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 2021  gennaio 13 Mercoledì calendario


Non trasformiamo Trump da loser in vittima

Nessuno può essere tanto stupido da sottovalutare Trump, con la scusa che è un buffone da circo, un egomaniaco e un sociopatico demenziale. Per quattro anni Trump ha inscenato, anche attraverso un account twitter oggi a lui precluso, e avvalendosi degli immensi poteri esecutivi della Casa Bianca, quello che il geniale Mitterrand definì un “colpo di stato permanente”. È stato un presidente tendenzialmente fuorilegge, che si poneva al di sopra e contro la Costituzione, e ha realizzato questa sua essenza demagogica, non parlerei di progetto, distruggendo il Partito repubblicano, il partito di Lincoln, rendendolo un’appendice schiava del suo cosiddetto movimento autoritario e fascio-populista, razzista, suprematista. Questa tragica farsa ha liquidato nientemeno che la divisione dei poteri nel paese di Hamilton e Madison e Jefferson, ed era arrivata a nullificare la funzione di controllo del Congresso, mentre si delineava con la sua America first una posizione isolazionista e di sudditanza al management autoritario delle democrazie illiberali nel mondo. Gli unici poteri sopravvissuti sono quello giudiziario, quello dei funzionari pubblici, quello dei militari, quello della stampa libera.

Si capisce che ora molti in America vogliano considerare l’attacco al Campidoglio di Washington, impostato e pianificato e istigato o eccitato in mesi di sbilenca e sorniona ricusazione dell’idea stessa di una transizione democratica del potere, costato cinque morti (e vedremo come va a finire la mobilitazione eversiva per i giorni dell’inaugurazione di Biden), come l’ultimo atto che deve fare per sempre da spartiacque tra una politica belluina e una concreta congiura contro la libertà e la democrazia americana. Devono esserci conseguenze, dicono comprensibilmente.         Non si può non essere d’accordo. Al tempo stesso bisogna ricordare che il cuore della faccenda è lo status di loser, di perdente, che le elezioni hanno appiccicato a Trump, quello status che egli stesso considera la propria morte politica, la propria disfatta personale, una sorta di annichilimento del trumpismo e del suo profeta arancione. E ovviamente è per combattere contro quell’immagine di perdente che Trump ha sfidato e sfida ogni possibile fantasia, portando l’attacco al cuore dello stato con metodi da squadrista postmoderno, per così dire, ma senza alcuna “geometrica potenza” e senza alcuna “terribile bellezza”, come si disse a proposito del terrorismo italiano, al massimo con le corna di uno sciamano vichingo che mangia biologico e dei suoi accoliti più o meno armati (in primo luogo la grottesca tribù dei suoi famigliari più stretti). Se l’ideale giuridico e di giustizia sarebbe fargli pagare fino in fondo la colpa che si è addossato per spietato narcisismo, l’ideale politico sarebbe gettare palate di terra sulla tomba del loser, dello sfigato, di quello che alla fine le prende. Biden durante un dibattito pre elettorale mostrò personalità politica ed esperienza. Trump lo aveva provocato, rifiutò di dichiarare che avrebbe accettato il risultato delle elezioni, che a suo dire erano truccate per principio se avesse perso lui, e incitò i suoi con il famoso stand back and stand by.  Biden intuì istintivamente la trappola e fece finta di niente, respinse la provocazione avvertendo il popolo americano attraverso la telecamera che quelle erano tutte balle, ciò che avrebbe deciso la partita era il voto, e solo con il voto le cose si sarebbero sistemate con la sconfitta di quel pazzo. Fu un messaggio di stabilizzazione e di forza politica, il messaggio di un vincente contro un loser, e aiutò a capire che soggiacere alla autovittimizzazione di Trump era un modo per subirlo psicologicamente, perché come dice David Frum una certa destra eversiva e sfascista di vittimismo si nutre, il complottismo non è che l’altra faccia di questa postura falsa e indecente.         Tra impeachment, articolo 2 per la rimozione immediata e altri capelli dritti – bisogna saperlo – il rischio, in termini di realismo, è di riconsegnare a Trump il ruolo agognato della vittima di una manovra di establishment, quando è evidente che ha perso nella sfida aperta davanti al popolo, dunque il suo mito va a farsi benedire con un risonante “no” pronunciato negli stati dell’Unione. E c’è un altro problema. Abbiamo trattato per anni da dementi della sociologia politica, e confermiamo, quelli che non vedevano Trump ma solo le ragioni sociali economiche e psicologiche del trumpismo, la perdita di status di una parte della classe media, la soffocante compressione dell’identità bianca e di tanta gente comune e di tanti lavoratori dell’America profonda e di mezzo, i forgotten man. Ora che Trump, con un ultimo sforzo tutto da sorvegliare, viene finalmente tolto di mezzo, ora il problema di dare risposte serie ai problemi che il fenomeno ha segnalato diventa la questione principale. Un establishment e un presidente che si fanno intrappolare dalla rivincita morale e giuridica su un delinquente politico, e non arrivano a riunificare quanto alle condizioni di base del sistema le due ali radicalizzate dell’opinione americana offrendo tutele, reddito e una politica di protezione e sviluppo forte e significativa, ecco, questo establishment si esporrebbe a una nuova prospettiva di sconfitta e di trionfo della demagogia più vieta.