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 2022  settembre 22 Giovedì calendario


Puti Avati racconta il suo Dante

La Settimana enigmistica l’avrebbe messa nella rubrica “Strano ma vero”: nessuno ha mai fatto un film su Dante. Ci sono pellicole dedicate a calciatori e a cantanti, a ladri e saltimbanchi, ma non a lui. Dante. Il Sommo Poeta. L’italiano più conosciuto nel mondo. L’italiano più tradotto nel mondo. E niente: nessuno l’ha mai considerato. Né un film né un telefilm né una fiction. Forse perché nessuno ha mai pensato che un film del genere potesse far cassa? Forse. E quindi sarebbe meglio lasciar perdere, tanto più se hai in mente di far uscire il film al cinema ora, cioè in un periodo (anzi, in un’epoca) in cui le sale cinematografiche sono vuote (e, quando non sono vuote, è per vedere qualche film americano). Un film italiano sul grande italiano Dante, in un momento in cui in Italia la voglia di osare è ai minimi termini, è una mission impossible. Una sfida lanciata tuttavia da uno dei nostri più grandi registi di sempre, Pupi Avati, 84 anni il prossimo 3 novembre. 

“Dante” uscirà al cinema il 29 settembre, giorno dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele (e pure compleanno di Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani, ma questo è un dettaglio). 

“Ci ho messo vent’anni per convincere i miei committenti, cioè Rai Cinema, a fare questo film”, ci racconta Pupi Avati nella sua casa romana, a pochi passi da piazza di Spagna. Ma perché nessuno ha mai fatto un film su Dante? 

“Perché c’è sempre stata una sorta di pregiudizio. Non conoscendo la vicenda umana di Dante, tutti hanno sempre pensato che un film su di lui sarebbe stato qualcosa di ‘culturale’. Un mattone, insomma. Così come a scuola la Commedia è sempre stata vista dagli studenti come un testo troppo complicato da leggere e ancor più da comprendere. Vista quasi come un fastidio. E poi, al cinema… Dante è repulsivo, anche iconograficamente: credo sia il poeta più brutto della storia.

 

“Ho letto moltissimi libri su di lui, ma nessuno lo ha mai raccontato dal punto di vista umano. E io invece ho sempre pensato che, per far conoscere l’uomo oltre che il poeta, bisognasse rendere Dante seducente. Così ho scritto un romanzo (dal quale è stato poi tratto il film: L’alta fantasia, Solferino, ndr) partendo dalla Vita Nova, che Dante scrive da giovane, quando incontra Beatrice”.

 

Beatrice Portinari, figlia dei vicini di casa. Una famiglia con undici figli, i Portinari: sei femmine e cinque maschi. Beatrice: il grande amore di Dante, impossibile come quasi tutti i grandi amori. “Si conoscono quando hanno nove anni. Lui se ne innamora subito, al solo vederla. E così comincia ad ‘andarle dietro’, come si dice a Bologna”, perché c’è sempre Bologna quando parla Pupi Avati. Bologna, la sua città, con la quale ha un rapporto complicato: ma che torna sempre, in ogni suo discorso, in ogni suo pensiero. Ma andiamo avanti. Che cosa vuol dire andarle dietro? 

“Il significato è letterale: andarle dietro, ossia camminare dietro di lei, insomma seguirla, a 15 barra 17 passi di distanza, senza mai raggiungerla. L’abbiamo fatto tutti, a Bologna. Io andavo dietro a una tale Paola Zuccotti di via Andrea Costa, che ovviamente non ho mai avuto il coraggio di fermare. E’ una storia che racconto sempre, quando parlo in pubblico. Una sera, a Santarcangelo di Romagna, si alzò uno e disse: ‘Ma era mia zia! La zia Paola! Mi raccontava sempre che Pupi Avati la seguiva’. Ne rimasi commosso. Per il fatto che questo signore l’avesse raccontato; per il fatto che lei, Paola Zuccotti, si era accorta che la seguivo; e per il fatto di sapere che la mia Beatrice non c’era più.

