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 2021  novembre 23 Martedì calendario


Citofonare Halston

Pochi film funzionano bene come quelli sugli stilisti, sia per le nevrosi, magari alimentate dalle sostanze, che garantiscono scene madri e “archi” narrativi che risulterebbero impossibili per show televisivi su notai, commercialisti, o anche poveri scrittori. E sia soprattutto per i magnifici set in cui gli stilisti allestiscono le proprie vite.
  
Così per esempio buona parte del successo e del fascino di “Halston”, la serie televisiva Netflix dedicata al celebre designer americano degli anni Ottanta deriva dalle location; e in particolare dalla casa che Roy Halston Frowick, meglio conosciuto come Halston e basta, acquistò il 6 marzo 1974. Un “party pad” squadrato e minimalista, un enorme salone con una scala senza corrimano che sale su un mezzanino, dove, nel film, si consumano orge con spensieratezza pre-Aids (e Andy Warhol che filma e fotografa). Sotto, invece, tra le candele e le immancabili orchidee, pranzetti spesso non allegri, portati dal catering, e spalle su cui piangere (nello specifico, quelle della danzatrice Martha Graham, o dell’ereditiera Elsa Peretti, gran musa dello stilista, mancata qualche mese fa, che ha una parte fondamentale nella serie, tra litigi, sfilate, e il suo essersi emancipata con la sua linea di manufatti per Tiffany, dopo aver creato le boccette del profumo halstoniano).
  
La casa che si vede sullo schermo non è l’originale ma è stata ricreata completamente in studio e pare che Ryan Murphy, il Piero Angela della gayness altospendente americana, fosse andato a visitare il vero immobile che sta al 101 di East 63rd Street, dunque pieno Upper East Side, ma c’erano i lavori in corso. La casa ha una sua storia indipendente e avvincente, che, grazie ai registri americani precisissimi sulle compravendite, si può ricostruire nei dettagli (altro che riforma del catasto). Fu tirata su a tempo di record dal dicembre 1966 al dicembre 1967 da Paul Rudolph, leggendario architetto americano, per l’avvocato e immobiliarista Alexander Hirsch, che volle la town house terratetto dalla struttura metallica esterna, abbattendo un preesistente deposito di carrozze.
  
Nel 1974 Halston, ormai avviato alla celebrità, la acquista, fa aggiungere una foresta di bambù nel retro, e inizia la grande èra degli “Halston happenings”: ospiti fissi erano Warhol, Truman Capote, Bianca Jagger, Liza Minnelli, Elizabeth Taylor, Lauren Bacall, Anjelica Huston e Diana Vreeland. E poi il fidanzato di Halston, lo sgangherato artista-marchettone Victor Hugo, e il cameriere Mohamed. Gli ultimi anni di Halston, si vede nella serie, sono molto Ludwig di Baviera: eccessi, sostanze, cupio dissolvi (l’effetto dipende anche dalla forte somiglianza di Ewan Mc Gregor con Helmut Berger, cui forse si è ispirato).
  
Nel 1990, poco prima di morire, Halston vende la palazzina completa di tutti gli arredi per 5 milioni di dollari a una certa “Cryden Corporation”, che non è altro che un’accoppiata di Gunter Sachs e Gianni Agnelli. I due magnati infatti vogliono quel posto per dare delle feste (anche se al Foglio i meglio bon vivants assicurano che l’Avvocato ci andasse poco, o pochissimo, in quella casa. Nella via tra l’altro in cui abitavano Ugo Stille e Oriana Fallaci). Sachs, vero padrone di casa e utilizzatore finale, vi fa invece delle modifiche, mette un po’ di corrimano per non cascare dai soppalchi, e ci mette la sua collezione d’arte.
  
Nel 2011 muore (Agnelli era morto nel 2003), e la casa viene messa in vendita per 38 milioni di dollari, poi sparisce dagli annunci immobiliari, poi riappare, e infine nel 2019 viene comprata per 18 milioni. Anche qui, l’acquirente non è uno sconosciuto, si tratta infatti di Tom Ford, che spende altri 750.000 dollari per la ristrutturazione (ecco i lavori in corso). “La comprai il giorno stesso che la vidi”; disse Halston in un’intervista. “È l’unica casa veramente moderna costruita a New York dopo la seconda Guerra mondiale. È come vivere in una scultura tridimensionale”. “Era una casa molto drammatica, pensata davvero per intrattenere. Era minimalismo di alto stile”, ha detto invece Bob Colacello. “Tutti i mobili erano incassati. Erano divanetti di flanella grigia, una specie di grande tavolino quadrato, geometrico, nero. C’era un camino incassato sulla parete sinistra con una lastra per un caminetto. E una scala senza ringhiera, i gradini erano sospesi. Ricordo la notte in cui Diana Vreeland stava salendo quella scala, eravamo così terrorizzati che sarebbe caduta”. “La casa era come nessun’altra a New York. C’era questo enorme soggiorno a tripla altezza che andava proprio sul retro della casa dove c’era solo una stretta striscia di giardino che era tutto solo alberi di bambù. Era forse profondo circa sei piedi al massimo. Non era un giardino in cui ti sedevi, era solo una parete di vetro, per vedere i germogli di bambù”.
 
Ancora Tom Ford: “sto rifacendo l’ultimo piano imitando l’ufficio di Halston nella Olympic Tower sulla Fifth Avenue, tutto rosso su rosso su rosso su rosso e specchio e specchio e specchio. Conosco tutto a memoria: i divani e tutto il resto. Ho copiato quei divani e sedie Halston da quando ero da Gucci; per i miei negozi”, dice lo stilista, che ricorda d’esserci stato molti anni fa in quella casa, “avevo 18 anni, e con un amico passammo a prendere qualcuno a casa di Halston. Entrai e pensai solo: o mio dio, questo è esattamente il modo in cui voglio vivere”.
  
Che poi non è solo la committenza: anche la storia di Paul Rudolph (1918-1997), merita d’essere raccontata. Già allievo di Gropius a Harvard, poi preside di architettura a Yale, autore di di un brutalismo camp tra passerelle e scale sospese (la casa costruita per sé al 23 di Beekman Place ha ben 27 livelli; la facoltà di architettura di Yale, detta “Rudolph Hall”, 37), è stato un riconosciuto maestro di Norman Foster e Richard Rogers, ma per tutta la vita ha oscillato tra l’essere considerato un genio totale e un po’ un cafone (esattamente come l’abitante più duraturo di questa casa, l’ex cappellaio di Mrs. Kennedy, peraltro).