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 2022  maggio 14 Sabato calendario


Carlo Calenda meriterebbe una serie tv

L’ultima avventura è nota, entri (e poi esca) la “mistress”, candidata su quel ramo del lago di Como per Azione, il suo partito, quello di Carlo Calenda. Doha Zaghi (che nome), da Parma, o forse Carpi, “mistress” appunto, performer di erotiche performance, candidata alle comunali del 12 giugno, prontamente ritirata da Calenda, che non sapeva, dice, delle performance. Le performance avevano a oggetto tra l’altro Salvini. “Hypnotist, money mistress e dominatrix”, la trentunenne di Parma o Carpi che si è spinta fin lassù, ai laghi. “Gira un video da dominatrice prendendo a calci nelle parti intime un poveretto con la maschera che mi raffigura e recita frasi blasfeme” ha scritto Salvini. “Se queste sono le proposte di chi avrebbe voluto amministrare la splendida città di Como complimenti”. Ha ribattuto Calenda: “La signora è stata fatta ritirare come era doveroso avendo appreso i suoi trascorsi. Ma da uno che da ministro non si presentava in ufficio e beveva moijto in mutande al Papeete, lezioni di etica e forma anche no. Controlla inetti, indagati e fascistoidi nelle tue liste piuttosto”. Calenda dopo una settimana è ancora lì, a protestare, contro i giornalisti, “Oggi ci sono 30 articoli sulla ex candidata dominatrice. Ho finalmente capito come andare sui giornali. Altro che piano sul nucleare o sulla sostituzione del gas russo (0 articoli), bisogna buttarsi su altri lidi”. E poi, ripostando un video di un altro leghista, un certo candidato regionale della Lega che si autofulmina con un taser (siamo chiaramente nel libro di Ceccarelli): “A sto punto meglio una che frusta gli altri di uno che si autofulmina col taser”. E del resto non si capisce se la povera mistress risulti ineleggibile in quanto mistress oppure per lo scarso fair play con Salvini. Di certo la mistress casca male, bad timing, direbbe Calenda, proprio mentre va in libreria “La libertà che non libera”, il suo ultimo libro (di Calenda, non della mistress), edito dalla Nave di Teseo, terzo di una trilogia. “Questo libro completa la riflessione politica iniziata con Orizzonti selvaggi e portata avanti con I mostri, sulla crisi dell’Occidente e dell’Italia”, scrive l’autore. “Sono convinto che non ne abbiamo ancora compreso la profondità e la portata. La percepiamo, ne viviamo gli effetti, ma non ne capiamo a fondo le ragioni. Non riusciamo a ‘ordinarla’ nel nostro pensiero. Forse perché l’idea stessa di ordine è diventata estranea alle nostre coscienze”. Il libro terzo dell’Opus calendianum è impregnato di cultura romana, non nel senso di Gra ma di classicità a partire dall’epigrafe di Orazio – “Vi è una misura nelle cose, vi sono precisi confini oltre i quali e prima dei quali non può consistere il giusto”. Parole che sarebbero degne di quei magnifici personaggi di onorevoli democristiani portati al cinema da Ugo Tognazzi, di veneti timorati e spietati, ma che non c’entrano nulla con Calenda. 
Intendiamoci, qui si è fan di Calenda, si hanno molti amici Calenda, sono così sensibili. Però, ecco, la tirata sulla misura, non ce l’aspettavamo, perché quello che rende amabile Calenda è il suo essere proprio smisurato, la verve twitteristica, l’indignazione perenne, il buttarla in caciara, l’essere single dad, la parlata strascicata, il prendere e perdere peso come un attore americano, quella cosa così romana, nel senso di Gra, del rosicare. Quell’entitlement che se ci fosse a Roma una sorta di Eton ne avrebbe fatto un Boris Johnson, invece c’è il Canottieri Aniene e abbiamo (per fortuna) Calenda. Così da lui l’enciclica proprio non ce l’aspettavamo, ma dev’essere stato il viaggio nella Grecia classica. Un Calenda iper-socializzato tramite Instagram e Twitter, centomila follower su Instagram e trecentomila su twitter, ha raccontato infatti il suo grand tour classico sulle rovine classiche come manco la Ferragni agli Uffizi.
  
Come nei Ferragnez, vorremmo la serie, altro che libro. I Calendas. Senti come suona bene. Un po’ perché mancano dinastie romane, soprattutto di fascia alta, un po’ perché hanno “er cinema” nel sangue, e potrebbero farla “in home”, come direbbe Calenda, un po’ perché c’è tutto: Roma, er cinema appunto, la politica, l’ambizione, la commedia all’italiana. Ovviamente il protagonista è lui, Carlo Calenda, già top manager, già ministro, già ambasciatore, già padre ragazzino, infaticabile frequentatore dei social, twittatore della prima ora (anzi, della controra. Calenda ha l’abitudine a intervenire nei grandi dibattiti nel tardo pomeriggio, come se venisse da pause post-prandiali infinite). Invece sarà bioritmo, si sa che è infaticabile. 
Iperattivo, umbratile, una ne fa e cento ne tuitta, non reprime nulla. Celebre la volta che disse al pubblico di proprietari delle Dimore storiche (assise così calendiana): “Vedete questa cicatrice che ho sulla faccia? Me l’ha fatta Moroello vent’anni fa”, ed era una scazzottata a un ballo (Moroello è Moroello Diaz della Vittoria Pallavicini, principe romano coi soldi, oltre ai cognomi, discendente del Duca della Vittoria).  

