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 2022  maggio 03 Martedì calendario


Cartoline dalla Biennale di Venezia

La Biennale è un Salone del mobile: il padiglione italiano curato da Eugenio Viola, col suggestivo titolo “Storia della Notte e Destino delle Comete”, e un progetto monografico – per la prima volta – di Gian Maria Tosatti, è una scenografia luddista che celebra il Covid e la deindustrializzazione ma fascinosamente, con officine deserte e interni disabitati che sembrano annunci immobiliari horror di Idealista con cementine sbilenche a terra nelle case “ottimo investimento”. Motori sospesi, cucitrici abbandonate, e poi un gran mare con lucciole – citazione d’obbligo pasoliniana: “Darei indietro tutta la Montedison per riavere le lucciole” (non tanto carino però proprio mentre cadono i 30 anni del Moro di Venezia gardiniano). Scenografie anche al padiglione francese, menzione speciale, tutto un set cinematografico con pista da ballo e bar à la Casablanca, tra comò da nonna Speranza e reminiscenze algerine, indagando sulle prime coproduzioni Italia-Francia-Algeria (quest’anno, è appena passato il fondamentale anniversario della fine della guerra d’Algeria, marzo ’62, passato abbastanza inosservato). Anche, tecnigrafi con i set pronti per “lo Straniero” del ’67 di Visconti, produzione Dino De Laurentiis. Uno direbbe: sì, ma l’opera ’ndo sta? Ma la scenografia è l’opera stessa (della regista-artista Zineb Sedira). 
Nel padiglione britannico, la vincitrice morale di questa Biennale, Sonia Boyce, paladina dei diritti neri, mostra gorgheggi di cantanti afrodiscendenti, registrate presso Abbey Road. La Slovenia pare fuggire dall’impegno cavandosela coi suoi pescioni che sembrano usciti dalla balena di Pinocchio, opera dell’artista Marko Jakse mentre Malta, il padiglione forse più elegante, con la mostra “Diplomazija Astuta” reinterpreta la “Decollazione di san Giovanni Battista”, la pala d’altare maltese di Caravaggio, come un’installazione e anche un po’ fonderia che riavvicinerà i visitatori lombardi. Con una tecnologia a induzione, Arcangelo Sassolino fa scorrere piccole gocce di acciaio fuso da una struttura sovrastante all’interno di sette vasche rettangolari riempite d’acqua, ognuna delle quali rappresenta un soggetto della Decollazione. A contatto con l’acqua, l’acciaio fuso dalla tonalità arancio brillante sfrigola, si raffredda e arretra nell’oscurità. 

Ma uscendo dalle cupezze, la Lettonia è una scenografia di una casa piena di ceramiche e chincaglierie come certe case di vecchie zie collezioniste di souvenir (magari proprio veneziani); nella Nuova Zelanda la mostra Paradise Camp di Yuki Kihara pare un allegro negozio Havaianas e partendo da Gauguin riflette sull’uso e abuso delle isole Samoa, in dodici tableau fotografici a colori saturi e fa un “talk show” in cinque episodi, che per colori pare Rete4 (ma senza ministri russi). 

