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 2021  novembre 29 Lunedì calendario

La spettacolare banalizzazione dell’hijab

"La società Benetton, il cui fatturato è crollato da quando è iniziata la pandemia, tenta di risollevarsi con una furba campagna pubblicitaria” scrive Valérie Toranian sulla Revue des Deux Mondes. Un rapper con molti follower (un must per un’icona pubblicitaria) e un’idea “molto cool” per piacere ai giovani: un hijab “unisex” colorato. Ghali è italiano, di origini tunisine. È contento che Benetton faccia la promozione di questo “hijab inclusivo” indossato dagli uomini. La normalizzazione del velo islamico da parte della moda non è una novità. Abbiamo già avuto diritto al velo glam, al velo fashion, alla moda delle donne “pudiche” (contrariamente a tutte le altre che sono impudiche?)… L’industria della moda si appropria senza scrupoli di centinaia di milioni di consumatrici. Business as usual. Benetton era famoso per le sue campagne provocatrici che promuovevano il meticciato delle culture negli anni Ottanta. Il marchio di moda vuole forse riconciliarsi con la propria tradizione impertinente mettendo in commercio un hijab inclusivo unisex? È talmente il contrario di tutto ciò che diventa quasi comico. Un uomo che indossa un hijab “non copre la propria vergogna” di provocare l’altro sesso. Soprattutto in Europa, nelle nostre democrazie dove i diritti delle donne, così come quelli di tutte le identità di genere, sono protetti.In Iran, nel 2016, alcuni uomini avevano lanciato un movimento, “hijab per gli uomini”, come atto di solidarietà nei confronti delle donne iraniane sottomesse all’obbligo di indossare il velo. Una protesta simbolica, ma pensata chiaramente come una provocazione rivolta al regime dei mullah. Un vero rischio. Ghali e Benetton non hanno invece alcuna intenzione di contrariare il regime islamista iraniano, saudita o afghano. Si gioca a fare i ribelli al calduccio, protetti dai nostri maglioni Benetton e dalle democrazie che, peraltro, sono devote all’inclusività. Il rapper, purtroppo, non indossa l’hijab in segno di solidarietà nei confronti delle donne imprigionate per essersi rifiutate di indossarlo. Come l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, condannata nel 2019 a quindici anni di prigione e 148 frustate dal regime iraniano per essersi, tra le altre cose, presentata in tribunale senza hijab. No, Ghali indossa con fierezza il suo velo come emblema della “donna musulmana libera” che bisogna proteggere da tutti gli orribili “islamofobi”. Denunciare il carattere sessista, patriarcale e politico del velo è fuori discussione. “Quando ero piccolo – ha detto in un’intervista durante la fashion week di Milano – nessuno mi rappresentava. Ora è diventata la normalità”.Il velo è il simbolo dell’identità musulmana. Fino a vent’anni fa, era indossato da un’infima minoranza di donne nei paesi non musulmani (e talvolta anche nei paesi musulmani), oggi è diventato la rappresentazione ufficiale dell’islam: è la più grande vittoria dell’islam politico. Al di là di alcuni mullah che faranno delle smorfie dinanzi a questo utilizzo “gender free” di un simbolo tradizionale, la maggioranza degli islamisti potrà soltanto rallegrarsi della consacrazione del loro stendardo politico da parte della moda, del femminismo inclusivo e del business. Ciò addolcirà la loro delusione per il ritiro (provvisorio?) della campagna del Consiglio d’Europa, che promuoveva la bellezza, la diversità e la gioia con l’hijab, dal sito dell’istituzione europea. Una campagna sconvolgente di promozione del velo shariatico, con la scusa della lotta “contro l’odio” e la discriminazione subìti dalle donne musulmane. E dietro cui si nasconde la rete estremamente efficace dei Fratelli musulmani europei, aiutati dai loro utili idioti intersezionali e woke. Come ricordato in un libro erudito e appassionante da Naëm Bestandji, la questione del corpo della donna è un’ossessione dei Fratelli musulmani fin dalla loro creazione. Più perniciosa che la dottrina salafita conservatrice, la loro ideologia, che si presenta come il matrimonio tra l’islam e la modernità, consiste in realtà nell’islamizzare la modernità. Il velamento non si fonda sul Corano, ma sulla necessità di affermare la propria identità in rottura con l’occidente e i suoi valori. Il velo è un segno identitario. Più le donne si velano in un paese, più l’islam politico è presente. Le campagne di banalizzazione dell’hijab e di colpevolizzazione della società (se non consideri l’hijab come il diritto di una donna libera, sei islamofobo) sono primordiali.  Le donne che indossano il  velo sono militanti di un certo modus vivendi. Indossare il velo significa conformarsi a un’esigenza, non di “pudore”, ma al contrario di visibilità à oltranza. È un simbolo sessista e di diseguaglianza, anche se ci si vela in totale libertà. Tutto il resto è una favoletta destinata a far accettare la progressione del-l’islam politico.(da la Revue des Deux Mondes)