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 2022  gennaio 22 Sabato calendario


Intervista a Enrico Vanzina

Sparsi sulla scrivania, il “Diario Notturno” di Flaiano, le poesie di Emily Dickinson, pacchi di integratori alimentari, e poi appunti, fogli, agendine. Alla parete un pianoforte verticale “Furstein Farfisa” con spartiti: “I can’t give you anything but love”, “Sapore di sale”, “Il mondo” di Jimmy Fontana. Siamo qui, ai Parioli naturalmente, nello studio di Enrico Vanzina. Lui è incorniciato tra due Telegatti, molti libri antichi, una laurea in Scienze Politiche ben nascosta tra gli scaffali e foto del fratello Carlo. Su Amazon Prime Video esce giovedì il suo ultimo film, “Tre sorelle”. Una commedia tutta di donne. Ma siamo anche negli ultimi giorni di quello che è il massimo show italiano, il Golden Globe della politica, insomma la partita per il Quirinale. E “una donna al Quirinale” è stato il ritornello da cantare tutti insieme al karaoke, il refrain della politica che si porta sempre, che sta bene con tutto, mai però tormentone come quest’anno. Partiamo da qui allora. “È evidente che dovrebbe essere una donna”, dice subito Vanzina, “ma bisogna trovarla”. Nel paese in cui “al momento non c’è nessuna donna ceo nelle grandi aziende quotate in Borse” (annuncia l’Ansa), non è mica facile. “So che lei non vuole”, dice il regista, “ma personalmente farei presidente della Repubblica Emma Bonino, l’unica davvero trasversale, sopra le parti, anche perché nella sua vita politica ha sempre cercato di prendere il meglio della destra e della sinistra. Secondo me è perfetta. Altri nomi non mi vengono in mente. Forse Paola Severino potrebbe andare bene, ha l’autorevolezza dell’indipendenza. Ma molti nomi usciti in questi giorni mi sono sembrati buttati lì un po’ a caso, una ‘quota rosa’ al Quirinale. Ma non credo sia quella la strada da seguire”. Tre sorelle Siamo qui, tre maschi bianchi, all’italiana, a parlare di un film sulle donne che ha un titolo cechoviano ma inizia con la citazione sulle “famiglie infelici” di Tolstoj. “Volevo fare un film sulle donne, perché tutti ne parlano, poi però nessuno lo fa”, dice Vanzina. “Parlo delle commedie con una donna protagonista, che da noi sono rare, e continuano a esserlo anche adesso che il dibattito sulle donne va molto di moda”. Le storie “al femminile” finiscono spesso dalle parti di madre courage, dell’eroina antimafia, delle “figure di donne esemplari” immortalate nel pantheon di Rai Fiction. Ma se tocca far ridere, si torna al maschile. “Mi sono preso le mie responsabilità di uomo che fa un film sulle donne”, prosegue Vanzina, “ma non ho la presunzione di dire qualcosa sulle donne in generale”. Del resto che vuol dire poi un film “sulle donne”? “Racconto tre donne e basta, tre sorelle, appunto. Non è un film a tesi, anche perché una tesi non ce l’ho”. Le tre sorelle qui sono Serena Autieri, Giulia Bevilacqua e Chiara Francini, che nel film è una costumista-groupie dell’art house cinema, si commuove coi silenzi dei Dardenne e i dolly mistici di Sorrentino. E poi c’è Rocío Muñoz Morales, e un uomo (Fabio Troiano), cialtronissimo e soccombente. Sembra uno dei maschi di “Yuppies” (1986) che è rimasto con quella testa lì mentre il mondo è cambiato. E in più non fa il dentista come Christian De Sica secondo cui “moglie in vacanza, inizia la danza”; fa lo scrittore di successo. “In questi anni le donne hanno fatto molti passi in avanti in termini di