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 2022  gennaio 22 Sabato calendario


Le capitane coraggiose

Questi marinai sono dei professionisti incredibili che sono stati addestrati duramente per assicurare che siano pronti a tutti gli obblighi che emergeranno durante il loro incarico. Non ho dubbi che rappresenteranno con orgoglio il nostro paese e ne difenderanno gli interessi”. “Su, uomini del mare! All’abbordaggio!”. “A dire il vero, io non dovrei nemmeno essere qui… Ho capito che sarebbe stato difficile trovare un sostituto così in fretta. E il responsabile della missione mi ha comunicato al telefono che non c’era davvero nessun altro che potesse assumere il comando della nave. Se non lo avessi fatto io, la nave non sarebbe potuta partire, nonostante l’equipaggio fosse già pronto. Ho capito che era mio dovere accettare e ho fatto i bagagli. E così eccomi qui ora su una nave all’ancora nel torrido caldo dell’Europa meridionale. Oltre al fragore delle onde, sento solo frammenti di conversazione; per il resto tutto tace”. “Sire, nelle battaglie navali dell’Eubea io non ho mostrato la minima viltà, ed allora rifulse il mio valore. Posso quindi esprimere la mia vera opinione, il mio consiglio più saggio in difesa della tua potenza. Ed ecco che cosa ti dico: risparmia la flotta, non dare battaglia. Per mare i nemici sono di tanto più forti delle tue truppe di quanto gli uomini lo sono delle donne. Che cosa ti costringe a correre il rischio di battaglie navali? Non è in tua mano Atene, per la quale hai intrapreso questa spedizione? Non è in tua mano il resto dell’Ellade? Nessuno ti sbarra la strada. Quelli che ti si sono opposti hanno avuto la sorte che meritavano”. Due delle donne che hanno pronunciato queste frasi sono vive, una è morte due millenni e mezzo fa, una è vissuta solo nella fantasia. Due di queste quattro erano dalla parte della legge; due contro, anche se il concetto andrebbe forse sfumato. Due hanno navigato nel Mediterraneo, una nei Caraibi, una nel Pacifico. Una è statunitense, ma con il cognome di chiara origine tedesca; una è proprio tedesca; una era italiana, ma di madre fiamminga; una era mezza greca e mezza anatolica, ma al servizio della Persia contro altri greci. Tutte quante sono, e sono state, donne al timone. Capitane coraggiose, o comunque professionali. In una professione che fino a tempi recenti è stata tipicamente maschile, ma di cui però più di una clamorosa eccezione è stata tramandata da storia e letteratura: a essere più precisi, da una storia che aveva ambizioni di letteratura, e da una letteratura che voleva ispirarsi alla storia. In teoria, va detto, le donne hanno iniziato a comandare navi importanti da pochissimo. La prima fu nel 2007, la svedese Karin Stahre-Janson, cui la Royal Caribbean International diede il comando della Monarch of the Seas: 2.400 passeggeri e circa 850 membri dell’equipaggio. La prima italiana è stata nel marzo del 2016, Serena Melani, con la nave da crociera Seven Seas Mariner: 210 metri appartenenti alla flotta Regent Seven Seas. E la notizia che arriva adesso è quella di Amy Bauernschmidt: cognome originario della Baviera che indica un avo contadino e fabbro allo sesso tempo, pilota di elicotteri di formazione, con ben tremila ore di volo sulle spalle, ma poi diventata la prima donna capitana di una portaerei nucleare americana. Quella Uss Abraham Lincoln che ha base nella californiana San Diego, e di cui ha ora preso il comando dopo nove mesi di esercitazioni a terra e in viaggio verso l’area indo-pacifica, proprio mentre le tensioni fra Cina e Taiwan salgono. Per questo una volta nominata ha sentito subito il bisogno di salutare i suoi sottoposti. Ma “è un giorno fantastico”, ha pure detto sorridente. Nata a Milwaukee, nel Wisconsin, Baurschmidt terminò la Navy Academy proprio in quel 1994 in cui fu consentito alle donne di servire sulle navi e sugli aerei da combattimento degli Stati Uniti. “Quella legge ha cambiato la mia vita”, ha ammesso in una intervista. “Sapevo e mi sentivo onorata, insieme alle mie compagne di classe, di aver il privilegio di poter servire con gli altri camerati in combattimento”. “Servire il proprio paese vuol dire contribuire a qualcosa di grande. Mi auguro di poter essere una mentore per gli uomini e le donne in servizio”, aveva aggiunto. Pilota dal 1996, era stata inviata a bordo del cacciatorpediniere Uss John Young nel Golfo Persico, e prende ora il posto di Walt Slaughter. Una donna al comando di una nave superpotente di una superpotenza, e dunque con un profilo in teoria opposto a quello della tedesca