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 2021  novembre 23 Martedì calendario


L’Ungheria prima di Orbán

Pur non avendo una conoscenza di prima mano delle cose d’Ungheria, è mia convinzione che il suo attuale premier Viktor Orbán sia un protagonista più sfaccettato di come venga comunemente etichettato. Di certo sfaccettato è il suo itinerario politico. Nato nel 1963, debuttò in politica negli anni Ottanta da leader degli studenti ungheresi riformisti. Appassionato era stato il suo richiamo originario all’eredità politica di Imre Nagy, l’ex capo di governo che i sovietici prelevarono con la forza dall’ambasciata jugoslava dove s’era rifugiato e che fecero impiccare il 16 giugno 1958. Bisognerebbe conoscere meglio gli umori della gente ungherese per capire la portata del suo aver fatto scivolare verso un nazionalismo di destra il partito liberaleggiante da lui fondato. In armonia con queste sue posizioni nel 2017 lui ha deciso di toglier via dal parco più importante di Budapest la statua che vi era stata eretta in memoria di György Lukács, il grande filosofo ungherese (nato nel 1885 da una ricca famiglia ebrea, morto nel 1971) che per mezzo secolo era stata la voce più autorevole del marxismo nel mondo, uno i cui libri noi studenti nettamente di sinistra degli anni Sessanta veneravamo. Libri che a leggerli oggi talvolta inorridirei, ad esempio nel caso de “La distruzione della ragione”, quel monumentale atto d’accusa contro il meglio della cultura moderna, rea di non aver fatto suo il credo marxista-leninista. Solo che di aver letto quei libri e di averli magari amati, io non lo rinnego affatto, da quanto mi piacciono i personaggi sfaccettati, complessi, quelli che comunque ti costringono a ragionare alto. Pochi personaggi del Novecento lo furono quanto Lukács, esponente massimo di una nazione geopoliticamente dannata dall’essere stata talmente ravvicinata alla Germania nazi e all’Urss di Stalin e dei suoi successori. Tutto al contrario, l’atto di toglier via una statua che onora un protagonista della cultura europea del secolo scorso è solo l’ennesima idiozia della cancel culture, dell’idea di separare nettamente chi abita il Regno del Bene da chi abita il Regno del Male. 
Nei primi anni Sessanta, quando poco più che ventenne cominciai a nuotare nelle acque mosse dalla storia politica e culturale del Novecento, i fatti d’Ungheria del 1956 mi apparvero come la data su tutte discriminante. Che il meglio di un popolo avesse detto di andare a fare in culo ai comunisti sovietici che per anni l’avevano fatta da padroni in Ungheria, e che quelli avessero replicato a furia di carri armati e di impiccagioni, era un evento che mi spianò la comprensione del secolo forse il più drammatico nella storia dell’umanità. Libri come il pamphlet del sociologo milanese Roberto Guiducci dal titolo “Socialismo e verità” (Einaudi, 1956), oppure il racconto lungo dello scrittore ungherese Tibor Déry dal titolo “Niki, storia di un cane” (Einaudi, 1958), era come se entrassero a far parte della circolazione del mio sangue. Quei libri mi vaccinarono per sempre contro la sconcezza rappresentata dal comunismo per com’è davvero, ossia il sopruso e la violenza esercitati in permanenza sulla società reale da un partito assetato di sangue. Molti anni dopo il grande fotografo italiano Mario De Biasi (nato nel 1923, è morto nel 2013) mi avrebbe raccontato le scene raccapriccianti di cui era stato testimone nella Budapest dell’ottobre 1956, e che le sue foto pubblicate da Epoca avrebbero consegnato per sempre alla memoria dell’umanità. Gli ungheresi che a folate entrano negli ambienti dove operava la polizia politica del regime comunista, ne trascinano via alcuni uomini e li linciano sul posto per poi appenderne i cadaveri agli alberi della piazza antistante. A tal punto la tragedia ungherese è rimasta centrale nella mia anima, che il libro del 1987 che fa da targa del mio destino intellettuale e professionale (“Compagni addio”, Mondadori) lo avrei dedicato alla memoria del giornalista ungherese Miklós Gimez, con Nagy e il generale Pál Maléter uno dei patrioti ungheresi fatti impiccare dai russi dopo un processo a porte chiuse. Di Gimez avevo letto che l’ultima notte prima del martirio l’aveva passata camminando su e giù per la sua cella. 
E a proposito dei testi sacri connessi a quella tragedia, in quegli anni presi a cercare disperatamente da quanto era semiclandestina una plaquette di cui sapevo che la Feltrinelli aveva pubblicata nel 1957. Con il titolo “La lotta fra progresso e reazione nella cultura d’oggi” era la traduzione del fatidico discorso pronunziato nel giugno 1956 all’Accademia politica del partito comunista ungherese da Lukács, un discorso che nella sua giovinezza di certo Orbán aveva imparato a memoria. Il discorso di uno che per mezzo secolo aveva cercato di corazzare il marxismo con gli argomenti i più alti del pensiero occidentale e che adesso diceva a voce alta che il troppo era troppo, e in questo caso il troppo era l’asfissia politica di cui i comunisti ungheresi stavano facendo morire il loro paese. E difatti l’autore de “La distruzione della ragione” entrerà a far parte del governo Nagy che nel 1956 aveva sostituito il precedente governo adibito a spazzolare le babbucce ai sovietici. István Mészáros, un intellettuale ungherese suo amico e suo discepolo, racconterà che quando Lukács capì che da un momento all’altro i carri armati sovietici avrebbero fatto irruzione a Budapest scoppiò a piangere: “Ho dedicato tutta la mia vita al partito, e ora sta succedendo questo disastro”. Verrà anche lui arrestato e deportato in Romania, nello stesso carcere dov’erano rinchiusi Nagy e i suoi più fidi compagni. E siccome uno di loro durante gli interrogatori aveva cominciato a distanziarsi politicamente da Nagy, da quel giorno Lukács e sua moglie si rifiutarono di mangiare al suo stesso desco.