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 2022  gennaio 17 Lunedì calendario


Ne usciremo migliori?

Lo diciamo dall’inizio, dai primi giorni della pandemia: ne usciremo migliori. Ai tempi, viste le restrizioni e le conseguenti prostrazioni fisiche e psicologiche, forse intendevamo dire che quella quarantena obbligatoria ci avrebbe avvicinato l’uno con l’altro. L’empatia scaturita dalla sorte comune avrebbe acceso il suo motore e ci saremmo uniti e si sa, l’unione fa la forza e qualche volta la felicità. Purtroppo, raccontiamo le storie come piace a noi, in genere saltiamo sempre la parte difficile, il secondo atto: quella richiede più sforzi e analisi serie e anche amore per la ricerca e l’emersione del dubbio, tipo: sono un cretino, ho sbagliato tutto. Che poi sarebbe una vera pratica rivoluzionaria. E insomma, saltando la parte difficile ci concentriamo sulle dichiarazioni di intenti iniziali che sono facili facili e aspettiamo la risoluzione del conflitto. Ne viene fuori una narrazione falsata, per l’uso costante del primo atto e per la sensazione che la soluzione sia a portata di mano, quando invece la fine deve ancora cominciare. Questo modus operandi è tutt’ora visibile, a qualunque ora del giorno, in tutte le sedi, e non solo in quelle massmediatiche, ma pure i bar, i locali, anche i capannelli di persone che affollano i crocicchi forniscono esempi a tal proposito. Eccoci dunque, siamo noi, facciamo parte di quella miriade di persone che esprime opinioni senza aver affrontato il filtro del secondo atto. Sì, guardateci tutti, siamo tra quelli che ogni giorno fanno a gara, sgomitando senza regole, per offrire opinioni, qualche volta pure pagate a un tanto al chilo. Ecco perché l’espressione ne usciremo migliori diventa una preghiera, un mantra, e tuttavia serve a poco nella vita pratica, la volontà è poca cosa, e non solo, spesso è soggetta ad autoinganno, volere uguale potere è un’equazione che non tiene conto che la volontà si muove a stento tra i fili di una ragnatela che tra l’altro, invece di aiutarci a prendere la preda, ci avviluppa. Ma dobbiamo pur far qualcosa per uscirne migliori. Magari proviamo a riformulare la stessa espressione imponendo dei “se”. Dunque, ne usciremo migliori se. Da questa storia brutta, da questo evento inaspettato che ci scuote oltre che per motivi patologici anche per la sensazione che siamo dei giganti sulle spalle di giganti messi a dura prova da un organismo che ci si affanna ancora a capire se è vivente o meno e comunque è di pochi nanometri, quasi invisibile. Insomma, da questa brutta storia, fatta la tara dei lutti, potremo uscirne migliori se cambiamo metodo di indagine, modo di stare al mondo. Per semplificare, e visto che stiamo sul Foglio, diciamo che ne usciremo migliori se useremo il metodo Bucci e meno il metodo Cacciari. Prendo come esempio due persone, una meno conosciuta, e cioè Enrico Bucci e un’altra più esposta, Massimo Cacciari. Uno più pacato, calmo (anche se di tanto in tanto sui social sbotta) e anche per queste sue caratteristiche meno ricercato dai media e l’altro, invece, conteso dai talk, per il carattere più fumantino, con ottima capacità dialettica e un sostenuto e allenato metodo sofistico dalla sua parte (nonché anni e anni di esperienza pratica: è stato un bravo sindaco, e non è poco). Credo che Enrico Bucci e Massimo Cacciari si presteranno, senza volermene, a interpretare i protagonisti della storia intitolata “ne usciremo migliori se”. È solo una questione di metodo e non di antipatia e simpatia, che pure sono qualità umane importantissime. Ci vuole orecchio al metodo. Anzi parecchio. È indispensabile concentrarsi su un punto: i fatti esistono. Anche se Cacciari pensa che non esistono, se non attraverso l’interpretazione, possiamo tuttavia ancora accordaci su come, attraverso quali strumenti interpretiamo il mondo, cioè con quale metro misuriamo un fatto, tenendo ben presente che quel metro lo forgiamo e lo manovriamo noi, quindi è suscettibile di errori, tentativi, cadute, maledizioni, imprecazioni e benedizioni improvvise, insomma tutto il repertorio dell’umana natura. Qui mi sento dunque di sostenere il metodo Bucci e meno quello di Cacciari. E non solo: simbolicamente parlando, trovo che il metodo Bucci sia di fondamentale importanza per capire la modernità, per cercare di fare squadra di fronte ai problemi, per vivere al meglio la vita che ci resta e lasciare un mondo meglio organizzato alle generazioni che verranno. Sì, insomma, è un metodo migliore per migliorarci.