Carola Rackete. La comandante della Sea-Watch 3, che si fece invece immagine di pirata e corsara quando nel giugno del 2019, 31 anni appena compiuti, forzò la chiusura del porto di Lampedusa per sbarcavi 42 migranti soccorsi in mare, e fu arrestata con l’accusa di resistenza a una nave da guerra e tentato naufragio. Figlia di un tenente colonnello della Bundeswher esperto di spionaggio elettronico e sminamenti, operata con il laser per guarire da una miopia che le avrebbe impedito di conseguire una laurea in scienze navali e trasporti marittimi nel 2011, dopo essere stata primo ufficiale di coperta per spedizioni polari, responsabile della sicurezza in navi da crociera e secondo ufficiale per Greenpeace, forse stressata aveva deciso di dedicarsi alle farfalle. “Quando è arrivata la email che mi avvisava che il capitano in servizio non era disponibile, stavo lavorando come praticante in un programma di protezione ambientale in Scozia”, ha raccontato nel suo libro Il mondo che vogliamo. “Raccoglievamo dati sulle farfalle, rimettevamo in sesto sentieri e, infine, da tre giorni stavamo invasando piantine di pino silvestre in una serra, sotto la pioggia battente. Era tutto molto bello: i ripidi pendii della montagna, le creste ricoperte di cappe di muschio scuro. L’odore dei prati e della pioggia, che si mescola al profumo dei fiori delicati e della resina delle conifere. La sera, i richiami lunghi e dilatati delle strolaghe sopra il lago nebbioso. L’aria era così fresca e profumata che avrei voluto stare tutto il giorno all’aperto”. Ma, appunto, arrivò la chiamata, si ritrovò sulla “nave all’ancora nel torrido caldo dell’Europa meridionale” da cui siamo partiti, e passò sia alla storia, sia alla cronaca giudiziaria. Salvini, si ricorderà, da ministro dell’Interno rifiutò di consentire l’attracco della nave fino a quando altre nazioni europee non avessero accettato di prendere i migranti, e accusò la capitana di aver tentato di affondare una motovedetta italiana che stava cercando di fermarla. “Un atto di guerra” disse, definendola anche “sbruffoncella”. Si spaccarono opinione pubblica e mondo politico in Italia e in Europa, la filosofa Donatella Di Cesare la paragonò alla Antigone di Sofocle, ma alla fine Gip e Cassazione la scagionarono. Presidente federale tedesco, presidente del Bundestag e governo tedesco furono tra coloro che la difesero, salvo che poi il 12 novembre 2020 è stata arrestata dalla polizia regionale dell’Assia nella foresta di Dannenrod, mentre da una capanna su un albero, vestita con un costume da pinguino, protestava contro l’abbattimento di 27 ettari di bosco per il completamento dell’autostrada A 49. Come dire: scherza coi fanti, ma lascia stare i santi! Eroina, se certe cose le fai in Italia; delinquente, se ci provi in Germania. Ma che il confine tra lecito e illecito possa essere labile, specie in mare e specie per un capitano donna, lo dimostra in fondo anche la storia di Dolores del Castillo. “Nella torretta di poppa stava la capitana, con ambe le mani ferme sulla ruota del timone e gli occhi fissi sulla bussola il cui quadrante era illuminato per di sotto. Quella donna che comandava la manovra come il più intrepido lupo di mare, e che guidava di suo pugno la propria nave, avventandola con una sicurezza meravigliosa (…) era davvero ammirabile”. “Aveva deposte le vesti femminili, niente affatto adatte in mare ed indossava un elegante costume che faceva risaltare doppiamente il taglio perfetto della sua persona alta e slanciata e pieghevole come un giunco. Ma che splendida creatura era quella donna che sfidava così intrepidamente la morte”. “Poteva avere venticinque anni e fors’anche meno. Come si disse, era alta, dal portamento elegante, da grande dama: ma ad un tempo risoluto, fiero, che tradiva una energia indomabile”. Come Carola, anche lei aveva “una bella testa, adorna d’una capigliatura abbondante, d’un nero assai cupo e ondulata”. Anche lei sfidava un blocco marittimo in nome dei suoi ideali. Anche lei dava ordine di affondare una nave che le si parava davanti. E anche lei finiva imprigionata. Questa donna “dai muscoli di ferro e il cuore di leonessa” non sbarcava però migranti ma armi e munizioni per i soldati di re Alfonso XIII in lotta a Cuba contro statunitensi e ribelli indipendentisti durante la guerra del 1898. Insomma, tecnicamente stava dalla parte del governo legittimo, ancorché destinato a totale e rovinosa sconfitta. Non è comunque un personaggio storico, anche se storico è il contesto. È invece un’eroina inventata da Emilio Salgari: la protagonista del romanzo La capitana