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 2021  novembre 30 Martedì calendario


Gli ayatollah furbi con noi, brutali in casa

Al Grand Hotel di Vienna ieri sono ricominciati i negoziati sul nucleare iraniano, l’accordo Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) che è stato stracciato da Donald Trump nel 2018 e che Joe Biden vuole resuscitare. Gli occidentali sono arrivati esausti e pessimisti mentre Teheran si sente in una posizione di forza perché negli ultimi mesi il suo programma nucleare è andato molto spedito e adesso – dal punto di vista tecnico – potrebbe ottenere la bomba atomica in quattro settimane o pochi mesi. Questo è il settimo round di colloqui ed è il più difficile. Il sesto era finito prima dell’estate e alcuni delegati avevano lasciato gli abiti in hotel convinti che ci sarebbero dovuti tornare pochi giorni dopo, perché secondo tutte le parti – e secondo il ministero degli Esteri della Repubblica islamica – le bozze erano praticamente definitive. Poi gli iraniani sono spariti. In quel momento era appena cambiato il loro governo, ma tra i paesi coinvolti c’era ancora consenso sul fatto che, anche con un esecutivo conservatore come quello di Ebrahim Raisi (eletto lo scorso 18 giugno), l’Iran avesse urgente bisogno di vedere sollevate le sanzioni e quindi di tornare al Jcpoa. Dopotutto Raisi – nei confronti televisivi fatti prima delle elezioni – diceva di non avere nulla contro il Barjam (come viene chiamato l’accordo in Iran) se gli Stati Uniti avessero tolto le sanzioni contro il suo paese. Una volta insediato, il presidente ha scelto come nuovo capo delegazione a Vienna il viceministro degli Esteri Ali Bagheri Kani. Lì avrebbe dovuto suonare un campanello d’allarme perché si tratta di uno dei due diplomatici iraniani che più detestano il Jcpoa (l’altro è Saeed Jalili, che si occupava di negoziati sull’atomica ai tempi di Ahmadinejad e il suo vice era proprio Bagheri Kani). 
Raisi e Bagheri Kani stavano tenendo aperta la finestra del negoziato di Vienna, ma nel frattempo ragionavano su un piano B con una duplice funzione. La prima era quella di accumulare know how sul nucleare e stoccare tanto uranio arricchito, nel caso in cui a un certo punto ci fosse stata la scelta politica di fare la bomba. Ma anche se la scelta politica fosse rimasta quella del Jcpoa, più uranio e più competenze nucleari significano più potere nei negoziati – la seconda funzione era avere il coltello dalla parte del manico a Vienna.  
Gli occidentali hanno aspettato pazientemente per oltre cinque mesi che gli iraniani si risiedessero a quel tavolo, nel frattempo Teheran ha capito che lavorare alacremente alla bomba conveniva in ogni caso: avevano iniziato un anno prima ad arricchire uranio al 20 per cento e adesso lo arricchiscono al 60, sanno benissimo che passare dal 4 per cento (il limite che imponeva l’accordo) a percentuali a doppia cifra richiede tempo, soldi e ricerca, invece passare dal 60 al 90 – ciò che serve per la bomba – è facile e veloce. In più potevano sfruttare un vantaggio temporale, per l’Iran proseguire sulla strada già intrapresa a novembre scorso (prima della vittoria e dell’insediamento di Biden) è una scelta semplice, mentre per gli occidentali decidere se e come rispondere non lo è affatto. Con un tavolo diplomatico comunque aperto, gli americani e gli europei avrebbero valutato attentamente le conseguenze e avrebbero avuto bisogno di tempo per mettersi d’accordo su eventuali nuove sanzioni, e queste per produrre i loro effetti. 