 

Enrico Bucci (preso come rappresentante del metodo) dall’inizio della pandemia scrive sul Foglio ogni giorno offrendoci un punto di vista sui fatti medico-epidemiologici. Massimo Cacciari (anch’egli qui in veste di rappresentante) da qualche tempo offre un punto di vista (interessante) sulla medesima pandemia. Il primo è legato ai fatti, il secondo nega l’esistenza dei fatti. Bucci cerca un metodo per misurare i fatti, Cacciari è interessato all’interpretazione, perché non c’è fatto senza interpretazione (e l’ordine, la gerarchia, l’interpretazione che forma il fatto). Bucci non ha opinioni, Cacciari le rivendica. Bucci si limita a controllare delle misure che altri, un’intelligenza collettiva – diciamo così – sta cercando, con molti sforzi, di offrire a noi tutti. Dunque, controlla che il metodo, ossia le regole che rendono valida una partita, sia rispettato, cioè non ci siano fallacie o errori che squalifichino la gara. Cacciari ha cominciato a pensare che la partita sia truccata e invoca altri arbitri o indica come elemento perturbante e pericoloso l’ordine, il potere o qualunque cosa permetta l’esistenza stessa della partita. Cacciari è suggestivo, Bucci è faticoso. Cacciari maneggia le parole, Bucci i numeri. Cacciari lo ascoltate a bocca aperta, come quando si vive una piacevole allucinazione sonora, con Bucci invece siete costretti a dire: puoi ripetere per favore? Non ho capito questa o quella parte. Bucci è uno che ti spiega i dati epidemiologici e ti dice cose così: in uno studio canadese, benché il campione sia ancora piccolo ma statisticamente sufficiente, osservando gli ospedalizzati per Delta e gli ospedalizzati per Omicron, con caratteristiche equivalenti, sia per età, sia per sesso, nonché per vaccinazioni fatte, si nota che Omicron manda meno persone in ospedale rispetto a Delta. Quanto meno? Non lo sappiamo ancora perché il campione è piccolo e l’intervallo di variabilità sulla stima che facciamo è molto ampio, cioè si va da un 22 per cento in meno a un 77 per cento in meno. Al che aggiunge: ci sono anche studi in laboratorio, su topi o su cellule, in cui eliminati gli errori di settaggio, resta un dato qualitativo importante, i polmoni degli animali infetti, qualunque ceppo di topo sia, questi polmoni se sono stati infettati da Omicron, a parità di carica virale, mostrano meno danno infiammatorio e molto meno danno tessutale, questa naturalmente è un’analisi quantitativa fatta dagli anatomo-patologi, però il dato è coerente su più studi. Poi ci sono altri dati a conferma del suddetto che ci dicono che la variante Omicron sarebbe meno efficace nel formare delle cellule polmonari fuse che fungono poi da corridoio di contagio. Spiegazione precisa e puntuale ma non romanzabile più di tanto, anche perché, se qualcuno volesse farlo, magari aggiungendo metafore per facilitare la comprensione rischierebbe di tradire il senso dell’analisi metodologica. Dunque, molto probabilmente, il lettore abbandona il testo o magari nel migliore dei casi cercherà euristiche di riferimento (è più buona o più cattiva ’sta variante) nell’altro caso cambia giornale o canale e magari legge Cacciari che spiega perché la immunitas non debba prevalere sulla communitas e insomma due latinismi molto suggestivi, come suggestive sono alcune prese di posizione di Cacciari e di chi lo segue. In tanti fanno notare il punto di forza di Cacciari, la critica al nuovo razionalismo che sconfina nell’assolutismo. Ora, io, voi, noi, a questo punto, visto che Bucci fornisce misure e solo dopo aver pulito il set sperimentale, mentre Cacciari pone questioni, considerato inoltre che Bucci fornisce risposte che magari non ci piacciono perché i fatti non si accordano con le nostre ipotesi nonché speranze, mentre Cacciari pone domande e non sempre ascolta le