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 2020  ottobre 18 Domenica calendario


QQAN70 Intervista a Paola Pallottino

QQAN70

Sfoglio il libro della storica dell’arte Paola Pallottino, “Le figure per dirlo – Storia delle illustratrici italiane” (Treccani) e nuoto, e volo, e salto tra le tavole, le biografie, le introduzioni a quello che ricamatrici, pittrici, acquafortiste, miniaturiste, incisore, fumettiste, serigrafe, cartelloniste hanno fatto e fanno nel nostro Paese, e trovo quella che lei chiama “la storia di una cancellazione”, trovo vite incredibili, invenzioni cruciali, geni (davvero, geni), nomi sconosciuti e bizzarri come quelli di certi vicoli nei centri storici o nelle periferie. Leggo di Teresa Sdralevich, che dice di sé: “Il mio è un approccio molto pragmatico che fa scaturire la poesia e l’inatteso da postulati semplici”; di Giana Anguissola, che ha scritto e illustrato uno dei libri della mia infanzia, “Violetta la Timida”, ed è discendente di Sofonisba; di Elsa Zamorani, “casalinga figlia di Amilcare il fondatore del Resto del Carlino”, che disegnava violette e morì ad Auschwitz.
All’ultima pagina del volume, Pallottino scrive che ci vuole un dizionario per comprendere tutte le donne che “in questo regesto non hanno potuto trovare ospitalità” e spero che esca presto, confido in Treccani. Poi arrivo alla sua biografia e leggo che ha scritto “Gesubambino” di Lucio Dalla, che nel ’74 ha registrato un disco femminista insieme a Gianfranca Montedoro, che ha insegnato, diretto musei, scritto poesie, insegnato in università. Mi procuro il suo numero, la chiamo, risponde dopo uno squillo e mezzo, già mi piace – chi non risponde subito non piglia pesci.
Ma quante vite ha avuto, scusi?
Non si lasci ingannare, ne ho avuta una sola ma molto lunga.
Ottantuno anni non sono così tanti, meno di una vita media di donna.
A me sembrano tanti quando ne parlo, mi sembra d’esser campata anche troppo, però poi lo dimentico e mi dico, ehi, scema, fai delle cose serie, importanti, concentrati, non ti resta poi tanto.
Mi sembra che abbia fatto moltissimo, si rilassi e non faccia più niente, a parte il dizionario delle illustratrici che ha dovuto lasciar fuori da questa Storia.
Dice poco! Vede che ho da fare? Ecco perché poi mi scordo che morirò. E invece mi serve per concentrarmi. Prima del dizionario ho da godermi l’uscita del disco femminista che registrai negli anni Settanta insieme a Gianfranca Montedoro, “Donna circo”: lo stampammo nel ’74 ma non fu mai distribuito. Ora finalmente lo sarà, con una copertina stupenda di Francesca Ghermandi.
Com’è stata la sua infanzia?
Privilegiata. Sono cresciuta tra i libri, i libri dei grandi, non soltanto quelli di scuola o quelli delle favole. Mio nonno lavorava in casa, in una stanza dove c’erano librerie a tutte e quattro le pareti: ci passavo molto tempo, ricordo che sfogliavo spesso un settimanale romano satirico, il Don Pirloncino, che era uscito negli anni Sessanta e non era quarantottino come il Don Pirlone, ed era impressionante, c’erano queste litografie di preti inquietanti, c’erano i viaggi di Jules Verne: mi diede un imprinting molto particolare. La nostra era una famiglia borghese dove erano tutti professionisti, quando sentivo parlare di qualcuno e lo sentivo indicare semplicemente con il suo nome, mi sembrava che fosse una diminutio: per me tutti erano architetti, avvocati, professori, dottori.
Quando si è innamorata dell’immagine?
Ho sempre disegnato, come tutti i bambini. E avevo una memoria vivissima di tutte le figure che incontravo nei libri, forse perché sono stata una bambina malata per molto tempo e i libri sono stati la mia compagnia, li leggevo e rileggevo in attesa paziente di arrivare alle figure che ricordavo. Un dato delle illustrazioni è la loro funzione consecutiva: è impossibile vederle tutte insieme, devi per forza sfogliare il libro, vederle una alla volta.