Il piano iraniano, per quanto riguarda i rapporti di forza – a giudicare dalla preoccupazione degli occidentali e dai colloqui di ieri – pare funzionare. La Repubblica islamica fa la dura a Vienna, si permette molti capricci e il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir Abdollahian, ha paragonato Biden a Trump dicendo che “questa Amministrazione americana si comporta come la precedente e quindi ci domandiamo se abbia davvero intenzione di rispettare i suoi impegni e abbandonare le politiche fallimentari del passato”. Che è un’affermazione assurda perché Trump quell’accordo l’ha stracciato unilateralmente ed ha imposto le sanzioni più dure della storia, la delegazione di Biden invece li aspetta da mesi al tavolo e ha rinunciato a chiedergli di vincolarsi anche rispetto all’uso dei missili balistici e delle milizie filo-iraniane nella regione (come chiedevano molti membri del Congresso anche democratici) pur di tornare al Jcpoa. Persino i russi, con il loro uomo a Vienna che è l’ambasciatore Mikhail Ulyanov, hanno detto che se prima erano molto ottimisti sulla possibilità di tornare l’accordo, adesso preferiscono dire che da parte loro c’è “cauto ottimismo”. Ulyanov ha aggiunto che si aspetta discussioni molto difficili anche nel board dell’Agenzia per il nucleare dell’Onu, e che le considera inevitabili dal momento che l’ultimo incontro tra il capo dell’agenzia Raphael Grossi e gli iraniani è andato malissimo. È avvenuto la settimana scorsa e Grossi (che aveva sempre usato toni diplomatici) per la prima volta ha ammesso che i suoi sforzi sono stati inconcludenti e che ci sono dei siti atomici iraniani come quello di Karaj su cui non può più garantire perché – dopo gli attacchi israeliani che hanno distrutto, tra le altre cose, i loro sistemi di monitoraggio – gli iraniani hanno aggiustato tutto tranne le telecamere della sua agenzia. Dalla Repubblica islamica non si sono né preoccupati né scomposti, non hanno fatto nulla per correre ai ripari e offrire garanzie, non hanno detto per esempio: “va bene vi facciamo entrare a Karaj”. 
A questo punto sembra che il piano di Raisi e Bagheri Kani si sia rivelato astuto, eppure non ha tenuto conto di una variabile: gli iraniani. Che vivono una crisi drammatica e la recessione è cominciata proprio con l’uscita dall’accordo da parte degli Stati Uniti. Mentre il presidente si vanta della sua “economia di resistenza” che sarebbe la “maximum resistance” opposta alla “maximum pressure” di Trump, il rial continua a svalutarsi rispetto al dollaro alla velocità della luce. Gli iraniani ogni giorno vanno a fare la spesa e devono ricalcolare il prezzo del riso e delle uova. Raisi vuole costruire un paese che non ha bisogno dell’export per poter fare ciò che vuole senza dipendere da nessuno, ma non gli conviene perché ci sono alcune cose importanti che dentro i confini non sanno fare e lui ne ha appena fatto esperienza a proprie spese. Sul vaccino l’establishment iraniano tuonava “non ci fidiamo delle multinazionali straniere” che “avvelenano” e “vendono il sangue infetto”. Hanno proibito ufficialmente l’acquisto di quelli occidentali e hanno provato a farsi il loro, un vaccino di resistenza: non sanno produrne abbastanza e non è il più efficace. Raisi ha dovuto fare una figuraccia e un’inversione ad U e adesso ha autorizzato tutti a comprare Astrazeneca, Pfizer, Moderna e Johnson&Johnson. 
Rinunciare all’export non gli conviene anche perché sono il quarto produttore di petrolio al mondo ed è con la vendita dei barili all’estero che tenevano in ordine le casse pubbliche e gli indicatori economici. Per evitare la recessione dovrebbero esportare quasi quattro milioni di barili al giorno, che è esattamente quello che facevano prima delle sanzioni. Con le sanzioni sono entrati in crisi ma proprio quando hanno firmato il Jcpoa con Barack Obama sono tornati rapidamente ai 4 milioni che fino ad oggi si sono rivelati la soglia minima per una relativa salute economica. L’anno scorso sono scesi a due milioni al giorno, ma il Jcpoa potrebbe riportarli in poco tempo al doppio. 