risposte, allora, visto e considerato tutto questo, se ascoltiamo una vocina interiore a chi diamo retta? A Bucci o Cacciari? Al freddo razionale che sconfina nell’assolutismo o al grande filosofo che mette in scena una provocazione con l’intento di liberarci dal giogo del potere e del turbo capitalismo o di qualunque altra struttura metafisica? Diamo retta a quello che confronta i dati qualitativi e quantitativi, esaminando numeri per poi provare a deliberare o a quello che ci vuole liberare dalla dittatura dei numeri e restituirci la libertà? La vocina interiore vi dice di seguire Cacciari? Capisco, succede. Già come specie siamo programmati per le storie e meno per i numeri e per abitudine poi cerchiamo storie più facili, col nemico ben in vista e l’antagonista che deve risalire la china. Non ci piacciono poi i secondi atti, soprattutto se ci impegnano in analisi troppo serrate e magari difficili da raccontare. E proprio per questi motivi il metodo Bucci è da ritenere più interessante, più vitale, più coraggioso, più efficace per orientarsi nel mare magnum della complessità. Il metodo Bucci ci obbliga a mettere alla prova le nostre ipotesi di lavoro – e già questo è un atto di coraggio – e non solo, anche a cercare strumenti, metri sempre più raffinati per capire come delimitare una questione sensibile. Non c’è niente di nuovo, lo so. Sono vecchie questioni, basterebbe ricordare Protagora, con Socrate che non capisce cosa ci trovino i giovani nel sofista Protagora appena giunto in città. E decide di andare a sentire che cosa ha da dire questo filosofo e in effetti rimane incantato quando apre la bocca e parla. E anche quando la chiude perché ha finito di parlare, bè, anche allora Socrate lo continua a sentire: aveva finito di parlare ma era come se ancora parlasse: un’allucinazione sonora, chiosa Socrate (e Platone attraverso Socrate), con molta ironia, tanto che dopo i complimenti di rito, Socrate chiede a Protagora di dibattere, però a una condizione: frasi brevi e concise. Come a dire: dài, poche digressioni e suggestioni, delimitiamo con chiarezza l’oggetto del contendere. Basterebbe quindi ricordare l’annosa e mai risolta battaglia tra doxa ed episteme, che ha occupato tutta la produzione saggistica narrativa di Platone. Ne ha fatti di dialoghi per cercare di spiegare ai sofisti che non si può dire tutto, anche se è facile dire di tutto, non si può validare una opinione senza episteme, tralasciando il fatto che i sofisti un po’ ci guadagnavano con i sofismi. Socrate no, era un perdigiorno (almeno secondo la vulgata e l’aneddotica di Senofonte), nella sostanza chiedeva in giro per poi revisionare le risposte date e non prendeva soldi. Non guasterebbe nemmeno sottolineare chi mai fosse Platone e riassumere la sua ricerca in poche righe. Leggere il suo imponente corpo narrativo, costantemente in evoluzione, i dialoghi – di ardua classificazione cronologica – attraverso i quali ha messo in scena (anche) personaggi reali che si interrogano lungamente – con brillante ironia e sapienza – sulla possibilità di misurare attraverso una techne ciò che è male e ciò che è bene. Consapevole che siamo nati liberi (gli Dei non interferiscono) e quindi dobbiamo essere felici, Platone ha cercato, attraverso la pratica filosofica – qui vista come una sorta di autopedagogia capace di separare le opinioni, spesso fallaci, dalla vera conoscenza – di rispondere alla seguente domanda (posta da Socrate a Eutifrone nell’omonimo dialogo): è buono perché piace agli Dei, o piace agli Dei perché è buono? La domanda è l’atto costitutivo della filosofia, perché Platone ci ha convinti che quello che piace agli Dei è buono, dunque – che gli Dei esistano o meno – le strutture normative di questa società saranno del tutto indipendenti dalla volontà degli Dei.

