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 2022  agosto 04 Giovedì calendario


A zonzo con Manganelli nelle terre estreme del nord

Chi fa un viaggio rischia di arrivare”, diceva Giorgio Manganelli che, nel frattempo, partì a più non posso (India, Africa, Cina, da via Nomentana a piazza San Silvestro col 60, fino all’incredibile, esotico Abruzzo “produttore di silenzio”) e arrivò dove doveva, e definì il viaggio come uno “spazio longilineo fatto soprattutto di se stesso”, lui che evitava le città belle e le greggi che certe guide incattivite oberavano di capolavori, lui che preferiva lasciarsi cadere nella fessura della geografia, a piombo, accettandone le gravità e le conseguenze, compresa l’ineluttabilità dell’odio – ricordate cosa diceva del Partenone visto di rientro da un viaggio africano? “Superbia geometrica, ignoranza del magma”, insegnandoci a odiare i capolavori con stile e sottigliezza – speriamo la imparino certi manganelliani, verbosi adepti di un culto che, a conti fatti, rifiutava tutti i culti.
 Poi, un bel giorno, Giorgio Manganelli parte per tutti i settentrioni possibili, le terre estreme di Svezia, Islanda, Finlandia, Danimarca, Scozia, Germania, Norvegia, comprese le agognate Fær Øer “instabili come nuvole”. E il risultato è L’isola pianeta (Adelphi 2006, 321 pp., 15 euro), libro da rileggere quest’estate non solo per la ritrovata centralità politica di luoghi solitamente e inevitabilmente appartati – “essere finlandesi significa essere lontani” – ma soprattutto perché lui, Manganelli, è quel fotografo precisissimo e mai noioso di sempre – “essere finlandesi non è da tutti” – capace di riconfigurare la realtà secondo minimi spostamenti logici che aprono squarci di comprensione improvvisa – “essere finlandesi significa essere intensamente solitari”. Alla fine la sensazione è ogni volta la stessa: che la sua intuizione lavori su livelli irraggiungibili di rappresentazione. Manganelli, come uno sciamano, vede a occhi chiusi ciò che tu non vedi a occhi aperti (la sensazione è sempre che tutto esista in funzione della lingua che usa per raccontartela, mai il contrario; sono antireportage, questi reportage, bisogna pur dirlo), Manganelli che vola e tu cammini nella sua ombra, e anche quando l’acrobazia è ardita e sembra esser fine a se stessa, ecco che riprende il comando e ti racconta quel che non riuscirebbe a raccontarti nessuno, perfino una lingua sconosciuta come l’islandese.
 Il mondo sub specie manganelliana è intriso di uno sguardo che fa dell’estraneità la sua forza e, di una certa dotta naïveté, la sua virtuosa, provinciale impudenza – “Reykjavik è una deliziosa cittadina con molte case balocco”. Lo spartito è sì sempre pieno zeppo di diesis e scale improvvise, ma anche di lapidarie rivelazioni indimenticabili – “le isole Fær Øer sono l’esempio più coerente in Europa di cultura della solitudine”; “Monaco sembra una città ragionevole, ma ha avuto dei re assolutamente matti”; “Oslo si è seccata di esser trattata da capitale di provincia ma non è diventata bella, è partita tardi”.
 Manganelli è un uomo del sud che osserva il nord cercando di non farsene subissare e annichilire, è l’uomo della luce gialla che scopre il cielo bianco “intriso di neon” – “ma io sono abituato a un sole tuorlo” – e anche il mare, quel mare, non è mare, ma “materia marina del mare del Nord”. E vien da chiedersi chissà, chissà cosa cercava, uno come Manganelli, in tutti quei settentrioni, tra quelle pietre runiche e qualche sparso protestante congregazionista, in un così “breve spazio di tempeste e rocce”… Forse un se stesso impossibile, un destino che non poteva compiersi, lontananze inabitabili o chissà, al contrario, limpidi vuoti immensi, cromatismi introversi, la consolazione di un’alterità incomprimibile o la decifrazione di un’allusione, l’alfabeto di ghiaccio di una “misteriosa araldica delle origini”.
 Ma la parte sorprendente del libro è il capitolo “Prima dell’altro pianeta”, in cui si parla anche di letteratura, senza dimenticare che un viaggio non è solo fatto di momenti istruttivi, “ma è anche un Bummel, un semplice andare a zonzo vedendo stranezze”.