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 2022  gennaio 22 Sabato calendario


Bambi non è una favola per bambini

Stephen King ha definito Bambi il suo primo film dell’orrore. Io l’ho rivisto solo adesso dopo quella prima volta al cinema, di cui ricordo quasi solo mia madre che minacciava di portarmi via perché piangevo troppo forte, e quarant’anni dopo o giù di lì ho mandato avanti veloce durante la scena terrificante. Che non è l’unica scena terrificante di un film terrificante. Madre e figlio escono dalla foresta per una passeggiata nel primo giorno bello dopo un inverno molto freddo. La madre ha detto poco prima: “L’inverno è lungo ma non durerà per sempre”. Un po’ di erba è spuntata tra la neve e Bambi fa una scorpacciata, ma all’improvviso la madre è in allarme e corre per portare in salvo suo figlio. Gli grida di andare più svelto. Non vediamo niente, non vediamo nemmeno il cacciatore che spara alla madre e la colpisce a morte. Ma quest’uomo, che cercheremo di individuare più precisamente, è al ventesimo posto nella classifica dei più grandi cattivi cinematografici di tutti i tempi, dopo il capitano Bligh dell’Ammutinamento del Bounty. “L’antagonista di Bambi: uomo”. Vediamo Bambi che si volta dopo la corsa e non trova sua madre, e tutto quello che credevo di non ricordare, quella sensazione di terrore, solitudine e desolazione, è tornata a galla in un secondo. Come poteva essere un film per bambini? Lo era eccome, un film del 1942 che ha incassato nei decenni più di Casablanca, uscito lo stesso anno, e che più di ogni altro ha influito sull’immaginario infantile sugli animali (e sulla ferocia umana). Ricordo un altro choc, sempre Disney, Red e Toby nemici amici e posso dire che nemmeno, anni dopo, Shining, L’esorcista, Arancia Meccanica, mi hanno fatto stare così male. Bambi è diverso: Bambi è l’uccisione violenta dell’innocenza. Non è nemmeno i Fratelli Grimm, dove interviene la magia, dove ci sono le streghe, gli orchi, le mele avvelenate, i baci che rimettono al mondo. Bambi è Oliver Twist, ma è di più, è Incompreso: un dolore lancinante, il senso di un’ingiustizia perenne, qualcosa che si potrà ripetere ancora e ancora. Bambi elimina l’infanzia, nonostante l’infanzia duri ancora. Il cerbiatto con gli occhi dolci perde la mamma, la cerca solo nella neve e incontra il Grande Principe della Foresta, suo padre, che gli dice brutalmente: tua madre non tornerà mai più. E Bambi ha quasi appena imparato a camminare, crede che il mondo sia fatto di coniglietti simpatici, puzzole, gufi, uccellini, anatroccoli che lo salutano: buongiorno piccolo principe. Invece il mondo è un posto terribile in cui bisogna fare continuamente attenzione: il grande prato è uno spazio aperto, gli diceva sua madre, è meraviglioso ma lì siamo completamente indifesi. Esposti al male. Questa non è una favola per bambini, infatti Bambi: Una vita nei boschi, è un romanzo del 1922 dello scrittore e critico Felix Salten, austroungarico che andrà in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni ebraiche e morirà lì nel 1945, pochi mesi dopo Hitler. Dopo quasi cento anni si sono esaurite le questioni sui diritti e la versione originale del romanzo di Bambi è stato ripubblicata in inglese dalla Princeton University Press, con la traduzione e l’introduzione di Jack Zipes, professore emerito di Tedesco e Letterature comparate, che ha anche tradotto le fiabe dei Fratelli Grimm. Fino a oggi l’unica traduzione esistente era quella del 1928, di una futura spia sovietica, Whittaker Chambers, una versione poi bandita e bruciata nella Germania nazista, dove Bambi: una vita nei boschi era considerato una metafora del trattamento degli ebrei in Europa. La persecuzione, la necessità di nascondersi continuamente, il fuoco che incendia la foresta, l’uomo in agguato. Il romanzo aveva avuto successo e aveva reso Salten famoso, ma non ricco. Salten scriveva qualunque cosa per cui potesse venire pagato, anche un romanzo ritenuto pedopornografico, anche un libro pubblicitario per una azienda di tappeti, recensioni, opere teatrali, sceneggiature. Accumulava debiti, litigava, andava a duello, faceva casino. Era anche un cacciatore appassionato che disprezzava i bracconieri e voleva raccontarne la violenza. Aveva poi venduto i diritti cinematografici di Bambi a un produttore per mille dollari, e il produttore a sua volta li vendette a Walt Disney (Bambi diventò il suo film preferito): da quel momento, il 1942, dopo un periodo di non grande successo dovuto in realtà a una non piccola contingenza, la Seconda guerra mondiale, Bambi è diventato talmente famoso, evocativo, importante, assoluto, che nessuno ha mai più pensato a Salten e al suo romanzo. Se dobbiamo citare una scena di passaggio, qualcosa di straziante, citiamo Bambi che perde la mamma. Se pensiamo a una creatura innocente e indifesa, pensiamo a Bambi. In realtà il romanzo di Salten, secondo le parole del suo traduttore e secondo la ricostruzione del New Yorker, è molto più cupo e meno innocente di così, è molto più dark, anche rispetto alla natura, che non è certo soltanto un posto in cui un cerbiatto fa amicizia con le puzzole, ma il luogo dove un branco di corvi attacca il figlio di Tamburino, l’amico coniglio così gentile e spiritoso, e lo lascia morire tra atroci tormenti. Una volpe fa a pezzi un fagiano molto amato, un furetto ferisce a morte uno scoiattolo e lo stesso Bambi quasi uccide un rivale che implora pietà, mentre la fidanzata di Bambi, Faline, guarda e ride. La ferocia appartiene a tutti, la possibilità della morte anche, predare ed essere predati è la normalità. E quando Bambi scappa nella foresta, dopo che la madre è stata uccisa dai cacciatori, incontra la moglie della sua amica lepre. È sdraiata, ha un’aria ancora dolce e stupita e gli chiede: “Puoi aiutarmi un pochino?”