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 2022  gennaio 13 Giovedì calendario

Le via, le piazze e i locali dove si decide il Colle

L’elezione al Colle incombe, il Covid pure, e il luogo simbolo di lotta agli imbrogli, la cabina del voto segreto parlamentare quirinalizio anche detta “catafalco”, è considerata a rischio estinzione per via dei possibili contagi, come scrive Filippo Ceccarelli su Repubblica. Ma non è l’unico simbolo pre-conta presidenziale a subire l’effetto dello spirito del tempo – spirito pandemico, populista, post-populista e poi draghiano, con tutte le conseguenze che ne derivano. La toponomastica da grandi giorni al Colle infatti è stata travolta, e sconvolta, dagli anni gialloverdi e rossogialli e dal terremoto sanitario, tanto che, aggirandosi per le vie di Roma, si fatica a ritrovare indizi di resistenza simbolica nei luoghi che per lungo tempo hanno fatto da scenario a colloqui segreti e non, e a patti e accordi più o meno fragili sulla scelta dei presidenti della Repubblica (ma un politico che ne ha viste di tutti i colori ci trova comunque una sorta di immobilismo gattopardesco: “Se il Covid minaccia persino i caffè alla buvette, tutto cambierà perché nulla cambi”). Fatto sta che la leader di FdI Giorgia Meloni, qualche tempo fa, già in ore di vigilia pre-votazione per il Colle, ha incontrato Letizia Moratti, uno dei nomi che entrano ed escono dalle rose di quirinabili, tra i tavoli del ristorante Maxela, a due passi dal Pantheon, luogo di non storica fama e di non tradizionale aspetto, ché il locale nulla ha delle antiche trattorie frequentate da politici e giornalisti, da Fortunato a Settimio in giù, e nulla ha dell’arredamento istituzionale con quadri alle pareti e mobili in legno a far da contorno a chiacchiere sussurrate, nascoste da tovaglioli color crema. Macché: da Maxela, che lo scorso anno era luogo di ritrovo di molti parlamentari a 5 stelle, quest’anno, in un tranquillo martedì di gennaio, hanno pranzato, seppure in tavoli diversi, Maurizio Lupi, da un lato, e Renata Polverini, Alberto Losacco e Antonello Giacomelli dall’altro (e un certo punto si è affacciato sull’area antistante al ristorante Luca Lotti, per poi andarsene). Il sindaco di Benevento Clemente Mastella ricorda i tempi democristiani in cui “Ciriaco De Mita e Bettino Craxi si incontravano per colloqui riservati pre votazioni al Colle in un convento di suore”, e ricorda anche, Mastella, quando lo stesso De Mita preferiva per simili conversazioni abitazioni private in area famiglia Agnes. Il senatore ed ex ministro Gaetano Quagliariello, invece, di Fortunato ricorda “il tavolo riservato nella seconda stanza a sinistra, tavolo d’angolo con Lino Jannuzzi king maker”. Da quella stanza, racconta il senatore, una diretta televisiva riuscì a cogliere “il momento in cui si capì che Arnaldo Forlani sarebbe stato impallinato dai franchi tiratori andreottiani” (poi fu eletto Oscar Luigi Scalfaro). Cambio di scenario, seconda Repubblica: “La scelta di Giorgio Napolitano passò attraverso i partiti, e la sua riconferma ebbe come luogo di snodo Palazzo Grazioli”, dice Quagliariello. E però ora Berlusconi, il nome che se ne sta sui tavoli del centrodestra e del centrosinistra e dei Cinque Stelle – a seconda dei punti di visti – come variabile, minaccia, possibilità o possibilità da scansare, non abita più qui, cioè lì, nel palazzo nei pressi di Piazza Venezia. Quando scende a Roma, infatti, il Cav. alloggia in quella che viene immortalata come “ex villa di Franco Zeffirelli”, e cioè la Villa Grande dove l’ex premier ha intrecciato con Matteo Salvini e Giorgia Meloni varie tornate di conversazioni, e dove in questi giorni sempre con gli alleati si vedrà, ferma restando la suddetta variabile: cosa dirà ufficialmente, dopo l’uscita ufficiosa della famosa e per Enrico Letta famigerata frase attribuita sull’eventualità che senza Mario Draghi a Palazzo Chigi Forza Italia potrebbe sentirsi legittimata a uscire dal governo. E lì, tra le aiuole del giardino, e dietro la porta che conduce allo studio del Cav. nella Villa sull’Appia Antica, si dovrà dirimere più di una questione, la prima delle quali gira attorno all’interrogativo (o speranza, a seconda dei punti di vista): che cosa farà B., una volta smesso di giocare per sé, ammesso che non si voglia alla fine misurare con l’aula? Farà un nome su cui far convergere i voti che pensa di avere? E se invece si misura? Ma tutto al momento è fermo sulla soglia di Villa Grande, edificio ombroso dove al momento l’ambizione berlusconiana attende in eremitaggio a intermittenza, nel senso delle visite sporadiche di qualche amico e consigliere, con Salvini nel frattempo alle prese con la questione della leadership in teoria – la sua – che sul Quirinale non riesce però a farsi pratica. 