conquiste, l’uomo no. L’uomo è rimasto fermo al suo essere maschio. Il mio personaggio è esattamente così. Fa il maschio, è confinato lì”. È un intellettuale, vincitore di un Campiello. “Non volevo un maschio analfabeta, rozzo, non mi serviva la parodia di un deficiente, volevo uno con degli strumenti culturali, solo che non sa che farsene, è un un maschio che gioca a fare lo scrittore, un poveraccio, travolto da una cultura che non ha digerito e che restituisce solo per citazioni a effetto”. Ma questo maschio vanziniano-cechoviano, davvero tremendo con tutte le ragazze, non è poi così antipatico. “La forza della grande commedia all’italiana era questa: nessun giudizio, nessun indice puntato contro i personaggi anche negativi”. Women Nei film scritti con il fratello Carlo di donne ce ne sono state sempre parecchie: “‘Mystère’ ha una protagonista femminile, ‘Via Montenapoleone’ è un film con molte donne, ‘I miei primi quarant’anni’ e anche ‘Quello che le ragazze non dicono’, ‘Il pranzo della domenica’, e poi, naturalmente, ‘Le finte bionde’”. In un cinema italiano che è stato in gran parte una faccenda di maschi il “panorama femminile” è invece impressionante e d’una forza davvero inesauribile: “Ci sono per esempio le grandi caratteriste, come Tina Pica, che spazza via tutti, o Ave Ninchi”, dice Vanzina. “Ci sono naturalmente ‘le bellezze’, senza le quali il cinema italiano non sarebbe mai stato così grande, Eleonora Rossi Drago, la Schiaffino, Sylva Koscina, Marisa Allasio, che è anche la prima donna di cui mi sono innamorato, quando mio padre faceva ‘Susanna tutta panna’. Mio fratello si innamorò della Bardot che faceva Poppea in ‘Mio figlio Nerone’ (diretto da Steno, scritto dal “Cervello di Alberto Sordi”, Rodolfo Sonego, secondo il celebre libro Adelphi), io invece della Allasio. Poi ci sono le registe, Lina Wertmüller, Liliana Cavani”. Vanzina era molto amico della Wertmüller. “Dovevo lavorare con lei per un film tratto da un racconto di Guareschi, da girare a Bologna, era appena morto mio padre. Era un film con Piera Degli Esposti e Dominique Sanda (“In una notte di chiaro di luna”). Insomma, vado a Bologna, ma a Lina, che aveva fama di avere un brutto carattere, aveva detto subito: guarda, sono ancora molto scosso dalla scomparsa di mio padre, sto vivendo un momento terribile, spero non ci siano troppe tensioni, come magari capita sul set”. “E lei mi dice, ma no, stai tranquillo, vedrai, andrà tutto bene, sarà una cosa meravigliosa, distesa, rilassante. Arrivo a Bologna, e sotto i portici c’è la Wertmüller incazzata nera che urla una marea di parolacce a dei bambini. Lei era così. Quel film, pensato per la tv, alla fine andò a Cannes, alla ‘Quinzaine des realisateurs’. Andammo anche noi e lì, in mezzo ai fotografi, Lina non faceva che ripetermi, ‘Aho, guarda questi, c’hanno preso sul serio’. Una donna fantastica e simpaticissima”. E le attrici comiche e brillanti di oggi? “Paola Cortellesi, certo, poi molte altre. Però non c’è una vera tradizione. Il cinema da noi è stato molto maschile, soprattutto nella commedia, non c’è dubbio”. E per recuperare un po’ di gender-balance, Vanzina vorrebbe fare oggi un remake femminile di “Amici miei”. “Questo ‘Amiche mie’”, dice, “lo farei con dieci donne, tutte di età diverse, una cosa festosa e molto intergenerazionale”. Ma se deve scegliere, Vanzina, dei nomi, delle attrici che sono state davvero fondamentali per la sua vita? “Virna Lisi, sicuramente. E