E questo è solo una parte: impossibile vedere tutto, Venezia si conferma l’inferno in terra per chi soffre di Fomo, se hai visto cinque padiglioni, il più bello sarà il sesto, e sarà almeno un isolotto lontanissimo, come il leggendario vaticano di qualche anno fa. La festa giusta è sempre un’altra. Tutti si comunicano i record di passi e i km fatti sul telefono. Nei giorni dell’inaugurazione, preview di preview, influencer embedded un po’ de quarta, Remo e Augusta Proietti redivivi, verso cene con ministri. Trionfo di motoscafi lucidi – il vaporetto è il grande assente dall’Instagram biennalesco. Si pensava di aver fatto partenze intelligenti venendo dopo, invece nelle settimane successive non si scampano le folle comunque. In generale, attendendo il Salone torinese del libro, e quello Milanese del mobile, c’è tutta una gran continuità, tote bag come signifier (te vedo, nun te vedo), tra “allestimenti” che sono opere, con tanti fuorisaloni. Venezia come le Cinque vie, calli e campi allestiti e brandizzati. Le mille cene – Prada Dior Vuitton – i pop up, le edicole restaurate e colonizzate dai brand. I 90 anni di Arrigo Cipriani. Musei che riaprono (Fortuny). Grandi “collaterali”: Il surrealismo alla Guggenheim, Marlene Dumas a Palazzo Grassi. Anche più interessante che, forse per motivi fiscali, ma Venezia pare nuovamente “sulla mappa” della stramba geografia globale del dopo-Covid. Il real estate ne risente. Americani e inglesi e francesi che tornano a viverci, tutto un Henry James o David Leavitt (“Il decoro”, l’ultimo romanzo, brutto, tratta di una coppia che da New York viene a vivere proprio a Venezia); primari artisti-galleristi che hanno aperto o stanno per aprire: Anish Kapoor che si è comprato all’asta da Cassa depositi e prestiti il palazzo Manfrin; il ganzissimo bilionario-filantropo franco-americano Nicolas Berggruen dalla Fondazione Venezia si è preso la Casa dei Tre Oci per farne il centro europeo delle attività del suo Istituto losangelino. Il romano/irlandese Lorcan O’ Neill che sta pure per aprire. Il centro di tutto pare però Anselm Kiefer a palazzo Ducale, che la curatrice Belli con geniale sadismo fa raggiungere solo dopo un giro completo del palazzo, comprese prigioni e Ponte dei sospiri, insomma gita scolastica, e però funziona, lo choc d’arrivare sotto i Kiefer giganti c’è. Ma è anche la scusa per rivedere Tintoretti oversize, il 7x24 (metri!) nella Sala del maggior consiglio, per riflettere sul passato e sul presente (all’epoca era tipo l’Assemblea generale dell’Onu, o la West Wing, però affrescata, mettiamo, da Hirst oggi. O proprio da Kiefer). Ma se in libreria sono “sold out” i libri della Carrington, grazie alla pubblicazione Adelphi e a questo cognome così Dynasty, oltre al “Latte dei sogni”, titolo prestato alla Biennale, quanti riscopriranno Andrea Emo, famiglia di veri “oligarchi” veneziani doc, discendente di Angelo, l’ultimo capitano “da mar” della Repubblica di Venezia che sconfisse più volte i Turchi (e titolare di una via molto commerciale al quartiere Trionfale, a Roma)? Un gattopardo vero, nichilista misterico filosofo da camera che non pubblicò mai niente in vita, scrivendo, a mano, bestiali quantità di taccuini poi pubblicati postume. Quattrocento quaderni, quarantamila pagine. “Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce”, annotazione del 1964, oggi sottotitolo della mostra kieferiana, che forse sottintende morte e rinascita o forse è monito contro la stronzaggine narcisistica del presente. Amico d’Arbasino, che lo descriveva “vecchio patrizio pensatore che ispirava riserbo, ritegno, decoro: come un ritratto del Tintoretto”; Emo era “l’autore più Adelphi che avessi mai incontrato”. Amico pure di Flaiano e di Cristina Campo. E a un personaggio di “Andrea o I ricongiunti” di Hoffmansthal, aristocratico viennese che scende nella Venezia settecentesca in un viaggio iniziatico. Perfetto dunque per la celebrazione dei 1600 anni di Venezia e dunque perché no di questa fase milanese, nella città che nasce e rinasce, tendenza “week”: aperitivini, calicini, eventini, e il milanesissimo Homo Faber rassegna di alto artigianato con “fuorisalone” ovunque (e chissà mai le difficoltà logistiche, tutto su acqua). I veneziani si lamentano, si poteva spalmare un po’ su tutto l’anno, non tutto insieme. Intanto, scontri con feriti tra vaporetti (ma, nelle stories, questi non si vedono mai).