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 2022  giugno 23 Giovedì calendario


Brexit, tutti i dati di un errore

Sei anni fa gli inglesi hanno votato a favore della Brexit, due anni fa l’accordo sul divorzio tra Regno Unito e Unione europea è stato trovato, firmato e approvato, e oggi ci ritroviamo a chiederci: com’è che è andato tutto così storto in così poco tempo? E no, non è una domanda del 48 per cento che nel 2016 votò perché il Regno Unito restasse dentro l’Ue, non è la solita lagna di chi non era a favore del divorzio allora e ancora non se n’è fatto una ragione oggi. Anzi, se c’è una cosa che gli inglesi tutti (pure gli europei, ma con più fatica) hanno cercato di fare in questi sei anni è stato proprio: accettare. Accettare che la decisione del referendum, per quanto affrettata e fantasiosa, era stata presa e che quindi il compito dei leader del paese fosse quello di farla funzionare. È che la Brexit non funziona. Per ragioni che hanno a che fare con la leggerezza con cui si è pensato di poter abbandonare una comunità che assomiglia a una famiglia senza pagare un prezzo alto, ma anche con delle fragilità strutturali del Regno Unito che da almeno un decennio sono state ignorate dalla leadership inglese. Il governo di Boris Johnson che ha vinto le elezioni con lo slogan “Brexit done” e che ha siglato l’accordo con l’Ue sulla separazione dice che la pandemia e la guerra hanno pesato e pesano molto di più sul Regno rispetto alla Brexit, ma neppure lui trova un numerello, un indicatore che gli dia ragione: deve ricorrere all’ispirazione della globalizzazione imperialista per parlare di futuro. O dare la colpa agli anti Brexit che boicottano il progetto. Ma converrete anche voi che oggi, con l’invasione di Putin in Ucraina, la crisi energetica, la crisi alimentare e uno dei più partecipati scioperi nel Regno, quello dei treni e delle metropolitane, pare di essere ripiombati agli anni Settanta e Ottanta, altro che futuro e promesse di prosperità. E non è un caso che proprio in quegli anni il reticente e insulare regno inglese avesse deciso di gettarsi tra le braccia della comunità europea: forse già allora molti pensavano che non sarebbe durata per sempre, ma che potesse andare tanto male non se lo auguravano nemmeno gli euroscettici. Che cosa è successo allora?
 

I dati della Brexit. L’inflazione nel Regno Unito è stata a maggio, secondo l’Istituto di statistica inglese, del 9,1 per cento, contro il 9 di aprile – il più alto da 40 anni. La Banca centrale inglese prevede a ottobre un’inflazione all’11 per cento. Come si sa l’inflazione cresce in tutto il mondo a causa delle sanzioni imposte alla Russia e al conseguente aumento dei prezzi delle risorse energetiche, ma i prezzi nel Regno Unito crescono dal 2009 e sono cresciuti a un ritmo più elevato dal 2016 in poi. Il centro studi indipendente Resolution Foundation assieme a degli economisti della London School of Economics hanno pubblicato ieri un documento che dice che lo stipendio medio dei lavoratori inglesi diminuirà di 470 sterline ogni anno fino al 2030: il calcolo è su una proiezione fatta con un Regno Unito ancora dentro l’Ue, quindi viene definito “effetto Brexit” in termini netti, cioè a parità di circostanze esterne (la pandemia e la guerra in sostanza). La produttività del lavoro diminuirà dell’1,3 per cento nel 2030 a causa della chiusura dell’economia inglese rispetto a quando faceva parte dell’Ue. Le esportazioni verso il mercato unico diminuiranno del 38 per cento (sempre rispetto a un Regno dentro l’Ue) al quale va aggiunto un 16 per cento di calo dovuto all’adattamento poco rapido e burocraticamente oneroso alle nuove regole. Andate a chiedere ai camionisti che devono andare dall’isola al continente quanto è tutto complicato. O anche agli imprenditori che non riescono a trovare lavoratori che possano operare nel Regno: i voli che saltano in continuazione, mandando all’aria vacanze e progetti, sono vittime anch’essi della Brexit.
 