 

Non è vero che tutto è permesso se gli Dei non esistono. Al contrario le norme saranno soggette alla giurisdizione della nostra ragione, quindi dobbiamo impegnarci a rispondere – da soli e con straordinaria fiducia nell’uomo – alle seguenti ulteriori domande: quello che fai, perché lo fai? Le convinzioni che sorreggono il tuo fare sono vere e ben fondate? Se sono vere puoi mostrare anche a me dove guardare?

  

Come vedete al metodo Bucci torniamo. 

Ma in fondo se vogliamo unire e non dividere, allora va bene il filosofo liberale Isaiah Berlin. Che ha passato molto tempo a discutere di chi siamo figli noi, degli illuministi o dei romantici? Più volte ha sottolineato l’errore degli illuministi, troppo influenzati, secondo lui dalle scoperte di Newton: che meraviglia l’intero universo racchiuso in poche e chiare formule. Da ciò deriva che basta usare lo stesso metodo per le attività umane e il gioco è fatto. Così come la formula, se corretta, rivela un solo risultato, così è la verità: una sola. Non facile da individuare certo, ma solo perché è sepolta, seppellita sotto una coltre di superstizioni e credenze fallaci. Quale altro compito ha la nostra specie se non scavare e quindi liberarsi dalle suddette ceneri, insomma, far fuori il pattume verbale e cercare il sentiero che è uno solo per chiunque, dovunque esso sia? Capite gli insulti che si sono presi gli illuministi? Questi dicono che non vale la pena discutere se uno più uno fa tre. Per loro fa sempre due, e se non è assolutismo questo… Se non è Potere, Controllo ecc. Capite perché Newton fu sfottuto a destra e a manca? Lui e la misurazione omnicomprensiva. Se io vedo il seno di una donna e mi inebrio, quelli come Newton pensano solo a misurarlo. Capite perché – sottolinea Berlin – arrivarono i romantici e si opposero a questo modus vivendi? Ma quale misurazione, quale techne, noi siamo quelli che scalano le montagne, che amano la natura e che cercano la verità che arriva sempre e solo dopo un percorso personale, solo questo ci porta verso la verità.

 

Vabbè, i romantici la natura per carità la invocavano, ma mica la conoscevano bene. La usavano per rafforzare le loro tesi, insomma non erano naturalisti, non certo alla Darwin. Anche il nostro Ugo Foscolo, giusto per fare un esempio, quando in pena per Teresa se ne va sui colli Euganei descrive una tempesta e mette tutto dentro, come in un contenitore, vento, fiere, selve, e voglio dire stava su una collina, al massimo 600 metri, non certo su una catena montuosa. 

Però Berlin insiste su questo punto, la verità e i valori che essa porta con sé sono sepolti nell’animo umano. E’ l’artista dunque che li cerca, li porta fuori, li espone costi quel che costi, anzi spesso non in cordata ma in solitaria, sfidando pregiudizi, cattiverie e altro, un romantico, nell’immaginario è più vicino a Cacciari che a Bucci e vuoi l’abitudine, vuoi la natura umana, siamo più propensi ad ascoltare un romantico che scala la montagna che un misuratore.

  

Comunque nella sua cavalcata attraverso le due epoche, quella illuminista e quella romantica, Berlin sottolinea che i romantici, nella loro ricerca ossessiva, la verità l’hanno cercata prima nell’animo umano, poi nella natura, poi nella terra, e insomma da solitari esploratori sono diventati un po’ sovranisti, indefessi difensori di tradizioni e confini, nonché esaltati conquistatori: come dire, passare dallo scalare una montagna a invadere la Polonia è un attimo. Non per niente Berlin ci tiene a dire che la cultura romantica annovera tra le sue file Ludwig van Beethoven ma pure il mancato pittore Adolf Hitler, quindi anche in questo caso non tutte le caselle rubricate sotto la voce romanticismo sono da considerare dello stesso valore e andrebbero ripulite un po’ – e anche noi dovremmo dare una mano in questa opera di pulizia ogni volta che ascoltiamo un romantico in vena di esporre la propria verità.

  

In conclusione, Berlin ci dice che siamo figli di entrambe le culture: siamo un po’ illuministi e un po’ romantici, e di sicuro un misuratore indefesso è anche un romantico, vista l’ossessione con la quale mette alla prova la sua ipotesi di lavoro. E dall’altra parte un romantico tiene ben presente l’importanza del percorso personale per trovare il sacro Graal, camminare è un po’ misurare.