poi Valentina Cortese, immensa. Con lei abbiamo fatto dei viaggi insieme, era diventata molto amica di mia moglie. Ma io la conoscevo da prima di lavorarci in ‘Via Montenapoleone’, dove fu magnifica” (era la gran signora con colbacco di pelliccia, quella di “La pace del lago… la noia del lago”, mamma prima omofoba e poi comprensiva di un giovane yuppie fatto da Luca Barbareschi). “Me la ricordo giovanissima, quando era sposata con Richard Basehart, perché abitava davanti casa di mio padre, ai Parioli, all’angolo tra via di San Valentino e via Martelli. Io e Carlo eravamo amici di suo figlio e andavamo spesso a giocare a casa sua”. Poi ci sono le grandi attrici hollywoodiane. Faye Dunaway, per esempio: “Ho appuntamento con lei sulla terrazza dell’Hotel Eden a Roma. Lei arriva con il copione in mano. Comincia a leggere la parte. Io dico subito ‘it’s fantastic!’, ma lei mi blocca: ‘Wait! I have four ways to read it’. E me l’ha fatta in quattro versioni diverse, cambiando intonazioni, pause, l’atteggiamento del personaggio, tutto. Una cosa straordinaria”. Le attrici di Hollywood, dice Vanzina, “non hanno paura di sembrare anche belle”. “E soprattutto sanno trovare la luce da sole. Sanno subito dov’è, in modo istintivo. L’attrice italiana invece dice ‘fammi il primo piano così, lo voglio fatto così’”. Ma una donna fondamentale del cinema italiano, quella che se l’è caricato sulle spalle, è stata Suso Cecchi D’Amico, la guardiana della sceneggiatura. Monicelli, Castellani, Antonioni, e naturalmente Visconti. Li ha scritti quasi tutti lei, e quando non li scriveva, sistemava quelli scritti da altri. “Suso è stata la più brava, non c’è dubbio. Poi le donne sono state fondamentali anche nel montaggio. Non ricordo invece direttrici della fotografia, un campo che all’epoca e forse ancora oggi era prevalentemente maschile. Le costumiste neanche le cito perché sono tantissime, bravissime. Una per tutti Bruna Parmesan, leggendaria, era la migliore amica di mia madre. Fece tanti film di Sordi, ebbe una storia con Monicelli e una con Flaiano”. Già, Flaiano, il più grande di tutti. Flaiano “Aveva il culto di mio padre Steno perché lui era stato scelto da Soldati e da Longanesi come uno di loro. Andarono insieme a Napoli a raggiungere gli alleati dopo l’8 settembre. Era un intellettuale completo ed è stato un grande dissipatore di talenti: come del resto Longanesi, il maestro di tutti; dipingeva, disegnava, era giornalista, sceneggiatore. Dopo il premio Strega nel ‘47 per ‘Tempo di uccidere’ che poteva fare… Aveva il culto di Ercolino Patti e a casa nostra ce lo portava molto orgoglioso. Oppure lo vedevamo la domenica sempre da Suso. Mio fratello Carlo Flaiano lo chiamava ‘il Patti del Duemila’ perché calcolò che nel Duemila avrebbe avuto gli stessi anni suoi quando nacque. Era curioso, ingenuo, spiritoso. Inventava giochi di parole, aforismi. Venne a casa che aveva nevicato: ‘Indecoroso spettacolo fuori dalle scuole; i vecchi che prendono a palle di neve i bambini’. Diceva cose come: ‘In Italia ormai si chiamano tutti Deborah e Samantha’”. Come Flaiano, Vanzina coltiva il gusto per l’aforisma, la battuta fulminante, com’è del resto nella tradizione del “Marc’Aurelio”, quando suo padre e Age e Scarpelli, Metz, Monicelli e Marchesi inventavano frizzi e lazzi per Totò. Ha degli appunti su un foglio: “Eravamo quattro amici al tar” (per Palamara e la questione magistratura). Salvini: “Il legalomane”. D’Alema: “Il mago Cremlino”. La Russa: “C’era una volta il Fez”. Ma chi è il “Losco Verticale?”