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 2022  gennaio 22 Sabato calendario


Giovanni Succi, il digiunatore che ispirò Kafka

Kafka pubblicò il racconto Un artista del digiuno nel 1922. Era quello l’anno del suo definitivo pensionamento dall’Istituto di assicurazione per il quale aveva lavorato fin dalla laurea in Giurisprudenza. Il manifestarsi della tubercolosi polmonare lo aveva liberato dagli odiosi obblighi professionali. Aveva vissuto per più di sei mesi con la sorella Ottla in un paesino boemo e poi era tornato a Praga a vivere con i genitori; in quei mesi scrisse parte del romanzo Il castello e alcuni ultimi racconti. Chissà come doveva sentirsi, costretto a vivere nuovamente a contatto con la temuta figura paterna; chissà dove tornava il suo pensiero con l’aggravarsi della malattia. Forse tornava alla casa Ai tre re dove aveva vissuto ragazzino e dove aveva iniziato la sua dieta vegetariana – regime alimentare che lo accompagnò tutta la vita e che tanto indispettiva il padre. Ogni volta che si sedevano a tavola, Hermann Kafka apriva il giornale per evitare di guardare cosa passasse nel piatto del figlio: yogurt, pane integrale senza crosta, burro, noci di ogni specie, castagne, datteri, fichi, uva, mandorle, zucca, banane, mele, pere, arance… Forse tornava con la memoria alla bellissima casa dove il padre aveva trasferito tutta la famiglia nel 1907: si chiamava Alla nave ed era vicino alla Moldava. Nella camera da letto di quella casa aveva avuto la sua illuminazione letteraria: la notte tra il 22 e il 23 settembre 1912 aveva scritto il suo primo grande racconto, Il verdetto, e qualche settimana più tardi era nato La metamorfosi. A Kafka piaceva vivere vicino al fiume: frequentava spesso la civica scuola di nuoto e lì aveva anche una barca. Negli ultimi mesi di malattia si deve essere ricordato di quando nel 1920, nei pressi dei bagni termali della Sofieninsel, un bagnino lo scambiò per un provetto rematore e gli chiese se volesse portare un imprenditore edile a fare un giro in barca sulla Moldava. Kafka accettò e remò alacremente, per poi tornare – a detta dell’amica Milena – gonfio di superbia come non lo era mai stato. Forse ripensava alle sue passeggiate per la città o al teatro che più amava e frequentava, il Café Savoy di Ziegenplatz, dove si esibiva una compagnia yiddish e dove fece amicizia con un attore, Jizchak Löwy; oppure all’Hotel Erzherzog Stefan, dove lesse pubblicamente Il verdetto davanti a poche persone, tra cui c’era però il critico Paul Wiegler che ne aveva parlato come della rivelazione di un grande talento. Durante gli ultimi anni di sofferenza e malattia, l’attrazione per l’ammirata e temuta vita continuava a farsi sentire, continuava a ripresentarsi nei ricordi; tuttavia Kafka non poteva negare che ogni suo tentativo di evasione e di slancio verso l’esterno erano falliti. Fallito il fidanzamento con Julie Wohryzek, l’amore per Milena Jesenská e così anche una vita a Berlino con Dora Diamant. Qualcuno suppone che in quegli ultimi anni, anni in cui non riusciva più a deglutire, fosse ossessionato dal tema del digiuno e della fame. Tanto più che arrivavano notizie allarmanti dalla Russia: tra il fiume Volga e il fiume Ural le persone non avevano di che sfamarsi. Nel giro di due anni morirono due milioni di persone. Forse in Kafka si agitava la contraddizione tra un digiuno personale e quello più ampio e devastante imposto dalla storia. Si dice che lo abbia scritto in un giorno. Un artista del digiuno racconta la parabola discendente di un artista che riusciva a rinunciare al cibo per molto tempo, diventando un’attrazione per grandi e bambini. Tutti accorrevano al circo per vederlo nella sua gabbia. Accorrevano di giorno e di notte. Il digiunatore faceva sfoggio della sua magrezza, era fiero della purezza delle sue intenzioni. Rispondeva a domande, cacciava fuori il braccio dalla gabbia per fare in modo che i bambini potessero toccare con mano la sua evanescenza. Qualcuno poteva pure essere sospettoso nei suoi confronti, supporre che mangiasse di nascosto, ma in realtà il digiunatore “non avrebbe toccato nessuna qualità di cibo, a nessun costo, neppure se vi fosse stato costretto; lo impediva