Quando lo si andò a trovare nel suo ufficio da ministro dello Sviluppo economico, fila di dignitari alla porta (“welcome mr. Ambassador!”, e poi a me: “è l’ambasciatore dell’India!”), e giù una nuvola di Marlboro, una dietro l’altra. Fumo di Londra, come Albertone, anche se la sua tenuta è piuttosto jeans, timberland e blazer blu. Stile montezemoliano, come del resto il suo mentore, che lo volle assistente alla Ferrari, e poi ovunque. Se Montezemolo non scese mai in campo, Calenda scende in continuazione. Golden boy renziano, dunque ambasciatore, viceministro, ministro, poi eurodeputato del Pd, poi esce dal Pd e fonda Azione, con cui punta al venti per cento. Questa la misura. 

Per la sua conquista (tentata) dell’Urbe come sindaco nel 2021 conquistò effettivamente il venti per cento, perdendo con onore. Per la missione fece fare delle polo blu elegantissime con la scritta “Azione”, che qualcuno pensò fosse il nome di una barca. In polo percorse le ignote periferie romane con piglio colonialista (lontani i tempi in cui scorrazzava per il Mozambico con jeans, camicia e blazer blu, per una missione di pace, nell’agosto 2014, quando mediò tra governo e ribelli. “Gli italiani sono stati decisivi per l’accordo di pace raggiunto in Mozambico tra il governo e i ribelli”, disse all’epoca il premier Renzi, e da lì nacque l’innamoramento per l’ambasciatore dei Parioli. Che diventò, caso rarissimo in Italia, davvero ambasciatore, anzi “rappresentante permanente”, a Bruxelles, solo che la sua permanenza è durata 40 giorni, giusto in tempo per fare infuriare i diplomatici di carriera che non amano queste incursioni di campo. Ma “Calenda è andato in moto nella foresta per incontrare gli esponenti dei ribelli”, raccontò il premier in conferenza stampa. Rimane la foto di lui trasportato su una motoretta, a Maputo, coi jeans, il blazer e gli occhiali da sole in mezzo alla sterpaglia: con una faccia un po’ perplessa, tipo “quanto manca per piazza Ungheria?”. In realtà nel clan Calendas la diplomazia c’è nel sangue: il nonno paterno, l’omonimo Carlo (famiglia araldica napoletana, un avo collaboratore del premier Giuseppe Zanardelli, dunque civil servants in purezza) fu ambasciatore, e in prima linea, meglio che a Maputo. Capo missione a Tripoli durante l’avvento del colonnello Gheddafi, poi a Nuova Delhi, infine consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Pertini al Quirinale.
  
Tra Maputo e i Parioli ovviamente conta anche l’altro nonno, Luigi Comencini, che gli fa fare il ruolo di bambino Enrico nel celeberrimo “Cuore”, in questa famiglia allargata fatta di aristocrazia, un po’ di economia, tanto cinema: la nonna materna – ci tengono tantissimo – è una principessa Grifeo di Partanna, la sorella Giulia è affermata sceneggiatrice (“Come un gatto in tangenziale”), Francesca e Paola Comencini sono le zie, il clan degli Infascelli è collaterale. Si riproducono presto e con facilità: alla mamma Comencini va la dedica del libro – “A mia madre, che mi ha trasmesso la passione per i grandi ideali e la fiducia per perseguirli”. “Ci scambiano sempre per fratelli”, è una frase che Calenda ripete spesso. È ossessionato da questa cosa dell’età, la ripete in continuazione, e anche nella regolamentare foto per la festa della mamma l’8 maggio, ha postato una foto di loro due, con Calenda neonato, e la didascalia: “Questa è l’ultima foto in cui sembravo più giovane di lei”. Anche lei madre ragazza se non ragazza madre (17 anni non ancora compiuti): lo alleverà col compagno Riccardo Tozzi, leggendario produttore cinematografico di zeitgeist, il più ganzo del clan Calenda. E lo stesso Carlo ha avuto una figlia, Tay, a soli 16 anni: con una segretaria di Tozzi. Segue cacciata di casa. Poi si è sposato con Violante Guidotti Bentivoglio, manager di antica schiatta, con cui ha avuto altri tre figli, presenza solida e discreta, che sembra l’unica a tenerlo a bada. Oggi sono tutti amici, vanno tutti in vacanza insieme, una famigliona allargata, come nel viaggio ad Atene della primavera del 2022 che contraddistingue la fase neoclassicista di Calenda. 