. Non ce lo vuol dire. Va avanti; “Oggi la lotta di classe esiste solo sui red carpet: ci sfilano solo quelli che non ce l’hanno”. “Il cinema italiano assomiglia agli italiani: promette molto mantiene poco”. Che famiglia, dev’esser stata. Tutta attorno a una gran donna, sua madre, Maria Teresa Nati, “la signora Vanzina”: “Carlo diceva che era come la moglie del direttore di produzione di ‘Effetto Notte’ di Truffaut, che lo seguiva non lasciandolo mai e detestando il cinema. Mia madre ha attraversato la storia del cinema come tante altre mogli, senza prendersene i meriti. Adorava il cinema ma odiava l’ambiente. Per esempio mio padre ogni tanto faceva dei film alimentari, da realizzare in quattro e quattr’otto. Si metteva con gli sceneggiatori e non lo scrivevano neanche, lo dettavano a un registratore Geloso. Una volta a questo registratore si ruppe il nastro, era un film mi pare con Tognazzi e Vianello, e dell’incidente fu accusata proprio mia madre. Lei non voleva assolutamente che noi figli facessimo il cinema. Lei come sapete lavorava al ministero degli Esteri e sognava che noi figli facessimo i diplomatici. Vedeva questi ambasciatori e voleva che diventassimo così. Detestava il mondo del cinema, fatto di odi, di rivalità, ma anche di instabilità, un giorno lavori, l’altro no. Lei sognava la stabilità ministeriale. Così ci spediva all’estero a imparare le lingue” (e dietro la libreria, tra i telegatti, spunta la famosa laurea in Scienze Politiche di Vanzina dr. Enrico, università La Sapienza). “Poverina, ha avuto molti problemi, era bipolare. È morta giovane, era più bella di un’attrice. Era avantissimo e indietro allo stesso tempo. Ma a 18 anni mi ha detto: vai a vivere da solo”. Circeo, Castiglioncello “Tre sorelle” è costruito intorno a una casa, un villone progettato da Michele Busiri Vici, il Rem Koolhaas del Circeo (già autore del piano regolatore di Sabaudia e artefice delle meglio ville del boom). “Era la casa di un grande otorinolaringoiatra”, ci spiega Laura Giadresco, l’architetto del film, art director già per “Natale a Cinque Stelle”. “È attaccata al Faro, a Punta Rossa, una casa di pietra con una grande terrazza, un patio, stanze comunicanti, una struttura aperta da tutti i lati”, perfetta dunque per girare un film. Un set già fatto. Circeo per Vanzina significa anzitutto la casa di villeggiatura di Dino Risi dove andava da ragazzo. “Una casa bellissima che Dino comprò dopo il successo di ‘Vedo Nudo’. Da ragazzi io e Carlo andavamo spesso lì. Poi per molti anni ho smesso di andarci”. Dopo è cominciata l’epopea immobiliare di Sabaudia, “le case di Cecchi Gori, di Malagò, e poi di Totti”. “Il Circeo lo trovo lontano”, dice Vanzina, “scomodo da raggiungere, con la Pontina che è una strada micidiale. E poi quel tratto di mare a me mette un po’ ansia, quella montagna a forma di maga Circe. E? un mare dove incombe qualcosa. Non mi dà un senso di grande tranquillità”. Poi certo il Circeo ha avuto pure la maledizione del terrificante delitto, e la cappa è rimasta. “Ci hanno fatto non tanti film”. “Non avevo mai pensato di girare lì, avremmo dovuto ambientarlo a Lipari, ma col Covid e tutto era molto complicato, così Laura ha trovato questa casa meravigliosa accanto al faro di Punta Rossa”. E alla prima del film, all’Adriano, “che bella! Grazie che l’hai resa così bene”, sospirano i felici proprietari dietro di