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 2022  novembre 23 Mercoledì calendario


Perché Voltaire non mandava in libreria le sue grandi opere storiche


Leggere Voltaire è difficilissimo. Non solo perché dietro l’attraente semplicità della sua prosa (panna montata instillata di veleno, secondo la definizione di Lytton Strachey) si cela una congerie di ammicchi e citazioni implicite, che talora tracimano nella parodia o nel plagio, chiamando il lettore a uno scavo che può ribaltare il senso della lettura superficiale. Ma soprattutto perché Voltaire fu attentissimo manager editoriale di sé stesso, orchestrando campagne promozionali o attribuendo propri scritti ad altri, centellinando inediti per appassionati e riservando manoscritti a fedelissimi, lasciando poi insoluti problemi editoriali che le raccolte postume hanno cercato di risolvere come potevano. Ad esempio, come pubblicare i testi che Voltaire ha prodotto nell’esercizio di ciò che riteneva il proprio mestiere principale, quello di storiografo? Me lo chiedo ponderando – nel vero senso della parola: si fa fatica a sollevarlo – il volume Opere storiche che Bompiani ha appena pubblicato a cura di Domenico Felice. È un’uscita entusiasmante e disperante. Entusiasmante poiché il lettore italiano trova per la prima volta tradotte opere che hanno forgiato il nostro immaginario su medioevo e modernità, come gli “Annali dell’Impero” e il “Compendio del secolo di Luigi XV”. Altre ne ritrova, come la “Storia di Carlo XII” che mancava da un’edizione Corbaccio del 1930, la “Storia della Russia sotto Pietro il Grande” svanita nel nulla dopo una fioritura di traduzioni negli anni Sessanta, il fondamentale “Secolo di Luigi XIV”, di cui Einaudi era finora venuta via via ripubblicando l’edizione di Sestan e Morra del 1951. Resta però il dubbio sul destinatario dell’operazione editoriale. Non è lo specialista, poiché le tremila pagine prevedono solo note esplicative, la cui sintesi è imposta dal vincolo del volume unico; e poiché un’avvertenza in apertura rivela che il volume era già pronto da cinque anni, quindi non ha potuto tenere presente la mole di annotazioni critiche contenuta dal 2017 a oggi nelle curatele della Voltaire Foundation di Oxford, edizione di riferimento per accademici italiani e no. Non è nemmeno il grande pubblico: il libro costa 90 euro, ha un formato che impedisce la lettura rilassata, reca l’originale francese a fronte che respinge i lettori e costringe a rimpicciolire il corpo del testo fino a far invocare qua e là il Braille come soluzione più efficace. Per risolvere l’arcano conviene allora risalire la storia editoriale e accorgersi di un significativo dettaglio: nel corso della propria vita, pur favorendo la pubblicazione di sedicenti “Opere complete” già da quando non aveva scritto molto di significativo, Voltaire ha visto uscire una e una sola raccolta di alcune sue opere storiche, per lo più secondarie, probabilmente estorta in vecchiaia da un furbo editore ginevrino. L’ambizione di unificarle tutte si è imposta solo nelle edizioni monumentali, ordinate tematicamente e culminate in due mostruose imprese postume: le edizioni Kehl (1784-1789) e Moland (1877-1885), che alla storia dedicavano rispettivamente tredici e sei volumi. Erano però destinate a un pubblico di sottoscrittori entusiasti e abbienti, non andavano in libreria al dettaglio; ai lettori occasionali Voltaire dedicava invece la periodica uscita di alcuni “Mélanges” che racchiudevano petits chapitres su argomenti storici, letterari, filosofici. Ora, la pretesa di completezza del volume Bompiani tramonta di fronte a due dati di fatto: manca sia la fenomenale storia universale di Voltaire, il “Saggio sui costumi” che lo stesso Felice ha curato nel 2017 per i Millenni Einaudi congiuntamente alla “Filosofia della storia”; sia, non si sa perché, la “Storia del Parlamento di Parigi”. A questo punto sarebbe stato meglio concepire un volume antologico – Voltaire, “La storia” – che, pescando dalle sterminate opere, disponesse in ordine cronologico le pagine più avventurose e meglio scritte sugli eventi dalle origini al Settecento. Se un editore mi chiama, lo faccio io.