. La zampa posteriore penzola nella neve e la tinge di rosso. Bambi rabbrividisce. “Non so cosa può essermi successo, Non ha davvero senso, ma non riesco proprio a camminare...”. Mentre parla, e sembra ancora felice, si gira su un fianco e muore. È un’ingiustizia, è la desolazione dell’esistenza. È la persecuzione nazista? Letto in questo modo, Bambi sembra riguardare poco gli animali e molto gli uomini, così come del resto La fattoria degli animali di Orwell. Non sappiamo se Salten volesse davvero parlare della condizione degli ebrei in Europa, e secondo il New Yorker questa interpretazione è plausibile ma non esauriente. Forse Salten voleva parlare di tutti, all’inizio del Novecento, il secolo crudele. Di come siamo in balia, quando usciamo sul prato, di come sia difficile difendersi. È un agguato continuo. Ci sono la dolcezza e lo stupore dell’infanzia, quello sguardo che esclude la cattiveria dal mondo. E poi c’è la cattiveria del mondo. Se Walt Disney avesse deciso di inserire altre scene di dolore, non sarebbe stato sopportabile, ma anche in questo film, così dolce rispetto al libro, così pieno di farfalle e di gentilezze fra animali e di innamoramenti in primavera, tutti ci siamo resi conto, e a qualunque età, che c’era qualcos’altro. Un doppio strato, un’oscurità non troppo nascosta. La banalità dell’essere buoni, dolci e morbidi come un coniglietto e come un cerbiatto viene continuamente superata dal pericolo che non risparmia nessuno, e dalla trasformazione in adulto di Bambi, che alla fine diventa padre di due cerbiatti ma, proprio come suo padre, non sta accanto a loro ma lontano da tutti, in cima a una roccia, solo. L’unica possibilità di sopravvivenza (e di protezione delle persone amate) è la solitudine. Ed è soltanto sopravvivenza, non felicità. Dov’è finita la felicità? Nella gioia data dall’amicizia e dall’amore, nella bellezza della vicinanza c’è il continuo pericolo della fine, ci sono gli agguati, i tradimenti, la cattiveria degli altri. Questo senso di desolazione, anche edulcorato, colorato, addolcito da Walt Disney, in Bambi si avverte. Ci sono gli uccelli che si nascondono dai cacciatori sotto le frasche, e si dicono a vicenda: non volare, non volare, sta arrivando, è l’uomo, è tornato. Ma uno di loro impazzisce di paura, dice: “È quasi arrivato, non resisto più”, e vola via, sbatte le ali, esce dal nascondiglio, si espone al male. Viene ucciso, i bambini di tutto il mondo l’hanno visto cadere a terra, morto. Così come hanno visto i cani feroci inseguire la fidanzata di Bambi, Faline, e assaltare anche Bambi, morderlo in branco. Ma lui riesce a saltare, a difendersi, a fuggire, e dopo un salto estremo, cade a terra svenuto. Di nuovo compare suo padre e bruscamente gli ordina di alzarsi. Non c’è tempo per la dolcezza di sua madre e dei suoi amici, non c’è modo di dirsi qualcosa di bello, non c’è possibilità di amore: bisogna solo scappare, continuamente scappare. Nel libro di Salten, ma anche nel film Disney, tutta la saggezza risiede in questo cervo anziano, il Grande Principe della Foresta, e un po’ anche nel vecchio gufo che ritiene che la primavera renda tutti rincitrulliti, perché ci si innamora. Ma il cervo solitario, padre di Bambi che non gli ha mai fatto una carezza (né ha mai rivolto la parola alla madre di Bambi, e lei parla di lui abbassando la voce), gli ha dato il suo insegnamento più importante e terribile: devi stare solo. E infatti Bambi alla fine del film è adulto e solo. Adulto e freddo. Adulto e libero, ma sempre in allarme. Non può fidarsi di nessuno, non può nemmeno amare. È questa la desolazione che Walt Disney non è riuscito a cancellare, ed è la scoperta che fa piangere i bambini e gli adulti, subito dopo la morte della madre, quando le lacrime di Bambi rotolano nella neve. Per i bambini è un turbamento, un orrore, come si può stare soli? Come si può vivere senza gli altri? Senza la mamma, senza il coniglio, senza Fiore la puzzola. Per gli adulti è doloroso: possiamo anche stare insieme, ma finirà. Finirà tutto. Arriverà l’inverno, poi la primavera, cambieremo, staremo più attenti, più all’erta. Qualcuno ci farà del male, molti ci feriranno. Sopravvivremo soltanto se andremo nel prato con il cuore duro, ogni giorno un po’ più duro. Forse solo così potremo smettere di commuoverci guardando Bambi.