noi. In effetti coi droni e la casa formidabile, anche l’eventuale straniero che vedesse il film su Amazon si precipiterà a googlare il Circeo per le prossime vacanze, dopo “lake Como” e “Apulia”. E forse i poveri abitanti e gestori del Circeo si risolleveranno dopo quarant’anni di maleficio degli orrori finiti in libri e film di massimo successo. Un po’ di leggerezza al Circeo. Vanzina meglio di una Circeo film commission. “Ci sono dei tratti di mare come la Sardegna, poi la laguna, è meraviglioso. Ponza, Sabaudia, il Circeo messi insieme sono una cosa meravigliosa”, dice il regista, e in effetti questo è il triplete che si giocano sempre i romani per ribadire che a due ore dal Colosseo hanno le Maldive. Il Circeo di “Tre sorelle” è in effetti pazzesco, “però io sono più legato al Nord, all’Aurelia del ‘Sorpasso’, a Porto Ercole, a Castiglioncello, il vero posto del cinema italiano. Ci andavo con mamma. C’erano tutti: Mastroianni, e sua figlia Barbara che è stata la mia prima fidanzata. Suso Cecchi d’Amico che era la zarina del luogo. I suoi hanno ancora casa lì, tutta la sua famiglia, i Cecchi. E poi Gassman, Sordi, Risi. Flaiano. I gioiellieri Bulgari nella villa Godilonda. Passava Visconti, a settembre arrivava Nino Rota, e io che suono il piano diventavo matto. Si metteva a suonare il tema de ‘La strada’, con quelle mani piccole, e io ragazzino gli dicevo: fallo Kurt Weill, e lui cambiava modo, fallo Chopin, e lui lo suonava alla Chopin, fallo alla Gershwin... Ma il vero re di Castiglioncello era Paolo Panelli con Bice Valori, la famiglia reale. La sera si andava in vespa a sentire Mina alla Bussola. Era un posto molto interessante. Erano tutti giovani. Adesso sono tutti vecchi a Castiglioncello”. Non avete mai pensato di girarlo lì “Sapore di mare”? “No, mai, perché Castiglioncello non è fotografabile. C’è un porticciolo, con una spiaggetta, la pineta... al cinema non rende. È più la sua anima”. E pensando a Castiglioncello, alle diverse età della vita, e anche al “Sorpasso” il film di Risi, scritto da Rodolfo Sonego, che quest’anno compie sessant’anni, e che racconta tutto degli italiani (il boom, la vitalità, la grandezza e la cialtroneria), non possiamo non parlare di lui. Berlusconi “Ai funerali di mio fratello Carlo, tre anni fa, stava inginocchiato dietro di me, accanto a Gianni Letta. Durante la messa lo sentivo mentre ripeteva tutti i passaggi in latino. Li sapeva tutti”. “Io l’ho conosciuto bene, almeno fino all’inizio della sua carriera politica. Da lì in poi ci siamo visti sempre meno”, dice Vanzina che sta ancora aspettando la famosa intitolazione di una via a Milano 2 (“si era nel periodo del referendum sull’interruzione dei film trasmessi dalle tv commerciali. Andai al Maurizio Costanzo Show e dissi che ero a favore. I film sulle reti private sono gratis grazie agli spot pubblicitari. Senza quelli, addio film. Nessuno ti obbliga a vederli. La mattina dopo mi chiama Confalonieri, e mi propone di diventare il testimonial della battaglia per il mantenimento degli spot. Divento l’uomo immagine di Fininvest per il referendum. Mi ritrovo al Tg1, per l’appello finale agli elettori. Dall’altra parte c’era D’Alema. Alla fine vinciamo noi, cioè loro, insomma Berlusconi. Confalonieri mi richiama per dirmi che mi avrebbero intestato una strada a Milano 2”). Rapporto complicato quello del Cav. con il cinema italiano, in gran parte di sinistra. Si riusciva però nel sortilegio di essere