Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2021  maggio 04 Martedì calendario


Paolo Di Paolo si prende Milano

Paolo Di Paolo si prende Milano. Apre domani tra lo spazio Bulgari di via Montenapoleone e la Fondazione Sozzani di corso Como la nuova mostra del sublime fotografo “in incognito” riscoperto due anni fa con la trionfale mostra al Maxxi romano. L’epopea è ormai nota: periodo aureo al Mondo, reportage celebri per le maggiori riviste, ritratti alle dive, e poi la decisione di chiudere, e seppellire il mestiere e l’arte di fotografo per sempre. Salvo che a un certo punto la figlia Silvia, che oggi cura anche questa nuova esposizione, rovistando in soffitta riscopre quel ben di Dio. E così, adesso, anche le foto milanesi. Nuovi ritrovamenti, oltre cento scatti, tutto fatto con la Leica “di cui mi innamorai, vista in vetrina in un negozio alla Stazione Termini”, dice Di Paolo al Foglio. “Prima di diventare fotografo, per mantenermi facevo il vetrinista, il rappresentante di libri, il redattore della Gazzetta dei concorsi: scrivevo, disegnavo, portavo pure il giornale in bicicletta”. Ma è bravissimo soprattutto a vendere la pubblicità, entra alla Guida Monaci, poi alla Cit, compagnia italiana turismo, diventa il capo della pubblicità e rivoluziona il loro mensile. Nel frattempo si è messo a frequentare la bohème romana: “Andavo sempre a mangiare in un posto che si chiamava il Menghi, all’inizio di via Flaminia, di fronte a un deposito della nettezza urbana. A pranzo c’erano i netturbini che si portavano il panino e prendevano il fiasco di vino un posto dove si pagava poco, si diceva che si potesse anche non pagare”. Lì c’erano “Turcato, la Accardi, Mafai, e mi dicevano: prova, prova”. Lui prova e non smette più, con quella Leica ora esposta non più a Termini ma qui a Montenapoleone, come un cimelio. “Era la macchina di Cartier-Bresson. Grandissimo, di quella genia di fotografi che all’epoca chiamavamo umanisti, e però non mi piaceva troppo. Era freddo, bravissimo stupendo, ma freddo. Non coinvolgente. Aveva poi la sfortuna di essere nato ricco, forse era quello il suo problema”. Ricchezza e perfezione non portano bene alla fotografia. “Così, la foto più bella che forse ho scattato nella mia vita, non ebbe fortuna”. Si riferisce a quella di Pasolini, sul monte dei Cocci a Roma, “una foto perfetta, con un giovane ragazzo che cammina e il poeta che sembra accompagnarlo con lo sguardo, tutto assolutamente casuale”. La porta a Mario Pannunzio, leggendario direttore del leggendario Mondo, e quello la scarta. Di Paolo ci rimase malissimo, ma poi capì, “loro non cercavano foto belle, ma foto buone, coinvolgenti, che raccontassero una storia”. Adesso però a Milano è esposta per la prima volta tutta “La lunga estate di sabbia”, il reportage che Di Paolo fa nel ’59 in macchina proprio con Pasolini, “sulla mia Mg Td carrozzata Bertone, rossa. Pasolini mi prese in giro per quella macchina”. La Mg rossa appena arrivata sull’Aurelia si guasta, siamo già nel “Sorpasso”, tre anni prima del film. Con finale però diverso. Di Paolo ripara, il poeta ride. E si fida: Di Paolo e Pier Paolo poi diventeranno amici, per quanto possibile con questo animale “terribilmente solitario”: sue tutte le foto più celebri di PPP, dalle ceneri di Gramsci alle foto con la mamma a quelle sul set di “Uccellacci e uccellini”. Ma adesso siamo a Milano, “dove scattavo nei ritagli di tempo, tra una riunione e l’altra coi direttori dei giornali con cui collaboravo, salendo da Roma almeno una volta al mese, anche per vedere gli amici”, dice oggi Di Paolo, arzillo ed elegantissimo novantacinquenne, contento ma con juicio e understatement per questo nuovo successo. Ecco coppiette in gita turistica, donne che aspettano l’autobus, signore eleganti già “sciuraglam”, foto del Duomo in una Milano ancora con la nebbia ma che metteva, a chi veniva da Roma, “molta soggezione. E oggi ancora di più. Garbata, elegante, civile. Che differenza con Roma”. Fotografo gentiluomo, anti-paparazzo, famoso perché si presentava preceduto dai fiori alle sue dive, e senza macchina fotografica, e poi, semmai, solo dopo, scattava (e nascevano così servizi memorabili, come l’unico ‘posato’ di Anna Magnani col figlio al Circeo), Di Paolo alcune dive non le fotograferà per niente, come “Valentina Cortese, troppo importante, troppa personalità, non sentivo di avere la disinvoltura necessaria per fare un buon lavoro”. E qui in Montenapoleone aleggia ancora lo spirito della diva visonata nell’eponimo film, fatto da altri romani di successo a Milano.