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 2022  maggio 14 Sabato calendario


Kharkiv è libera dai russi

 Il ritiro dal nord di Kharkiv è il più importante passo indietro russo da quando l’esercito di Mosca ha abbandonato Kyiv, dopo aver tentato di accerchiarla per più di un mese senza riuscirci. I russi sono in affanno e rinunciano, la controffensiva ucraina li costringe a scegliere dove concentrare le forze e a non tenere troppi fronti aperti contemporaneamente. Kyiv sa già che quei soldati non spariranno per molto tempo e si aspetta di ritrovarli a Izyum – città che i russi hanno occupato un mese fa – oppure a Lyman e a Severodonetsk, in Donbas. Gli ucraini sanno anche che i russi non danno il tempo alle loro truppe di riposarsi prima di tornare al fronte (è già successo con le unità traslocate a est da Bucha, da Irpin e da tutta l’area nord che sovrasta la capitale): è questione di settimane e bisogna farsi trovare pronti.
  Ma oggi Kharkiv è libera, e anche il tenente Moschchonsky non deve andare al fronte ma alla stazione a prendere i suoi genitori che tornano a vivere in città. Ci sono le auto con le famiglie e gli scatoloni che arrivano nei quartieri residenziali abbandonati i primi giorni dell’invasione, mentre chi non se n’è mai andato nell’ultima settimana ha smesso di frequentare il bunker. È sparito il silenzio interrotto solo dai colpi ed è tornato un po’ di traffico in centro, non più esclusivamente alle code prima dei checkpoint – dove adesso i militari sorridono e lasciano passare dopo controlli rapidi. C’è un intero quartiere in pezzi, Saltivka, e ora l’artiglieria russa (per la prima volta in quasi due mesi e mezzo) è troppo lontana per colpirlo.  
Così ci si può permettere di ragionare in prospettiva: sui soldi che servono, sulle cose da rifare com’erano e quelle da cambiare in meglio – gli architetti locali lavorano ai progetti pro bono e c’è un artista di graffiti, Gamlet Zinkivskyi, che colora le pareti rimaste intatte con i suoi murales (che non parlano di guerra). A marzo era stata creata un’organizzazione di istruttori e insegnanti che andava a fare lezione nella metropolitana in cui vivevano migliaia di persone: c’erano corsi di cucina, di inglese, di yoga, quello di teatro dell’attrice Alla Von Bovt e quelli dei professori dei liceo e delle scuole elementari della città. Con la fine delle bombe e la primavera, l’organizzazione non si è dissolta ma le lezioni si sono spostate nei parchi e nelle piazze. 
I ristoranti e le caffetterie riaprono più lentamente dei grandi magazzini, ma per incontrarsi ci sono i viali alberati con i marciapiedi larghissimi e le aiuole curate: si passeggia oppure si prende il sole e si chiacchiera sdraiati sui muretti e sulle panchine.
 Kharkiv è un simbolo perché qui c’è stata la prima avvisaglia della brutalità russa all’inizio dell’invasione, il primo avvertimento sui metodi che i russi sarebbero stati capaci di usare e che poi hanno usato. Prima di Bucha, prima delle bombe sull’ospedale di Mariupol e poi sul teatro municipale: un lanciarazzi multiplo aveva sparato contro la facciata del palazzo dell’amministrazione regionale in piazza dell’Unità. 
A Kharkiv, oggi, mettere ordine non significa solo potare gli alberi, spazzare via le macerie e ricostruire le case: il procuratore locale è stato il primo a promettere un processo pubblico per crimini di guerra contro i soldati russi, catturati prima e durante la controffensiva. Mettere ordine significa anche scoprire cosa è successo nei villaggi appena liberati e l’indagine da cui partire è quella su un’evacuazione di civili partita da Vovchansk il 4 maggio. Il convoglio di quindici auto che scappava dall’occupazione russa con le bandiere bianche bene in vista è stato colpito dall’artiglieria all’altezza di Staryi Saltiv. Tra i corpi carbonizzati dentro le auto c’è quello di Sofia Raetfska, una ragazza di quattordici anni che a Kharkiv conoscono tutti e tutti la cercavano da settimane, da quando i suoi amici avevano lanciato un appello pubblico su Facebook per ritrovarla.