 

“Questo racconto dell’andare dietro ti fa capire che una storia del 1274, perché è nel 1274 che Dante e Beatrice hanno nove anni, assomiglia molto più a una storia del 1950, quando io andavo dietro a Paola Zuccotti, che a una storia di oggi. L’andare dietro: quello che non è mutato in sette secoli è stato spazzato via in questi ultimi pochi anni. Oggi nessuno cammina più alle spalle di una ragazza nella speranza di conoscerla.

 

“Ecco, Dante quel percorso d’amore lo fa. Corteggia Beatrice Portinari per nove anni. Tieni in mente il numero nove, perché è un numero magico in questa storia. Dante ha nove anni quando comincia ad andarle dietro. Anche Beatrice ha nove anni, e dopo altri nove decide di fermarsi e consegnarsi al suo inseguitore. Si ferma di fronte alla chiesa di Santa Margherita dei Cerchi, che era la chiesa della sua famiglia. Lei si gira, i due si scambiano gli sguardi. E Dante nella Vita Nova racconta che ‘era l’ora nona di quel giorno’. 

“Dopo quello scambio di sguardi lui resta tramortito. Si rifugia nella sua stanzetta e fa il sogno più inquietante che possa fare: sogna Beatrice, nuda, che gli sta divorando il cuore. E lì comincia a scrivere. Nasce in quell’istante il Sommo Poeta. Capisci che sapere tutto questo fa pensare a Dante in un altro modo. E’ un approccio totalmente diverso a lui, alla storia, alla Commedia”. 

L’amore fatale. Ma Beatrice sposa un altro uomo: Simone Bardi, un finanziere. “E dopo due anni muore. Muore, ne sono certo, consapevole di aver lasciato nel cuore di Dante una traccia indelebile. Ha fatto tutto quello che una donna può fare per diventare indimenticabile. Si fa corteggiare, dopo nove anni si ferma e ricambia lo sguardo, poi muore. Se ne va. Non c’è più. E chi è più presente di chi è assente? Dopo la morte di Beatrice, Dante promette a se stesso di dedicare a lei tutto quello che scriverà, e promette di scrivere quello che nessun altro mai ha saputo scrivere per nessun’altra donna”. 

Nel film Pupi Avati ha quattro attori per interpretare il protagonista. Prima due bambini: un Dante a cinque anni che rimane orfano della mamma e un Dante a nove anni che conosce Beatrice; poi Alessandro Sperduti per il Dante dai 18 ai 36 anni e Giulio Pizzirani per lui vecchio (vecchio per quei tempi, perché Dante morì a 56 anni). Il narratore però è Sergio Castellitto: Giovanni Boccaccio. 

“Nel 1350, ventinove anni dopo la morte di Dante, Boccaccio viene incaricato dai Capitani di Or San Michele di Firenze di portare dieci fiorini d’oro, come risarcimento simbolico, a suor Beatrice, figlia di Dante, monaca nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi, rimasta a Ravenna per far da vestale, da custode delle ossa del padre, mentre i due figli maschi erano rimasti a Firenze, perché era caduta la condanna. Con un viaggio di sei giorni su una carretta del comune, Boccaccio va a conoscere la figlia del poeta che era diventato il suo mito, Dante Alighieri. Aveva letto i suoi versi e ne aveva capito, forse lui solo, l’immenso talento. Così si incarica di svolgere un’indagine su questo misterioso personaggio di cui nessuno sapeva nulla. E scrive dunque la prima biografia di Dante, il Trattatello in laude di Dante”.

 

Testo che è, con La Vita Nova, una delle due fonti di Pupi per il film. Poi ci sono i dantisti che hanno aiutato: Claudio Giunta, Francesco Mazzoni, Ezio Raimondi, Enrico Pasquini e Marco Santagata, e tanti altri, fino all’Accademia della Crusca. “Mazzoni, che non c’è più, fu il primo che contattai, molti anni fa, per raccontare Dante. Anche Pasquini e Santagata ci hanno lasciati: sono morti di Covid l’ultima settimana della sceneggiatura. 

“Ho voluto la consulenza degli specialisti per non commettere errori, ma ho scelto la forma del romanzo per non entrare in competizione con gli accademici. La forma del romanzo ti consente una libertà narrativa”. 

