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 2021  settembre 14 Martedì calendario


Non solo crimine e retorica in chi credette nel fascismo

Già professore di Letteratura italiana all’Università di Catania e attualmente direttore della Fondazione Leonardo Sciascia, Antonio Di Grado è tra i pochissimi commilitoni dei mie anni catanesi di cui sia rimasto amico. Trent’anni fa mi aprì le porte di un’aula universitaria ove argomentare di un mio libro, A via della Mercede c’era un razzista, che era stato bersagliato dai semianalfabeti che nel raccontare la storia politica e soprattutto culturale del Novecento italiano vorrebbero tracciare una linea grossolana che separi nettamente tutto ciò che attiene al fascismo da tutto ciò che attiene all’antifascismo. E va da sé che nel primo campo loro vedono soltanto crimine politico e retorica la più tronfia, mentre nel campo opposto regnerebbe sovrana la nobiltà intellettuale di ciascun gesto e pensiero. Una ricostruzione fasulla che questo recente libro di Antonio Di Grado (Scrivere a destra. Vite narrate e vite perdute nel ventennio nero, Giulio Perrone editore, 2021) sfrantuma pagina dopo pagina. Lettore voracissimo di tutto quel che ha prodotto la letteratura italiana del Novecento, Di Grado ricostruisce una topografia del tutto inedita di quel secolo, ne scopre anfratti ideali nascosti, recupera autori (e autrici) cui fu estraneo “il successo” ma non certo la qualità letteraria, indica una pagina sì e una pagina no un qualche romanzo apparentemente minore di cui arrossisco per non averlo letto finora. Solo retorica e crimine da parte di chi credette nel fascismo? E, anche senza contare l’intera tribù futurista, come la mettete con l’itinerario zigzagante di un astro del nostro panorama letterario quale Curzio Malaparte, con un Giuseppe Ungaretti che si fa scrivere da Benito Mussolini la prefazione alla seconda edizione di quel Porto sepolto che fa da pietra fondante della moderna poesia italiana, con una raffinata intellettuale ebrea quale Margherita Sarfatti che inventò il “mussolinismo” (termine forse più appropriato del termine “fascismo” nel connotare il nostro Novecento), con gli esordi fascistissimi di un Mino Maccari o di un Romano Bilenchi e per non dire di personaggi a tutt’oggi indigeribili come Marcello Gallian e Giuseppe Berto, con il fatto che Luigi Pirandello si iscrisse al Partito nazionale fascista per giunta dopo l’agguato omicida a Giacomo Matteotti, con il destino di un intellettuale e uno scrittore tipo il siciliano Concetto Pettinato (nato a Catania nel 1886, morto a Este nel 1975), uno che rimase una brava persona pur nel fare il direttore della Stampa ai tempi della Repubblica sociale, tanto che nel marzo 1945 venne destituito e deferito alla commissione disciplina del Partito fascista repubblicano. E siccome da Giovanni Verga a Pietrangelo Buttafuoco vale per tutti gli intellettuali siciliani l’assioma secondo cui una volta che sei nato siciliano lo rimarrai massimamente in ogni sfumatura del tuo essere e pensare, questo assioma vale ovviamente per lo stesso Di Grado. E dunque le sue pagine si accendono ogni volta che vi appare uno scrittore siciliano i cui garbugli gli sono ben noti, da Verga al grandissimo Federico De Roberto, da Elio Vittorini a Vitaliano Brancati (prima fascista e poi antifascista quanto di più aguzzo) a Leonardo Sciascia. A Concetto Pettinato. E qui mi fermo e sosto, perché il capitolo a lui dedicato è forse il più originale dell’intero libro. Tanto che dopo averlo letto mi sono scaraventato sul computer a cliccare l’acquisto di quattro o cinque dei suoi tanti e dimenticatissimi libri. Concetto Pettinato era il figlio di un compagno di classe di De Roberto (nato nel 1861), al quale De Roberto aveva rimproverato di aver mimato in quel fatale ottobre del 1922 la “marcia su Roma” sotto forma di una sua “marcia a Palermo”. Pettinato figlio era molto apprezzato da De Roberto. Di Grado ne scrive così: “[Concetto Pettinato] fu il più amato da De Roberto in quel drappello di giovani intellettuali e scrittori catanesi che frequentarono l’anziano scrittore. (…) In quello studio sovrastante il verde del giardino pubblico (…) c’erano di volta in volta Rodolfo De Mattei, Francesco Guglielmino, Giuseppe Villaroel, Alfio Berretta, Ottavio Profeta, Aurelio Navarria, Giuseppe Patanè, Giovanni Centorbi. (…) Da quel nido d’affetti e di letterarie iniziazioni il giovane Pettinato spiccherà presto il volo, inseguendo un sogno giornalistico che lo vedrà soggiornare a lungo in Russia, Francia, Polonia, Turchia”. Pettinato junior si iscrisse al Pnf nel 1933. Dapprima inviato speciale della Stampa e poi direttore del quotidiano torinese durante i mesi atroci di Salò e finché non lo epurarono perché non rigava dritto in fatto di ossequio dei repubblichini. Aveva scritto che l’Italia era “assente” dal gioco politico che contava, che tutto di quel gioco era in mano ai tedeschi. Nel giugno del 1946 viene arrestato per poi essere condannato a 14 anni di carcere da un tribunale di Torino, non fosse che Palmiro Togliatti aveva avuto l’intelligenza di amnistiare quelli che erano stati dall’altra parte senza macchiarsi di colpe gravi. Si iscrive immediatamente al Msi di cui diventa, assieme a un’altra brava persona quale Giorgio Pini, l’esponente più combattivo della sinistra del partito. Nel 1959 avvia la pubblicazione di un suo trittico autobiografico che Di Grado segnala come libri irrinunciabili a capire l’immane secolo in cui Pettinato era stato drammaticamente addentro come pochi altri. Il Rosso di sera del 1959, Scritto sull’acqua del 1963, Tutto da rifare del 1966. Il bilancio di una vita, di due tempeste militari che avevano squassato l’Europa, di un processo in cui Pettinato era stato trattato come un qualsiasi criminale politico. Naturalmente li ho subito comprati tutti e tre. Fortemente voluta da Di Grado, una riedizione del primo di quei tre volumi sarà in libreria entro settembre.