Il confronto con gli altri. Fino a dieci anni fa, l’inglese medio era ricco quanto un tedesco medio. Oggi è circa il 15 per cento più povero – il 30 per cento se si guarda agli americani. Dal punto di vista commerciale, Londra ha ricostruito i rapporti che aveva quando era membro dell’Ue, ma ora ha una relazione molto peggiore proprio con l’Ue. L’unico accordo che avrebbe permesso al Regno di compensare l’uscita dall’Ue è quello con gli Stati Uniti, ma non è stato trovato l’accordo quando c’era il presidente pro Brexit Donald Trump e ora risulta molto più complicato con l’attuale Amministrazione americana guidata da un presidente che ha origini irlandesi. Ma invece che cercare di liberalizzare il commercio globale come è nelle corde e nelle ambizioni della “global Britain” di Johnson, Londra ha cercato di fare accordi con paesi lontani, come la Nuova Zelanda, che di fatto non fanno alcuna differenza. Tom McTague, uno dei più attenti osservatori del Regno Unito e incredibilmente non tifoso, sintetizza così questi sei anni di Brexit: “La Gran Bretagna ha scelto la versione più dura e più costosa disponibile della Brexit, che lascia il paese diviso e le sue aziende in posizioni svantaggiose, senza però cambiare la natura dell’economia del paese. Così la Brexit è allo stesso tempo più radicale di quanto i suoi sostenitori la immaginassero, con un’economia indiscutibilmente più fragile, e meno radicale di quanto i suoi oppositori pensassero”. L’Ufficio del Budget dice che il pil del paese si ridurrà del 4 per cento rispetto a quanto si sarebbe ridotto restando nell’Ue. Questo comporta una perdita di entrate annue per il Tesoro pari a 40 miliardi di sterline e gli investimenti delle aziende si sono ridotti già adesso del 9,4 per cento. Questo vuol dire che non ci sono fondi per le riforme e per il grande piano di armonizzazione delle varie regioni del paese che di fatto significa rilanciare il nord impoverito e renderlo più simile al sud ricco. In sintesi: la Brexit mette a repentaglio l’unica grande ristrutturazione del Regno necessaria e urgente.
 

Cosa dicono i sostenitori della Brexit. Il Center for Brexit Policy ha pubblicato un suo report sull’andamento della Brexit. Centoquattro pagine in cui chi parla male della Brexit viene additato come un cultore del declinismo britannico, in cui non c’è un dato su commerci e catene di approvvigionamento che dia una qualche ragione al divorzio, ma in cui si parla di cultura e istruzione e di Commonwelth, che è sì uno dei progetti cultural-politici più belli del mondo, ma che c’era anche prima della Brexit. Il consiglio del centro studi è di immaginarsi non quaranta anni fa, ma quando l’Impero britannico era una superpotenza e di fare di tutto per approfondire e regolarizzare i rapporti con gli Stati Uniti: se solo gli americani non fossero così sospettosi. 