  

Dovremmo essere dunque un po’ Bucci e un po’ Cacciari? Sarei tentato di dire sì e chiudere la questione, ma non sono convinto. Non delle due anime che convivono in noi, non sono convinto che i due metodi siano equivalenti. Non sono convinto che il razionalismo coincida con l’assolutismo e nemmeno le tirate sull’hybris mi entusiasmano, altrimenti dovremmo giudicare tracotanti i nostri antenati che si sono messi in testa di coltivare quel po’ di cereali che spuntavano nella mezzaluna fertile dando il via al più grande atto di superbia mai elaborato, quello che ci ha portato fuori dal recinto della foresta dove raccoglievamo e cacciavamo, scavalcamento che tra l’altro ci ha pure un po’ azzoppati: insomma ogni epoca ha la sua hybris e i suoi detrattori. E poi, sempre a considerare la lista delle arroganze, che dire di quelli che usando un prodotto realizzato grazie alla scienza, e cioè il pc, si sfogano contro il mondo in maniera palesemente antiscientifica grazie alle tastiere e alla rete? 

A parte questo, abbiamo abbastanza prove per giungere alla conclusione che il metodo scientifico ha liberato gli uomini da molte catene, mentre tante credenze, religioni e princìpi assolutistici, come la convinzione che un imperatore fosse più vicino a Dio di un comune mortale, ecco quelli sì che erano principi immutabili e non contestabili, altro che due più due fa quattro, altro che misurazioni e sfottò a Newton che misurava il seno di una donna invece di buttare le mani. Altro che biopolitica e biocontrollo. Un salto indietro nel tempo, quando i corpi erano controllati dai Faraoni con manie di grandezza e successivamente da principi e imperatori, schiavisti di ogni età e latitudine, ecco, un semplice salto indietro nel tempo, sfogliando qualche capitolo della storia, è sufficiente a convincerci che allora sì che vigeva il controllo sui corpi. Una vera dittatura, senza nemmeno la sponda della stampa a cui appigliarsi per dire la propria, neanche l’ombra di una cassa di risonanza per le proprie sofferenze. 

Che probabilmente siccome la democrazia è un fatto recente e fino a ieri l’altro il tasso di analfabetismo era altissimo e la povertà diffusa era senza speranza, non ci siamo ancora abituati alla libertà. Siamo rimasti per molti versi una specie tribale: aggressiva, indottrinabile, manipolatrice, cooperativa, curiosa e individualista. Ci eravamo abituati a queste caratteristiche, 30 anni in media di aspettativa di vita, 60 per cento di mortalità infantile. Abituati ad agire entro la ristretta cerchia di bande di circa 150 individui (Come Robin Dubar ci ha spiegato, anche se questo numero, a proposito di metodo, è stato messo di recente in discussione). Una specie che non sapeva cosa fossero le epidemie e pandemie e quando arrivavano si piangevano i morti il tempo necessario e ci si immunizzava naturalmente con tutte le tristi conseguenze della vaccinazione naturale. 

Ditemi voi se quello non era un controllo dei corpi da parte della natura, caotica e strafottente e dei maître à penser dell’epoca che pubblicizzavano il presunto volere degli Dei? Ditemi voi se allora eravamo più o meno liberi, pure senza la questione del green pass. La libertà la dobbiamo anche alla scienza, al metodo scientifico. Non solo i vaccini e le case riscaldate. La scienza ci ha consentito di mettere sotto osservazione i bias cognitivi. La scienza e soprattutto l’istruzione scientifica diffusa e obbligatoria consentono di far funzionare un sistema economico, diciamo la verità, profondamente innaturale e un sistema politico fondato sul primato della legge e non delle persone (anche questo non naturale perché le dinamiche umane ci hanno abituato a seguire qualche capo). Sembra un paradosso: siamo andati a stare meglio quando abbiamo preso atto che dovevamo mettere sotto controllo proprio quello che ci viene più naturale. E nonostante questo non ce ne accorgiamo. Dei miglioramenti e della libertà con la quale ci muoviamo.

  

Non ce ne accorgiamo perché siamo diventati tutti romantici, e da pochissimo. Forse è un processo fisiologico, che ha i suoi pro e i suoi contro. Buttiamoci in un parallelismo off topic. Prendiamo l’amore romantico. Mica prima ci si sposava per amore. Ci si sposava per mettere assieme le doti. E da queste unioni interessate, poteva capitare che una bella fanciulla andasse in mano a una bestia, un vecchio orrendo e purulento, e infatti le favole spiegavano che se questo accadeva, poco male per la fanciulla: si doveva adattare. Non solo, doveva pure sforzarsi di trovare il lato principesco nel vecchio orrendo: hai voglia a cercare, morivi e ancora dovevi cominciare. 