Da adolescente decisi di fare il liceo artistico e imparare a disegnare, dopodiché le strade che mi si aprirono davanti furono la facoltà di Architettura o l’Accademia delle Belle arti, ma nessuna delle due mi accendeva quanto il teatro. Io volevo recitare, con i miei genitori andavamo sempre a teatro: a Roma abitavamo sopra il Valle, s’immagini. Così, andai a fare l’Accademia d’arte drammatica, con grande scandalo di tutta la mia famiglia e soprattutto dei miei zii (mio padre aveva tre fratelli maschi: sono dotata di quattro robusti edipici!), cosa che mi fece vivere il tempo lì con grande terrore: di fare qualcosa di sbagliato, di buttar via la mia vita, soprattutto di perdere la verginità. Sa, a quei tempi c’era questo assurdo mito, che era schifosamente borghese perché invece tra aristocratici e popolo a nessuno importava niente, la si dava via allegramente e senza pensieri. Comunque posso garantire che, a dispetto delle paure mie e dei miei familiari, nessuno attentò alla mia verginità.
Ma?
Ma niente. Mi divertii. Ebbi problemi soltanto con la mia insegnante di danza che era russa e lesbica e mi bocciò perché mi rifiutavo di fare cose che giudicavo sceme. Sa com’è, avevo tra i miei insegnanti Orazio Costa per la regia e Bassani per storia del teatro, cosa vuole che m’importasse d’infilarmi in un tutù.
Bassani!
Un uomo delizioso. Ricordo la sua balbuzie, che allungava le lezioni. Lo rincontrai molti anni dopo e fece finta di ricordarsi chi ero, cosa impossibile perché non avevamo mai avuto un rapporto particolare. Mentiva per signorilità, che è la più alta forma di umanità che ho incontrato. Sarà per questo che ho sempre cercato e amato uomini più grandi di me, che sapessero come comportarsi, dove mettere le mani. La signorilità è anche un fatto di anzianità, d’esperienza, di tempo trascorso nel mondo. A me i ragazzini giovani che piacevano alle signore mie coetanee facevano tanta tenerezza, non mi ispiravano altro che la voglia di preparargli la merenda.

Però non è diventata né attrice né regista.
Per carità! Dopo un anno, mollai e mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti. Al quinto anno finalmente potei seguire le lezioni di incisione di Mino Maccari, che allora non sapevo chi fosse, ero ignorante come tutti i ragazzi e quindi non mi rendevo conto della fortuna che avevo. La prima volta che andai da lui, mi ricevette nella sua aula, dove ricordo che si aggirava con un sigaro in mano e mi faceva pensare ai nani da strapaese di Longanesi. Mi disse: anche oggi è arrivata l’abusiva! E sì che ero abusiva, e imparai più in un anno con lui che in anni di studio. Molto dopo anche lui, come Bassani, finse di ricordarsi di me per gentilezza.
Cos’hanno le figure, più delle parole, per dirlo?
La sintesi. Un’immagine è di per sé una selezione. Le copertine dei libri sono dei manifesti.
Una volta Edoardo Camurri ha detto a questo giornale che le immagini sono dittatoriali: sono ciò che vedi e basta.
Ha ragione Camurri. Però questo vale al primo sguardo. Al secondo si coglie la storia dell’immagine, il suo perché. Molti anni fa era iniziato un processo di catalogazione delle immagini e mi accorsi che quello che è stato prodotto su un determinato soggetto contiene anche quasi sempre elementi e tracce di altri soggetti. Ci si rende conto solo in un secondo momento dell’importanza della carrozza sullo sfondo di un quadro. Voglio dire che la complicazione dell’analisi e della schedatura delle immagini è data dalla polivalenza delle figure e delle tante cose che ci stanno dentro. Qualsiasi elemento a seconda di come è stato espresso e della tecnica con cui è stato espresso, dice una moltitudine di cose, offre indizi, spalanca interpretazioni. La ricchezza iconografica della calcografia ha consentito il superamento dei limiti della xilografia: nella seconda c’era una severità dovuta a una povertà di mezzi, che però ben si sposava con i contenuti dei libri che venivano illustrati, almeno fino al Seicento. Dopo, con la calcografia ricchissima di segni e mezze tinte e sfumature si ebbe la festa del Barocco e del Settecento, fino all’incisione in legno di filo che consentiva persino di rompere il legno in tante parti, quindi c’erano alcuni calchi per le figure e altri per gli sfondi. Alla fine, si univano tutti i calchi insieme, li si legava e non si vedevano i punti di cesura. In una illustrazione di Tenniel per “Alice nel paese delle meraviglie”, c’era una smorfia che non piaceva a Carrol: venne cambiata sfilando il quadratino del legno dove stava quella smorfia e infilandocene un altro con un’espressione migliore.  Scusi, m’infervoro, parlo a ruota libera.
Prego, è un piacere.
