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 2021  gennaio 13 Mercoledì calendario


Trump e Twitter, la versione di Luca Bizzarri

Masha Gessen ha scritto sul New Yorker che è stato impossibile prendere sul serio l’armata Marvel (appunto) a Capitol Hill. E non importa se gli sciamannati golpisti abbiano ottenuto questo privilegio volutamente o incidentalmente: di fatto, uno dei peggiori e più grotteschi attacchi alla democrazia americana è stato condotto come fosse un veglione di carnevale. Tra le varie cose che ne sono conseguite, c’è stata la decisione di Twitter di sospendere l’account di Trump, cosa che è stata o molto applaudita o molto contestata. Per alcuni è una misura benedetta, anche se adottata in forte ritardo, e per altri una censura inaccettabile, l’epitome della cancel culture. Tuttavia, Twitter è privato e chi infrange le regole che ha sottoscritto per usarlo viene punito. Non lo staremo prendendo troppo sul serio? Possiamo sostenere, senza risultare ridicoli, che silenziare Trump da una piattaforma online significa imbavagliarlo? Sono i social network il luogo in cui dobbiamo difendere la libertà d’espressione?“Il fatto che l’uomo più potente della Terra si lamenti che gli hanno tolto Twitter è grottesco. È il presidente degli Stati Uniti, non ha bisogno di twittare per comunicare”, dice al Foglio Luca Bizzarri, che in quella che per molti è censura non vede nient’altro che l’applicazione di un criterio minimo. “La prima cosa che la mia professoressa di Filosofia mi insegnò fu che la libertà consiste nel prendere decisioni di cui poi ci si deve assumere la responsabilità. Dire o fare cosa ti pare non ha a che fare con la libertà: spesso è un reato”. Non rischiamo poi di impelagarci nel solito problema di chi decide cosa si può dire e cosa no? “A me sembra che sia piuttosto semplice, invece, se partiamo da una differenza di fondo: un profilo istituzionale è più importante della persona che lo incarna. Voglio dire che Trump non può dire e agire come se fosse una persona qualsiasi. È il problema del nostro tempo: permettiamo ai rappresentanti delle istituzioni di scavalcarle. Invece, in una democrazia che funzioni e che possa dirsi tale, le istituzioni vengono prima, non sono subordinabili a chi le gestisce e incarna”. Esiste un problema culturale tale per cui siamo legittimati a pensare che il numero di persone impressionabili sia così alto che la sola cosa da fare è filtrare le voci più dissonanti e pericolose? “Ribalto il punto di osservazione. Ultimamente si può dire tutto quello che si vuole fintanto che si resta su un piano serio, ma non si può scherzare su niente. Un ministro può dire che i vaccini provocano l’autismo ma se un comico fa una battuta scorretta tutti si indignano. E certo che è un problema culturale, ma non sono certo che sia la sola ragione per la quale se Trump aizza la rivolta, poi qualcuno quella rivolta la tenta”. E allora come si fa? “Si fa che l’imbarbarimento lo cancelli con la cultura e il tempo, ma alcune esagerazioni sono arginabili nell’immediato: le regole si rispettano, punto”. Lei le rispetta? “Io faccio il comico e mi piacerebbe che i politici non pensassero ai comici: quando si risentono e tentano di ostacolare la satira non ci ricavano una bella figura”. Le è mai capitato? “Una volta, a Sanremo, dissi a Carlo Conti che gli avevano dato la conduzione perché quell’anno andavano di moda i toscani che dicevano cazzate in tv. Renzi, che allora era presidente del Consiglio, il giorno dopo mi chiamò. Non mi rimproverò, figuriamoci, ma mi chiamò. E non è stato l’unico”. Sono famosi i suoi litigi su Twitter. “Una volta Battiato ha detto che non guardava il ‘Grande Fratello’ perché preferiva sentirsi scemo tra gli intelligenti anziché intelligente tra gli scemi. Per me è il contrario. I social mi fanno sentire migliore, ci godo. E mi colpisce sempre molto, a proposito di esagerazioni, la frequenza con cui i giornali riportano ‘bufere social’ quando discuto di qualcosa con qualcuno e ci sono tre tizi che fanno la voce grossa”. Chiudiamo bene: “Ci sono cose che non puoi dire sulla tv di stato ma là ci sono altri centomila posti dove puoi farlo. Mi sembra abbastanza per non temere significative compromissioni della libertà di espressione”.