Né la certezza illumina i luoghi frequentati per discorsi sulle linee su cui muoversi, in questi giorni di sottile inquietudine giallorossa, dal segretario del Pd Enrico Letta e dal vertice a Cinque Stelle Giuseppe Conte. I due ex premier sono tornati sul luogo per così dire del delitto, a vederla con gli occhi dei non pochi detrattori interni dem dell’alleanza Pd-Cinque stelle: la sede della fondazione Arel, piazza Sant’Andrea della Valle, davanti alla fontana, a due passi da Piazza Navona e dal Senato, ovvero il luogo dove, nel marzo scorso, i due ex premier battezzarono quella che fu chiamata “nuova affascinante avventura” (l’alleanza stessa), e s’è visto poi che l’avventura poteva a tratti, vedi elezioni amministrative nelle grande città, presentare la sagoma dell’incubo. E però rieccoli, qualche giorno fa, Conte e Letta, nella sede Arel, a pochi metri dal traffico non più impazzito, ché il Covid e la fine delle vacanze natalizie fanno da calmiere sulla circolazione veicoli. Rieccoli a parlare di pandemia, sì, ma anche della necessità di fare “fronte comune”, prima delle riunioni interne dei gruppi parlamentari pd e cinque stelle, per scongiurare lo spauracchio anche detto “crisi al buio”. E non solo alla Arel si riflette. Letta deve ora puntare su qualcuno o qualcosa, senza dimenticare gli scenari su un post Draghi a Palazzo Chigi in caso di Draghi al Colle, e deve farlo intanto dalle stanze del Nazareno, nel senso della sede pd all’angolo dell’omonimo largo, in via Sant’Andrea delle Fratte, l’edificio che nel 2014 ospitò il patto Renzi-Cav.. Ed è stato visto, Letta, scendere le scale della sede suddetta per salire quelle della limitrofa sede del Gruppo Mediaset che ospita l’ufficio di Gianni Letta, zio di Enrico ma soprattutto storico consigliere del Cav. E in questo sdoppiamento di sedi al Largo del Nazareno va in scena lo sdoppiamento di strategie, specie nel centrodestra che sconsiglierebbe a Berlusconi di misurarsi con l’impresa. In ogni caso Letta senior parla non soltanto con il nipote segretario del Pd che negli ultimi giorni ha detto “no” al “divisivo” nome di Berlusconi, ma anche con il deus ex machina pd Goffredo Bettini, e i colloqui si sono susseguiti oltre il Pd, in direzione di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, ma questa è un’altra storia e un altro luogo, o meglio un non-luogo. Alla mancanza attuale di un’univoca strategia quirinalizia a Cinque stelle, infatti, corrisponde l’incredibile mancanza di via vai nel deserto che spesso, se non sempre, circonda quella che dovrebbe essere la sede ufficiale del M5s, in via Campo Marzio (anche detta, dai grillini più autoironici, “sede fantasma”). Pochi infatti la considerano una location adatta alle conversazioni politiche in generale, figuriamoci a quelle pre-Colle, anche perché Conte se ne sta più defilato nei pressi di Fontanella Borghese, vicino all’antico negozio di abbigliamento da uomo Schostal, aperto a Roma nel 1870, stesso anno della breccia di Porta Pia. E insomma si cercano king maker, ma non si riesce a trovare neppure un genius loci.