A Pasqua, infatti, viaggio iniziatico nella Grecia classica, tra Micene e Delfi, dove erano riconoscibili altri membri dei Calendas in questo viaggio con organizzazione di pullmini, traghetti, aerei, per il gruppo vacanze. Il padre, Fabio Calenda, economista e romanziere, per anni all’ufficio Studi di Banca Intesa, ha all’attivo tre romanzi, il fantasy-thriller archeologico “La porta del tempo” e “Rosso totale”. Poi qualche anno fa nonostante il know-how finì nelle grinfie del “Madoff dei Parioli”, un finanziere-truffatore che truffò i meglio patrimoni romani, e ne tirò fuori un altro libro, “I soldi sono tutto”, romanzo un po’ a chiave, in cui c’era pure un figlio “primogenito, adorato dalla madre e precocemente affermato all’estero come investment banker, la cui sola esistenza sembra rinfacciargli la sua mediocrità”. Cristina Comencini, c’era pure lei alla presentazione del volume, su una terrazza romana, che sembrava più una riunione di autocoscienza, tra maglioncini di cachemire e “ci vediamo in tribunale” e “ci vediamo a Cortina”, di tutti quei truffati-chic. 

Ma i Calendas sono unitissimi e anche nel viaggio greco eccoli tutti in favore di Instagram. “Haec ornamenta mea”, “Questi sono i miei gioielli”, sembra dire il Calenda qui trasfigurato in Cornelia, figlia di Publio Cornelio Scipione Africano che sposando Tiberio Sempronio Gracco divenne la “Madre dei Gracchi”. “Papà ci ha cresciuti con i racconti omerici e la mitologia greca!”, ha scritto Calenda in uno degli innumerevoli post durante quello ormai noto come Il Viaggio Greco. “Padre e fratelli sulla rocca di Micene”. “Tutti rigorosamente in Lacoste blu”, commenta un follower. “L’emozione di leggere il discorso di Pericle agli ateniesi, nell’agorà di Atene. La democrazia non è mai stata spiegata meglio”, scrive ispirato a commento di un filmato dove si vede lui declamare su una rovina. Commenta un follower: “Grande carlé vorremmo troppo partecipare a questi momenti culturali a patto di andarsi poi a scofanare di souvlaki e moussaka”.
  E ancora: “Il tempio di Poseidone a Capo Sunio!”. (maltempo): papà in versione Eschilo (con cappellone e impermeabile). “La vista dal Megaron. Qui fu ucciso Agamennone”. “La tomba di Clitennestra!”. “Nella tomba di Egisto”. “La panoplia di Dendra!”. E poi ancora Prassitele, Nauplia, Platea, Olimpia, Maratona, Corinto. Alla centesima diapositiva qualcuno gli ha fatto notare che forse era troppo e lui è sbottato, perché è Calenda, smisurato. “C’è chi considera inappropriato per un politico declamare Pericle ma non apparire con una carbonara o un coniglio” (il fatto che siano un po’ la stessa cosa, cioè l’idea del postare freneticamente tutto ciò che si fa, non lo sfiora). La sindrome Winckelmann covava già negli ultimi mesi, già c’era stata la versione gita scolastica, viaggi di istruzione con gli incolpevoli figli – una capitale ogni mese!, e foto dei poveracci zaino in spalla. Poi lo showdown classicista, a Pasqua, quando ha sganciato una bomba a grappolo di post.  
Il Viaggio greco ha influito molto su Calenda. Al suo ritorno ha dato un’intervista al Corriere. “Liceo obbligatorio per tutti! – ha tuonato. Gli studi professionali e tecnici devono essere rinviati a dopo. Prima, dobbiamo formare uomo e cittadino. In una società del benessere, fino a 18 anni, s’imparano arte, storia, musica, cultura”. E poi: “I ragazzi andrebbero sottratti alle famiglie e messi a scuola anche al pomeriggio, portati a visitare i musei, i siti archeologici”. Oltre al liceo obbligatorio, la fase Winckelmann prevede anche uno stoico distacco dal denaro. Sempre al Corriere, ha ricordato che a fare politica non solo non si è arricchito ma ha perso un sacco di soldi, mentre prima guadagnava un milione all’anno. A un certo punto lavorava a Napoli (all’interporto campano, creatura di Gianni Punzo, socio nei treni montezemoliani Italo) e a pranzo andava a Nerano a mangiare i famosi spaghetti alle zucchine, in barca. Un po’ Tiberio a Capri. Ma adesso non lo farebbe più. Nel libro condanna tra gli altri lo smart working, Airbnb, Jeff Bezos e soprattutto la “hybris, è fondamentale riuscire a tenere sotto controllo la hybris dell’uomo moderno, l’orgoglio che si manifesta con un atteggiamento smodato e insolente che sfida ogni autorità e precetto”. “Il modo migliore per festeggiare il compleanno di Roma è approfondirne la storia”, ha postato febbrilmente il 21 aprile. “In particolare quella di epoca repubblicana. L’ethos romano è una guida validissima per il mondo più duro che dobbiamo affrontare”. A me m’ha rovinato l’ethos, direbbe Albertone.