Poi sono arrivati i romantici e ci hanno detto: ma seguite il vostro istinto, il vostro cuore. Se oggi difendiamo le scelte fatte in autonomia, ebbene questo è un lascito del romanticismo (ma anche della struttura sociale che è cambiata per mano della scienza). I contro? Beh, a parte la sensazione che se non sei costantemente unito e all’unisono allora quell’amore non vale, a parte questo, l’amore romantico si basa su una certa idea di natura buona, che ci dovrebbe accompagnare per mano nel nostro percorso. Crediamo che amare significhi seguire il proprio cuore e il cuore, organo decisamente sopravvalutato, ci porta verso ciò che è familiare: chi l’ha detto che ciò che è familiare è una buona base di partenza? Metti che hai una famiglia disfunzionale. Ovvio, mica torniamo indietro, al vecchio orrendo delle favole. Per carità. E che la nuova migliore condizione ci imporrebbe un viaggio d’amore, un percorso che ci porta dal familiare (al riconoscibile: e bisogna saper riconoscere il riconoscibile) al meraviglioso (a quello che ci stupisce: stupirsi significa andare in un territorio non ovvio, dove però si può imparare qualcosa). Tragitto difficile, ci vuole una pratica anche qui, un senso della misura, la costruzione di una mappa per orientarsi. Durante il viaggio devi fermarti molto per riflettere sulla qualità dei tuoi passi. Il cuore non basta, ci vuole metodo.

  

Così è per la democrazia. Per millenni ci hanno detto che dovevamo sposarci con un vecchio orrendo e nemmeno potevamo fiatare. Solo di recente, liberati da varie credenze assolutistiche e per niente razionali, ci siamo trovati in possesso (o crediamo di esserlo) delle nostre opinioni. Qui, stesso funzionamento riscontrato per l’amore romantico. Le opinioni ci portano verso ciò che è familiare ma quel familiare è tarato su un mondo più semplice, ancora pieno di credenze e sciocchezze, nonché di comportamenti ancestrali, qualcuno direbbe tribali, insomma roba a cui siamo abituati e troviamo familiare. 

Tocca fare un percorso per passare dalle nostre familiari opinioni che sgorgano dalla fonte del nostro cuore ad altre meno familiari ma per questo più efficaci. A parte che il percorso metodico ci dovrebbe portare su un promontorio non ovvio, dal quale possiamo provare a leggere un mondo complesso: non siamo una banda di 150 individui, è la prima cosa che notiamo dall’alto. 

L’importanza del percorso, dunque. Già crederci è un gesto romantico. Ma per validare i nostri passi ci vuole un metodo, ed è quello scientifico, il metodo Bucci, diciamo così. Si potrebbe semplificare dicendo: se ti viene in mente una cosa, aspetta a dirla, non è detto che quello che senti sia giusto, cerca i dati (frutto dell’intelligenza e della passione collettiva). Infine, sappi che la verità tanto cercata spesso si riduce a un range di probabilità. Vedete quando siamo miseri? Non si tratta di grandi imprese solitarie, alla fine della quale tiriamo fuori il Graal ma al contrario la verità è una possibilità, una voce sussurrata tra due numeri, un più e un meno, sta a noi cercare rimedi per rafforzare il fiato che abbiamo in corpo: se i rimedi fanno parte dell’hybris, sapete che c’è, viva l’hybris. C’è meno arroganza nel metodo scientifico che richiede confronto e sguardo umile che in certe dichiarazioni da talk: io sono (un autorevole) io e voi...

  

Quando le civiltà sono confuse perché il viaggio è difficile, magari torniamo al punto di partenza, alla base sicura (che però nel frattempo è cambiata e si finisce per provare nostalgia per quella di partenza). Ma anche qui, scegliamo almeno un mito poco noto che ci impone un percorso diverso. 

E’ vero, noi occidentali abbiamo il vecchio e caro mito di fondazione, i nostri due progenitori cacciati dal paradiso terrestre, buttati nudi e pieni di vergogna: dovranno patire la loro arroganza che poi altro non era che desiderio di conoscenza: che sapore avrà un fico? Cosa del tutto naturale chiederselo, visto anche la succosità del frutto.

