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 2022  novembre 24 Giovedì calendario


L’opera prima di Dickens

Nel 1836 Charles Dickens stava per diventare Charles Dickens. Aveva ventiquattro anni, scriveva copioni intrisi di shakespearianesimo ammirativo e si era appena sposato. Giovinezza trafelata dopo un’infanzia infelicissima: fortuna massima per uno che sappia cosa farsene. Il padre – storia nota – era in prigione per debiti e lo scrittore aveva dodici anni quando si impiegò in una fabbrica di lucido da scarpe. “So che lavoravo dalla mattina alla sera. So che facevo ogni sforzo per far durare il mio denaro. So che lo mettevo in un cassetto, dentro a sei piccoli involti, su ogni involto il nome di un giorno della settimana. Mi ricordo di aver camminato per strada sempre insufficientemente saziato”, disse di quel periodo durissimo, ed è inevitabile sorridere per tutti noi che leggiamo le Fanciulleidi dei nostri coevi, tutte vittimismo iperventilante a fronte di drammini da niente. A quindici anni entrò in uno studio legale, imparò la stenografia perché mai e poi mai si immaginava in toga e cominciò a scrivere bozzetti per i giornali, ottenendo un posto come relatore parlamentare, palestra cui attribuirà i meriti per la sua prodigiosa capacità di scrittura. “Trascrissi discorsi pubblici importanti per i quali si richiedeva ogni accuratezza. Un solo sbaglio sarebbe stato compromettente”, ricorderà con la complicità di John Forster nella sua prima biografia, uscita cinque anni dopo la sua morte. “Ho scritto sul palmo della mano, alle luce di una lanterna cieca, su un sedile di posta lanciato al galoppo da quattro cavalli nel pieno della notte. Trascrissi un discorso elettorale di lord John Russel durante la contestazione di Devon nel bel mezzo di una sommossa, sotto una pioggia dirotta, mentre due colleghi tenevano un fazzoletto da naso steso sopra il mio taccuino così come si tiene un baldacchino durante una processione ecclesiastica. Scrivendo rannicchiato nella vecchia galleria della Camera dei Comuni ho logorato le mie ginocchia, e i miei piedi nella Camera dei Lord, dove eravamo tutti addossati gli uni agli altri come mandrie di montoni” – e dopo gli scrittori straziati, a nanna anche gli scrittori asceti. È proprio nel 1836 che comincerà a pubblicare a puntate, sul Morning Chronicle, i Quaderni postumi del circolo Pickwick. E la sua vita cambierà, come quella dei moltissimi portalettere contusi, assaltati dai lettori impazienti di ributtarsi a capofitto nelle trame, nella prosa e nell’umorismo irresistibile del formidabile genio. Genio anche formidabilmente operoso: nell’anno successivo comincerà la scrittura di Oliver Twist, terminerà Il circolo Pickwick, butterà giù un paio di commedie per tenersi sgranchito e non smetterà di dedicarsi all’equitazione – più o meno così anche negli anni a seguire, per tutta una vita di lietissimo stakanovismo (scriveva anche mentre gli ospiti chiacchieravano, ovviamente senza perdersi nulla). Ed è proprio Il circolo Pickwick l’opera di Charles Dickens che il grande sacerdote Harold Bloom ha celebrato più di frequente, amandola a tal punto – raccontò – da rileggersela ogni estate. “Tutti, in questo romanzo, possono essere redenti, tranne gli avvocati”, osserverà, e giù felicissime pagine sul carattere infantile del genio dickensiano e sull’eccentrismo di certi suoi disegni narrativi. “Era un savio e un pazzo”, lo aveva già definito, del resto, anche il suo biografo. Ritratto che, fatte le debite proporzioni, potremmo attribuire anche a Paolo Cioni, che sta facendo gemere i torchi dell’editore Mattioli 1885 in barba a tutte le statistiche di lettura e le geremiadi sul mercato e il costo della carta: 968 pagine, scabra copertina verde veronese, ed ecco servita una nuova traduzione del capolavoro dickensiano, primo mattone di quindici che ne sforneranno (“liberati dalla teca del vittorianesimo e restituiti alla loro vivacità”, puntualizza la nota stampa) grazie alle traduzioni di Livio Crescenzi (“senza la sua serietà e dedizione non mi sarei mai imbarcato in un’impresa del genere”, garantisce l’editore), riportando in libreria, ritradotta da capo e in lingua corrente, l’aurea trafila dickensiana, nel medesimo ordine di pubblicazione originale. “Agli antipodi degli istant-book: lì siamo noi”, annuncia Cioni presentando al Foglio il progetto. “Puntiamo da sempre al valore delle opere riproposte nel loro complesso. Come con Mark Twain. E sottolineo: l’opera di Charles Dickens sarà completa anche nel senso che i romanzi non saranno tagliati. In giro ci sono molte copie non integrali, gli editori non lo dicono. Io, invece, credo nella forza di avere quindici romanzi dello stesso grande scrittore: mille pagine l’uno, stessa grafica, stessa veste editoriale, e curati dal medesimo gruppo di lavoro”. Ci vorranno sette o otto anni, pare, ma “il tempo fa parte della scommessa” commenta Cioni, cantando per le nostre orecchie in sollucchero il manifesto di un’editoria vitale, che ancora si sforza di non ricadere su se stessa, di non farsi ricattare e umiliare dai tempi, ma punta al rilancio, alla vampa romantica, a ciò che è – appunto – folle e saggio insieme. Rileggere Il circolo Pickwick è una sorpresa: la vivacità della prosa di Dickens, la continua danza del punto di vista, l’ingegno descrittivo, tutte vitamine per il lettore stufo di brodini. Che lo scoprirà romanzo attuale, perché la realtà, duecento anni dopo, è ancora dickensiana. In compagnia di un grande scrittore, scatta sempre l’incantesimo: la realtà è un evento di servizio, fatto apposta per finire in un suo libro.