il rispetto per la sua arte”. Gli piaceva che i guardiani si sedessero vicino alla sua gabbia e lo illuminassero di continuo con le loro torce elettriche. La luce cruda non lo disturbava per niente. Era disposto a scherzare con i guardiani, a raccontare qualcosa della sua vita errante, ad ascoltare i loro racconti, a tenerli svegli, al solo scopo di convincerli continuamente che non c’era nulla da mangiare nella gabbia e che lui digiunava come nessuno avrebbe saputo fare. Eppure, al pari di qualsiasi artista capriccioso e perfezionista, non era mai contento. Quel digiuno a lui risultava troppo facile, e quando l’impresario gli chiedeva dopo quaranta giorni di lasciare la gabbia, si rifiutava. Dovevano tirarlo fuori a forza. Non gli importava che ad aspettarlo ci fosse una folla di spettatori entusiasti e la fanfara della banda militare; lui avrebbe resistito ancora a lungo e per un tempo illimitato. Perché privarlo della gloria di continuare ancora? Il digiunatore non se lo spiegava, non se ne faceva una ragione. È uno dei racconti indimenticabili di Kafka, inquietante e bellissimo. Il digiuno è una forza pervasiva che domina il digiunatore e si sostituisce alla sua stessa vita. È il potere totalizzante dell’arte. Il digiunatore è qualcuno che esibisce un’astinenza, che esibisce un rigore; come succede a certi scrittori che rinunciano alla vita per rinascere sulla pagina. In lui c’è qualcosa di ascetico; echeggia santità e grandezza, ma anche necessità. E poi c’è qualcosa di seducente in modo obliquo. C’è l’esibizione di una difformità: essere diversi, forse folli, ma in fondo superiori agli altri perché mai omologati. A molte persone che amano la letteratura sarà capitato di tornare spesso a questo racconto magistrale, pieno di significati nascosti. Proprio quello che recentemente ha fatto Enzo Fileno Carabba; ma con un movimento ulteriore, con uno slancio coraggioso che allarga i confini di questo racconto. Si è chiesto chi fosse questo digiunatore che aveva ispirato Kafka; si è chiesto se fosse esistito davvero. E si è imbattuto in Giovanni Succi. Nato a Cesenatico a metà dell’Ottocento, Succi aveva intrapreso negli anni la gloriosa carriera del grande digiunatore. Carabba ha recuperato i testi, gli articoli di giornale, i libri in cui si parla di Giovanni Succi e ne ha scritto la mirabolante biografia. Si intitola Il digiunatore ed è appena uscita per Ponte alla Grazie. La si legge come si leggerebbe dell’ascesa di un bizzarro messia. Succi era un uomo dalle capacità eccezionali. I digiuni suscitavano in lui forze nascoste, che assomigliavano a poteri paranormali. Non era un digiunatore debole e macilento e neanche pessimista e cupo come quello kafkiano; piuttosto un digiunatore con la tempra del grande mangiatore. Generoso, megalomane e sempre allegro, il digiuno lo riempiva di forza, lo trasformava in una specie di supereroe ante litteram. “Giovanni era un bambino forte e crebbe in una terra di mangiatori. Nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato il più grande digiunatore di tutti i tempi… Nella famiglia Succi correva da sempre anche una corrente di grandezza. Era il suo bello. Si sentivano eccezionali. C’era, in questa megalomania, una generosità che faceva bene a un bambino. Soprattutto gli uomini si consideravano i migliori pescatori, i più grandi mangiatori, i più focosi amatori e così via. Questa grandezza generica e risoluta si impresse nella mente di Giovanni, insieme a una sensazione di invulnerabilità”. Il bambino si faceva rimpinzare felice, finché un giorno rifiutò un boccone per dire solennemente “Oppa Oba” (cioè, “troppa roba”). Era, quella in cui si trovò a vivere, l’epoca dei baracconi erranti, degli uomini che facevano spettacolo di sé stessi, della loro fisicità: ciarlatani nel senso – talvolta – di imbroglioni, ma anche di portatori di suggestioni che aiutano a vivere meglio; nient’altro che personificazioni simboliche di messaggi esistenziali. Per Giovanni Succi i freak che giravano il mondo (l’uomo mangia-ranocchi; l’uomo-cavallo senza milza; l’uomo che si faceva calare nel canale dentro a una cassa…) venivano dal Paradiso Terrestre, avevano un che di eroico. Giovanni voleva essere come loro. Essere