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 2021  ottobre 14 Giovedì calendario


Ancora la questione delle statue, questa volta in Cina

Ieri, 13 ottobre, era un buon giorno per ripensare alla questione delle statue. Entro le 17, ora locale di Hong Kong, l’Università, cioè il grande Partito comunista cinese, aveva ordinato la rimozione del “Pilastro della vergogna”: la scultura alta 8 metri con 50 corpi e visi umani stravolti e tormentati a ricordare la strage di piazza Tienanmen, 1989. All’autore, il danese Jens Galschiot, non restava che la speranza di portarla via intatta. Nessun problema con i destinatari del monumento collocato nel 1997, “l’Alleanza a sostegno dei movimenti patriottici democratici in Cina”: sono in galera, come si fa con le statuine viventi. Quando scrivo, non so ancora che cosa sia successo alle 17. Però alle 17 del giorno prima, un martedì di gran sole d’ottobre, ero felicemente seduto a prendere un caffè ai Quattro Mori, a Livorno. Il monumento che, in una classifica obiettiva delle demolizioni sognate dalla riscrittura del passato, terrebbe (e tenne già) uno dei primissimi posti. Sapete: il granduca Ferdinando I su un altissimo piedistallo in marmo di Carrara, granduca e piedistallo, e in basso, colossali, nudi o quasi, incatenati, i “quattro mori” in bronzo di Pietro Tacca, bellissimi. Oggi bisogna riuscire nelle due cose più difficili da tenere insieme: divincolandosi dall’esosità del presente, immaginarsi nel passato mutevole e nello sconosciuto futuro. Così era inevitabile puntare a un negoziato ispirato alla universale tolleranza e alla premura per le scolaresche a venire: noi teniamo su quel Ferdinando (con un perenne gabbiano di vedetta sul capo), che tanto al confronto con i quattro in catene fa una modestissima figura, in memoria e monito sul passato, e voi lasciate in pace il Pilastro di Hong Kong così che, sia pure coi tempi immemorabili con cui si misura la Cina, gli sia riservato un futuro.