Continuare a studiare, a documentarsi a più di ottant’anni? “Quando ho cominciato a fare il regista ero affascinato dalle figure di sceneggiatori che incontravo. Persone colte, che non smettevano mai di studiare, di informarsi. I registi e gli sceneggiatori erano allora personaggi di un livello altissimo. Avevo trent’anni e mi sentivo in soggezione. Allora ho capito che non bisogna smettere mai di studiare. E il piacere che ti dà la ricerca, lo studio, è enorme. E’ questo che vorrei trasmettere ai giovani: lo studio è un piacere. E questa cosa non so chi altro la dica, chi altro la trasmetta. Vorrei che si tornasse a fare un cinema che ha un senso”. 

Il primo film su Dante. Come si va alla ricerca di Dante? “Di lui si sa pochissimo. E’ uno dei personaggi più misteriosi della storia della letteratura. Anche la sua onniscienza e il suo talento letterario restano un mistero. Dove ha imparato a scrivere? Da dove ha attinto la sua poesia? Dove ha respirato la letteratura? Nessuno, nel suo albero genealogico, ha potuto trasmettergli quella passione e quel genio. La sua famiglia, poi, era una famiglia di usurai. E’ misteriosissimo come Dante sia potuto arrivare a una forma così alta di narrativa. Io penso che molto sia stato originato dal dolore. Dante perde la mamma a cinque anni, gli viene imposta una matrigna e si ritrova un fratellastro: non è già questo un fatto che acuisce la sua sensibilità? E l’amore perduto di Beatrice? E il fatto che gli venga poi imposta anche una moglie, Gemma Donati, la quale viene per giunta da una famiglia ostile agli Alighieri? E l’aver mandato, quando fu Priore delle Arti di Firenze, il migliore dei suoi amici, Guido Cavalcanti, in esilio a Sarzana, consegnandolo di fatto alla morte per malaria? E poi l’essere condannato per baratteria, che sarebbe poi il peculato di oggi, alla decapitazione e al rogo, insieme con i suoi figli?”. 

Che cos’è Dante per l’Italia? “Ufficialmente è il padre della lingua italiana. Ma io chiederei che cos’è Dante per il mondo. Nel settimo centenario della morte si è fatto di tutto per appropriarsene attraverso un’infinità di cerimonie che non ce lo hanno avvicinato. Credo di aver fatto un film risarcitorio nei suoi confronti; credo di aver fatto un gesto di riconoscenza per la bellezza che gli dobbiamo. Dante è il più sublime fra tutti i poeti del mondo e della storia”. 

E che cos’è la Divina Commedia? “La Commedia è un libro sacro. E’ Boccaccio che vi aggiunge l’aggettivo Divina perché ne scorge lo spirito soprannaturale. Io vi vedo una sacralità nella coincidenza fra la scrittura e il percorso umano dell’autore. Lui esule, povero, umiliato, si trova a scrivere questo viaggio fra inferno purgatorio e paradiso. E si trova a doverlo concludere quando è a Ravenna. Dove, per trovare ispirazione per descrivere il paradiso, si fa accompagnare tutti i giorni nella pineta ravennate da un notaio, Menghino Mezzani. In quella pineta Dante cerca la meta della Commedia e della vita. E quando sente di essere “alla fine di tutti i desii”, arriva a vedere l’Amor che move il sole e l’altre stelle. Arriva a vedere Dio. E questa visione coincide appunto, oltre che con la fine della Commedia, con la fine della sua vita. Dante va a Venezia, si ammala di malaria, torna a Ravenna e muore. Muore quando ormai ha assolto al suo compito, quando ormai ha raggiunto la sua meta. Non ha più desii. E’ arrivato all’Oltre, che è Dio. Ecco: lui cercava Dio e lo ha trovato. E’ questo che secondo me rende sacra la Commedia”.

 

Come vorrebbe morire Pupi Avati? “Credo che morire trovando Dio, scoprendolo, sia una delle cose più belle. Vorrebbe dire aver finalmente dato compimento alla propria ricerca di senso, abbandonando la nostra vita così incerta”.