come loro voleva dire saziarsi dell’inesauribilità del mondo e delle esperienze: voleva dire essere senza confini. Andò in Africa: lì si scoprì gravemente malato e si curò con il digiuno. Il suo primo glorioso digiuno durò quaranta giorni, lo stesso numero di giorni che Cristo digiunò nel deserto; lo stesso di San Francesco prima di ricevere le stigmate. Aveva scoperto che il digiuno gli dava la forza del leone. Lo stregone che lo aveva assistito si era reso conto che in quell’uomo c’era qualcosa di eccezionale. All’ennesimo giorno di digiuno, Giovanni Succi aveva avvertito dentro di sé un senso di onnipotenza. “Era pronto a un esercizio difficile. ‘Io consiglio la felicità’ disse il maestro. Aveva una voce bellissima”, scrive Carabba. E in effetti Giovanni Succi fu sempre felice, girò il mondo incontrando e influenzando personaggi importanti che poi hanno influenzato noi: una specie di Forrest Gump, ingenuo e forte del suo implacabile ottimismo. Nel 1910 Succi si esibì a Praga e tra il pubblico c’era anche Kafka. Kafka amante di varietà, cabaret e spettacoli circensi, instaurò un dialogo a base di sguardi con il digiunatore che, disse all’amico Max Brod, aveva uno sguardo da pantera. Dodici anni dopo scrisse il suo racconto. Probabilmente si ispirò a Giovanni Succi, ma capovolgendone totalmente il carattere e cogliendolo nel momento del declino. Il digiunatore kafkiano è triste, non trova niente che gli piaccia (è per questo che non mangia). È inflessibile e rigoroso. Giovanni Succi compare alla fine del racconto trasfigurato nella pantera di cui scrive Kafka: animale che porta con sé la libertà e l’istinto della vita anche in gabbia. L’abilita di Carabba è quella di comporre un romanzo picaresco in terza persona usando uno stile kafkiano, asciutto e mai retorico, rigoroso e spoglio ma ricco di immagini letterarie e aggiungendo come una tensione di allegria che attraversa tutto il libro, di capitolo in capitolo. Il fenomeno dei digiunatori nella seconda metà dell’Ottocento era parecchio diffuso. Tra i più famosi ci fu un certo dottor Tunner che nel 1880 a New York digiunò per quaranta giorni e guadagnò circa centotrentasettemila dollari. Succi si inseriva in questo fenomeno di larga scala, ma per lui il digiuno non era una forma di guadagno, piuttosto una filosofia di vita. Non una forma di controllo sulle pulsioni, ma appetito per la vita stessa, viatico per dare valore a ciò che d’importante ha da darci l’esistenza. Il digiuno è un tonico per l’istinto vitale, un modo per raggiungere l’essenziale. Una volta tornato in Africa, Succi aveva colto – mentre si esibiva – qualche discorso degli spettatori. Molti commercianti accorrevano in Egitto per il bruno di mummia: un colore ricavato macinando le mummie. Il bruno di mummia andò fuori commercio all’inizio del Novecento, ma – si chiedeva Succi – chissà quante mummie dormono nei quadri. Un giorno decise che avrebbe dovuto soggiornare nella piramide di Cheope: era certo che le piramidi non fossero tombe, ma luoghi dove i faraoni entravano vivi per temprarsi e resistere a ogni privazione. Quello che si scrive con Succi è un tempo in bilico tra gli estremi: matti/eroi, avventurieri/ciarlatani, medici/stregoni. Nelle sue peregrinazioni, nei suoi viaggi, nelle sue lunghe degenze in manicomio Succi incrocia le grandi correnti che poi saranno, in parte, colonne del Ventesimo secolo. La psicanalisi, il socialismo, l’elettricità, il positivismo, lo spiritismo, l’archeologia… e poi personaggi indimenticabili come Henry Morton Stanley, uno dei più famosi esploratori di tutti i tempi; Carlo Meratti, inventore del servizio postale; Sante De Sanctis, tra i fondatori della psichiatria italiana; Buffalo Bill, Emilio Salgari, Cesare Lombroso. Li incontrò forse non per caso, ma perché era il suo destino. “Il digiunatore era capace di assorbire gli entusiasti degli altri e adattarli alla propria personalità. Lo faceva di continuo, con le persone a cui teneva. Il naufragio dell’umanità, di per sé, gli interessava poco. Ma se non c’è rivoluzione senza macerie, non ci sono macerie senza rivoluzione, pensava”. Come se con il suo appetito esistenziale rappresentasse l’inesorabilità della Storia e della vita.