Su tutto questo l’establishment iraniano avrebbe forse potuto continuare per un po’ di tempo a fare finta di niente, ma all’improvviso si è ritrovato un milione di persone in piazza. Perché a molti iraniani manca anche l’acqua. È finita nelle città e nei villaggi da Shahr-e Kord ad Ahvaz, da Yazd a Isfahan. I contadini non possono più coltivare perché il loro fiume “padre della vita”, il Zayandehrud, è completamente prosciugato. E visto che con l’uranio arricchito ci fai la bomba ma non ci sfami nessuno, tantissimi iraniani si sono uniti alla manifestazione degli agricoltori. Il cuore della protesta era ad Isfahan, nel centro del paese, dove cominciati venerdì sono cominciati degli scontri particolarmente violenti. C’erano moltissimi giovani che tiravano pietre e molotov e molte donne. Gridavano “morte ai dittatori” e hanno dato fuoco ai giganteschi manifesti con l’immagine della guida suprema in giro per la città. La polizia oltre ai lacrimogeni e alle pallottole di gomma ha iniziato a usare ma i proiettili. Ci sono alcuni morti come un uomo a cui sparano al volto e una donna a terra che non si muove più ed ha la faccia completamente sporca di sangue. Ci sono i video girati con gli iPhone di altri ragazzi completamente inermi con ferite profonde alle testa. Era il giorno dei super saldi, il Black Friday, e visto che per i manifestanti era stato davvero un venerdì nero, quelli che riuscivano a usare Twitter hanno comiciato ad aggiungere l’hashtag #BlackFriday per far circolare molto di più i video con i morti e le violenze, generando parecchio rumore sui social. Ma la connessione internet viene rallentata, in particolare ad Ahvaz. Lì ci sono altre manifestazioni, sono quelle della minoranza araba che abita la provincia del Khuzestan e che aveva già protestato questa estate quando erano rimasti completamente senza acqua mentre fuori c’erano cinquanta gradi. Oltre agli slogan contro gli ayatollah, i manifestanti gridavano i cori del “Bloody Aban”, le manifestazioni iniziate per la disperazione economica e con il pretesto dell’aumento del prezzo del carburante nel novembre del 2019, represse nel sangue e più di mille morti. 
Nel frattempo nella capitale Teheran c’erano altre proteste, di fronte al tribunale militare in cui si svolge il processo per l’abbattimento di un Boeing della Ukraine International Airlines. Un aereo civile che è decollato dall’aeroporto internazionale di Teheran all’alba dell’8 gennaio 2020 e che è stato abbattuto da un missile dell’aeronautica iraniana. C’erano 176 passeggeri, soprattutto iraniani o con la doppia cittadinanza iraniana e candese, e sono morti tutti. Pochi giorni prima gli Stati Uniti avevano usato un drone armato per uccidere il generale iraniano Qassem Suleimani, un eroe nazionale nella Repubblica islamica, insieme a Abu Mahdi al Muhandis, comandante della milizia irachena Kata’ib Hezbollah sostenuta dall’Iran. Il contesto è che gli iraniani per rappresaglia cominciano a bombardare gli americani in Iraq e temono che gli americani contro attacchino a loro volta. I familiari delle vittime non credono alla versione ufficiale, quella dell’incidente. Ma non si limitano a manifestare, hanno assunto degli investigatori canadesi per indagare su quello che è successo nello spazio aereo iraniano all’alba dell’8 gennaio 2020, e su chi ha preso le decisioni. La loro versione è che, quando il comandante dell’aeronautica dei pasdaran Amir Ali Hayizadeh dice di aver chiesto la sospensione dei voli civili perché era impegnato con l’attacco missilistico contro le basi americane in Iraq, mente. I familiari adesso hanno pubblicato i risultati dell’indagine: sostengono che lo spazio aereo gli iraniani non lo abbiano chiuso in mala fede. Secondo la loro teoria, l’obiettivo dei pasdaran era usare i civili iraniani come scudo umano e a fini di propaganda. Cioè: hanno lasciato aperto lo spazio aereo durante gli attacchi perché volevano che gli Stati Uniti reagissero finendo per colpire civili e famiglie iraniane, per poi fare le vittime. Ma gli è andata male e quei civili li hanno ammazzati loro. 
Questo genere di proteste sono quelle che l’establishment iraniano teme di più perché potenzialmente tutti gli iraniani, anche i conservatori e i sostenitori del governo, empatizzano con chi manifesta perché non ha l’acqua potabile, con i contadini e con i parenti disperati di chi era sul volo colpito da un missile dei pasdaran. Le temono perché sono di una tipologia contagiosa e hanno l’incubo che si ripeta quello che è successo due anni fa. Durante il “Bloody Aban” in cui sono scesi in piazza, in tutto il paese, le più varie tipologie di manifestanti: dai “senza scarpe” dei villaggi alle studentesse di Teheran nord che si tolgono il velo in segno di protesta. 
C’è poco da gongolare a Vienna, se poi la casa brucia.