del Yucatan, uscito nel 1899. Giusto un anno dopo la guerra in cui è ambientata. Un’opera minore, e letta oggi anche abbastanza politically incorrect, per vari giudizi sprezzanti non solo verso negri e indipendentisti cubani, ma anche verso gli statunitensi. In qualche modo prefigura però quella “Jolanda figlia del Corsaro Nero” che in un libro di sei anni dopo si veste come il padre per incitare all’abbordaggio. “Tutti si erano voltati, dimenticando per un istante che gli spagnoli stavano sopra di loro e che li fucilavano. Jolanda di Ventimiglia, tutta vestita di nero, come usava suo padre, con una lunga piuma pure nera infissa nei capelli ed una spada nella destra, era comparsa sul ponte della Folgore, fra il fumo delle artiglierie, e additava ai corsari la fregata. ‘Su, uomini del mare!…’ ripeté, con quell’accento che sapeva ritrovare suo padre nei momenti più terribili. ‘All’abbordaggio! La figlia del Corsaro Nero vi guarda!...’”. Stavolta, gli spagnoli erano i cattivi… Anche lei, un personaggio di fantasia. Però non sono mancate altre capitane coraggiose che pure hanno impressionato scrittori famosi, e che sono esistite davvero. Jorge Luis Borges nel 1935 dedicò un intero capitolo della sua Storia universale dell’Infamia alle corsare. “Donne esperte nelle manovre marinare, nel comando di ciurme bestiali e nell’inseguimento e saccheggio di navi d’alto bordo”, spiegava. “Una di queste fu Mary Read, la quale dichiarò una volta che la professione di pirata non era alla portata di tutti, e che per esercitarla con dignità bisognava essere un uomo valoroso, come lei”. “Un’altra piratessa di quei mari fu Anne Bonney, una sfolgorante irlandese dai seni sodi e dalla chioma di fuoco, che più di una volta rischiò il suo corpo nell’arrembaggio delle navi. Fu compagna d’armi di Mary Read, e da ultimo di forca”. In realtà Borges spesso confondeva volutamente realtà e fantasia, e non è storicamente accertato che le due siano state davvero impiccate nel 1720. A loro è comunque chiaramente ispirata sia la Jolanda salgariana, sia la Morgan Adams interpretata nel 1995 da Geena Davis nel film “Corsari”. Il capitolo della Storia universale dell’Infamia è però intitolato alla “Vedova Ching, piratessa”, che in Cina aveva ricevuto in eredità una flotta pirata dal defunto marito. “Era una donna nodosa, dagli occhi assonnati e dal sorriso cariato. I capelli nerissimi e unti splendevano più degli occhi”, scrive Borges. “Ai suoi pacati ordini, le navi si lanciarono verso il pericolo e l’alto mare”. “Seguirono tredici anni di metodica avventura. La flotta era formata da sei squadriglie, che battevano bandiere di diverso colore: la rossa, la gialla, la verde, la nera, la viola e quella col serpente della nave ammiraglia. I capi si chiamavano Uccello e Pietra, Castigo dell’Acqua del Mattino, Gioiello dell’Equipaggio, Onda con Molti Pesci e Sole Alto”. Alla testa di 600 giunche e 40.000 pirati sparse il terrore e tentò l’attacco allo stesso trono imperiale, ma alla fine si arrese, fu perdonata e, annota sempre Borges, “dedicò la sua lunga vecchiaia al contrabbando dell’oppio”. Personaggio da cinema anche Artemisia: la regina di Caria che nel film del 2014 “300 – L’alba di un impero” è interpretata da Eva Green. Era lei che abbiamo visto all’inizio consigliare invano di non rischiare una battaglia navale. Comandante di un contingente di cinque triremi nella flotta di Serse a Salamina, è ricordata da Polieno nel suo libro sugli stratagemmi militari come maestra di dissimulazione. Ad esempio, era diabolica nel cambiare all’improvviso le sue insegne da greche a persiane e viceversa. Fece il trucco anche a Salamina quando si vide i greci addosso, e anzi per ingannare meglio il nemico ordinò al suo equipaggio di attaccare la nave persiana che si trovava a lei vicina: una trireme comandata dal re di Calinda Damasitimo. In teoria suo suddito e alleato, ma con cui forse aveva un conto in sospeso, insinua Erodoto. Anche Serse osservando dal suo trono in terraferma fu ingannato, pensando che avesse affondato una nave greca. “I miei uomini sono diventati donne e le mie donne sono diventate uomini”, avrebbe commentato. Ci fu poi la vichinga Awilda, eroina anche di un manga. Era diventata piratessa per sottrarsi alla corte non gradita del figlio del re di Danimarca, e razziava le coste del Baltico con un equipaggio composto di sole donne. Nel 1530 era nata invece Grace O’Malley: una irlandese che, rimasta vedova a vent’anni, a sua volta aveva ereditato il comando di una flotta pirata, e che è tuttora celebrata come eroina della lotta anti-inglese.