sfrenatamente antiberlusconiani pur prodotti e distribuiti da Medusa. “Ricordo che in occasione di un premio vinto da me e Carlo con il telefilm ‘Amori’, prodotto da Fininvest, Berlusconi organizzò una festa a Palazzo Sacchetti, a via Giulia. C’erano lui, Confalonieri, Monicelli, Age e Scarpelli, Dino Risi, Ugo Pirro, Suso, Lina Wertmüller, insomma tutto il cinema italiano. Ci sediamo in questa immensa tavolata, sconfinata, come a Windsor. Prima di dare inizio alla cena Suso dice: ‘Cavaliere, noi siamo molto contenti di aver lavorato con lei, però le diciamo subito che quasi tutti noi siamo molto contrari alle interruzioni pubblicitarie dei film. Su questo saremo intransigenti’. Cade il gelo. La distanza pare incolmabile. Sapete come finisce la cena? Confalonieri al pianoforte, Berlusconi che cantava insieme a Ugo Pirro, Gigi Magni, tutti gli altri a turno che intonavano una canzone”. A questo punto, anche con Vanzina, si esamina l’ipotesi, forse più lunare che reale, del Cav. al Quirinale. “Direi che, anche se non accadrà, è un atto dovuto, dal suo punto di vista. Una rivincita anche di immagine, in linea con la sua storia politica. È poi comunque una candidatura che mette allo scoperto tutta l’impalcatura dell’antiberlusconismo, e in genere di un certo tipo di atteggiamento della nostra politica. Quindi una sfida finale, un regolamento di conti con la società italiana, di sicuro con quel pezzo di società che non l’ha mai accettato. E, attenzione, non dico che lo vorrei vedere eletto, però, di nuovo, Berlusconi obbliga gli altri a uscire allo scoperto. E gli argomenti sono sempre quelli”. Insomma, il Cav ci mette di fronte ai nostri fantasmi, quelli di sempre, anche se è cambiato tutto. “La storia è andata avanti, ma gli argomenti, i cavalli di battaglia dell’antiberlusconismo sono rimasti gli stessi”, dice Vanzina. Un dilemma etico-morale più che una battaglia politica. “Come tutti i grandi politici, Berlusconi può avere delle zone d’ombra, può aver commesso errori, ma dal punto di vista politico ha attraversato trent’anni di storia ricoprendo tutti i ruoli principali, dunque è giusto che abbia chiesto questo, è un passaggio che non poteva non fare. Del resto, è lui che ha inventato questo centro-destra, è lui che lo ha messo insieme, anche se è molto cambiato da come lo aveva immaginato”. Insomma, l’epilogo di una grande storia italiana. Il Quirinale con Berlusconi sembra il finale del “Sorpasso”; con Gassman supremo eroe-cialtrone (parte rifiutata da Sordi, che se ne pentì a vita) che poteva finire molto bene o molto male. Si sa che fu un finale soffertissimo e combattutissimo. Risi voleva che Gassman morisse. Il produttore Cecchi Gori assolutamente no. Alla fine si decise: se c’è il sole giriamo il finale, sennò ce ne torniamo tutti a Roma e non si fa l’incidente. Uscì il sole. Risi aveva progettato un remake del “Sorpasso”, con una specie di Silvio Berlusconi… ma non se ne fece niente. Intanto, in questo paese che pretende, anche dai governanti, soprattutto entertainment, fioccano le battute (la foto del Cav. presidente negli uffici di magistrati e Guardia di Finanza, “Mangano alle Scuderie del Quirinale”, ecc.) e la questione sembra già assumere dei toni malinconici. “Però, in fin dei conti, il miglior presidente della Repubblica potrebbe essere Benigni”, riflette Vanzina. “L’unico che sa la Costituzione a memoria. Pensa, arriva Putin e lo prende in braccio. Allora sì, sarebbe il disgelo vero”.