabile alleato in casi di emergenza internazionale». [11]

It’s not the economy. Naim: «Tutti i recenti presidenti americani hanno imparato a proprie spese che, nonostante il loro immenso potere, essi rimangono alla mercé di incontrollabili forze globali, capaci di far diventare i loro personali punti di vista e le loro promesse elettorali largamente irrilevanti. Il famoso detto dell’ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton (’It’s the economy stupid”) si è dimostrato molto più efficace come slogan elettorale che come frase profetica di come e quanto lo scompiglio internazionale distraesse il suo governo dagli affari di politica interna». [11]