 

Ma per esempio, i Sumeri, 2100 anni prima di Cristo. I sumeri (un popolo raffinato, alfabetizzato e urbanizzato) avevano scritto l’epopea di Gilgames. L’epopea si apre con Enkidu, bello come un dio, rude e selvaggio (corre libero con le bestie in armonia con la natura) che incontra una donna bellissima, Samkhat. Si amano per sei giorni e sei notti e alla fine Enkidu torna nella natura ma, sorpresa: la sua forza è diminuita, le bestie lo sfuggono e per la prima volta avverte la solitudine. Allora torna da Samkhat e lei gli racconta della città dove abita, lì – dice – gli uomini usano il cervello e non solo i muscoli. Vieni – gli dice – la città si chiama Uruk. Enkidu accetta, si rade, si unge, si libera (simbolicamente) della natura ed entra in città. In città c’è un re, Gilgames, appunto, un re urbano ma che si sente oppresso dalla stressante vita metropolitana. Enkidu e Gilgames sono dunque speculari, uno viene dalla natura ma è entrato nella città, l’altro è cittadino ma sente il richiamo della natura. Diventano amici inseparabili e un giorno Enkidu convince il re a misurarsi con la natura. I due partono, direzione monte del Libano, alla ricerca del cedro più bello e maestoso, per tagliarlo e ricavare legno per costruire la porta di un tempio. Però il monte è vegliato da un toro e Gilgames lo uccide e ancora eccitato abbatte non uno ma tanti cedri. Un dio si offende, è un atto di superbia, ovvio. Il dio fa ammalare Enkidu che muore tra le braccia di Gilgames, tra l’altro maledicendo il giorno a cui ha ceduto alle lusinghe della ragazza ed è entrato in città.

  

C’è un sottile passaggio psicologico. Quando Enkidu muore, Gilgames capisce che la natura con la sua vitalità rende più forti, rudi e selvaggi, forse immortali e comincia a vagare, come un preromantico, vestito di stracci, imitando il suo amico morto e finisce per trovare una landa selvaggia dove vive Utnapishtim. Un uomo che aveva costruito un’arca per salvarsi da un diluvio e a cui – si diceva – gli Dei avevano accordato l’immortalità. Ebbene, Gilgames interroga l’uomo e scopre la triste verità: la morte è una condizione inevitabile dell’esistenza. Dunque, fa ritorno in città con una nuova consapevolezza: i singoli individui sono destinati a morire ma la forza collettiva del genere umano sopravvive attraverso gli edifici e le opere umane, simbolo di conoscenza. Conoscenza che va preservata e tramandata. Ma come? Incidendo dei simboli, cioè lettere su tavolette di argilla, insomma scrivendo, la prima tecnologia che libera spazio dalla nostra memoria: se non è hybris questa. Così Gilgamesh torna dalle lande desolate per portare un messaggio: la città è un dono degli Dei. Insomma, nell’epopea di Gilgames, il conflitto natura-cultura viene prima raccontato poi risolto con un elogio alla città, simbolo di cultura e di impegno collettivo. 

Che dire? Non siamo immortali. Anche se spesso crediamo di esserlo, e lo dichiariamo a gran voce, finché un evento, un accadimento ci fa perdere forza. Per questo cerchiamo dei rimedi, tutta qui la vita, senza che facciamo i tronfi, tipo che so ma non ho le prove. Cerchiamo le prove, misuriamo il mondo, costruiamo una città dove vivere al meglio (e consumare meno risorse, abbattere meno cedri).

Ps. Che poi in certe giornate ti verrebbe di andare in un talk e gridare, ma non rompete, vaccinatevi, male non fa, anzi, allenate solo il sistema immunitario che già siamo fiacchi e non andiamo in palestra da una vita. Daje che è un attimo, facciamo fare una sezione di allenamento ai nostri anticorpi, alle cellule T e compagnia bella e così risolviamo una buona parte dei problemi, perché in un mondo razionale non ci sarebbe mica bisogno del green pass e della dittatura sanitaria, perché, viste le prove, due più due fa quattro e tutti convergono sul risultato e, viste le prove, si vaccinano e pace. Tra l’altro così facendo di sicuro abbiamo cura della comunità e della città ecc., e ne usciremo migliori, certo che sì. Ti verrebbe da gridare una cosa così, ma sarebbe un gesto troppo romantico, meglio uno sguardo più attento, indagatore, pacato, collaborativo e lungimirante… e mannaggia quante chiacchiere, sento ancora ‘sto grido che vuole uscire, ma perché?