Il tormento del Protocollo. Sin dall’inizio dei negoziati sulla Brexit c’era il problema dell’Irlanda del nord. Theresa May aveva indicato la sua volontà di andare verso una hard Brexit: fuori dal mercato unico e dall’unione doganale, perché il Regno Unito non può essere come la Norvegia che si vede imporre indirettamente la legislazione e gli standard dell’Ue. Ma una Brexit dura significa anche il ritorno ai controlli doganali, il che è incompatibile con l’Accordo del Venerdì Santo che garantisce la pace in Irlanda del nord. In effetti quell’Accordo si fondava sull’appartenenza all’Ue e la garanzia che le frontiere sull’isola irlandese sarebbero rimaste aperte. La soluzione? L’Ue ha sin da subito proposto di tenere l’Irlanda del nord con un piede nel mercato unico e nell’unione doganale, concedendole uno status speciale per evitare il ritorno delle frontiere fisiche. Era la prima versione del cosiddetto “backstop”: la rete di sicurezza nel caso in cui non ci fosse stato un accordo di libero scambio tra l’Ue e il Regno Unito in grado di cancellare i controlli doganali. L’idea era di spostare la frontiera commerciale nel Canale di San Giorgio, all’interno del Regno Unito, tra l’isola della Gran Bretagna e l’Irlanda del nord. La risposta di May fu: “Non potrei mai accettarlo”. Impossibile per un premier britannico accettare di trattare in modo diverso due parti del territorio del suo paese. Ma non impossibile per Boris Johnson. Che, diventato primo ministro nel luglio del 2019 perseguendo una Brexit ancora più “hard” di quella di May, non ha trovato di meglio che riproporre per l’Irlanda del nord la prima versione del backstop: separarla dal resto del Regno Unito con un apposito Protocollo. Accordo Brexit fatto il 17 ottobre del 2019. “Un accordo fantastico!”, disse Johnson. Vinte le elezioni con lo slogan “Get Brexit done”, formalizzato il divorzio dall’Ue, tutti si sono dimenticati del Protocollo. Fino alla fine del periodo transitorio e all’uscita del Regno Unito dal mercato unico e dall’unione doganale. All’improvviso è diventato più difficile spedire pacchetti da Londra a Belfast. Le salsicce inglesi dovevano essere controllate nei porti e aeroporti dell’Irlanda del nord prima di finire nei supermercati nord irlandesi. Johnson ha sospeso l’applicazione del Protocollo, poi ha chiesto di rinegoziarlo e ora pretende di cancellarlo unilateralmente. Ma dal Protocollo dipende l’accordo commerciale e di partnership che l’Ue e il Regno Unito hanno concluso per regolare le relazioni future. La Commissione ha sospeso le intese in altri settori (come il programma di ricerca Horizon) e ha lanciato procedure di infrazione. Se Johnson deciderà di andare avanti rinnegando unilateralmente il Protocollo, l’Ue potrebbe lanciare una ritorsione commerciale, introducendo dazi e quote sulle merci britanniche. Sarebbe il ritorno della hard Brexit – ma non dovevamo vederci più?
 

Il paradosso. Il paradosso è che il Protocollo fa bene all’Irlanda del nord. Secondo alcuni dati sperimentali dell’Istituto statistico sull’andamento delle diverse regioni, tra luglio e settembre dello scorso anno la sua economia è cresciuta dell’1,4 per cento – nello stesso periodo, solo Londra ha fatto meglio. Il resto dell’Inghilterra si è fermato allo 0,6 per cento. In maggio, il National Institute of Economic and Social Research ha spiegato così le ragioni del mini boom: “È in parte un risultato del Protocollo e il suo status speciale negli accordi Brexit, incluse condizioni migliori per gli scambi e gli investimenti come parte del mercato unico dell’Ue e l’unione doganale”. Secondo il centro studi, “i legami più stretti con l’Ue, attraverso il commercio e potenzialmente anche la mobilità del lavoro, hanno portato beneficio all’Irlanda del nord post Brexit”. Dopo la fine del periodo transitorio della Brexit, le imprese nordirlandesi hanno iniziato ad adattarsi, le catene di approvvigionamento sono state cambiate, le importazioni dalla Repubblica d’Irlanda sono aumentate, quelle dalla Gran Bretagna si sono ridotte. Il Protocollo è stato pensato dall’Ue come il migliore dei due mondi, con l’Irlanda del nord ancora parte del mercato unico, ma integrato al Regno Unito, in grado di attrarre investimenti globali nel settore delle merci e dei servizi. Solo che il potenziale di questo modello non può essere sfruttato a causa dell’incertezza creata da Boris Johnson.
 

Il Regno Unito il prossimo anno avrà la crescita più bassa del G20, se si esclude la Russia sotto sanzioni. Il paese ha ripreso sì il controllo delle frontiere e dell’immigrazione, ma come accade anche nella vita un conto è avere il controllo un altro è saperlo esercitare, dopo aver voluto a tutti i costi un divorzio poi.