Sono anche molto aggressiva.
È colpa delle immagini, lo vede che sono dittatoriali?
Mi viene in mente anche un’altra cosa: nei sogni l’immagine è prevalente. Ricordiamo le frasi dei sogni ma soprattutto le immagini. Una volta sognai di restaurare una Sibilla della Cappella Sistina e, mentre lo facevo, dicevo di aver capito cosa fosse l’arte. Naturalmente, quando mi svegliai non avevo capito un diavolo di niente. Nei sogni parliamo a vanvera. Le immagini, invece, sono il tessuto dell’attività onirica. Il continuum tra vita reale e vita sognata si svolge attraverso il vedere.
Marguerite Yourcenar diceva che non esistono la letteratura maschile e quella femminile, ma soltanto i libri belli e quelli brutti. Vale anche nell’arte figurativa oppure esistono una specificità femminile e una maschile?
Sono completamente d’accordo con la Yourcenar, innanzitutto. Nel disegno, però, c’è un problema a monte: l’ingaggio. Ossia: quando è stato illustrato per la prima volta “Pinocchio” da una donna? Le donne sono state impiegate prevalentemente dall’editoria religiosa e per l’infanzia, per cui sono state costrette a far bimbi, leprotti e madonnine a lungo. Io stessa, rileggendo la mia “Storia dell’illustrazione italiana”, notavo quanto fosse esiguo il numero di donne che citavo, perché esiguo è il numero di donne che sono riuscite a emanciparsi dall’editoria che le cercava soltanto per un tipo di lavoro. Adesso c’è un ribaltamento: fino al covid, l’editoria per l’infanzia, che è illustrata, ha venduto moltissimo, quindi ci si sono dedicati tutti gli artisti, anche gli artisti uomini, il che è stato ottimo: ai bambini è arrivato il massimo della qualità.
Anche lei ha illustrato libri per l’infanzia. Bella responsabilità.
Ho sempre disegnato quello che volevo e che piaceva a me. Ho illustrato soprattutto libri miei e giochi, sia per la Pimpa che per Il Corriere dei Piccoli. E non ho mai avuto problemi, tranne che con Mario Lodi, che mi rimproverò per aver fatto un cielo azzurro. Non mi sono mai fatta troppi problemi: creare non è fare un’inchiesta di mercato.
Cosa pensa delle favole per bambine ribelli e della deprecazione delle principesse?
È una vecchia storia. A metà degli anni Settanta, Bruno Munari inventò per Einaudi una collana, “Tantibambini": storie e storielle senza principesse e principi, senza castelli: “Fiabe e storie semplici”, era scritto nell’introduzione. Natalia Ginzburg scrisse un delizioso articolo che criticò l’operazione, e disse che le principesse sono la trasposizione mitica di un rito passaggio che è la fiaba (non la favola, che è quella di Esopo), che nasce nell’immaginario popolare e viene poi ufficializzata da Perrault alla fine del Seicento. Anche i fratelli Grimm trasposero la tradizione popolare, ma loro erano romantici, quindi dicevano che Cappuccetto Rosso si salvava, usciva dalla pancia del lupo. Invece, Perrault diceva: se vai con il lupo, finisci divorato e basta, perché il male e l’orrore esistono. Questa è l’esortazione della fiaba che la rende propedeutica alla comprensione della realtà e non alla sua manomissione ed edulcorazione. Pertanto, l’eliminazione delle principesse e delle fate e degli gnomi è una scemenza anti culturale. La fiaba poi va raccontata da una persona amata che possa esorcizzare i mostri: è in quel momento che il bambino cresce.
L’Italia è un paese maschilista?
Orrendamente maschilista.
C’è stato qualcosa che non ha potuto fare perché è una donna?
Non posso saperlo: è anche un problema di obiettivi, di lucidità di intenti. Il punto è: sappiamo a cosa possiamo ambire? Io sono stata fortunata perché ho avuto grandi maestri. E ho capito una cosa importante, da subito: i sommi non se la tirano mai, mentre le mezze calzette sì, sempre.
Ha avuto Aldo Palazzeschi tra i suoi maestri.
Impreciso. Abitava due piani sopra di me, a Roma. La tentazione di rompergli le palle era irresistibile, quindi stampai tutte le mie poesie e gliele feci trovare in un sacchetto del pane davanti alla porta. Mi scrisse una lettera di bellezza indicibile (con la sua stilografica: faceva tutto con quella, non usava la macchina da scrivere) e mi disse che ero un’artista. Per carità, io non mi ci sentivo proprio, così smisi di scrivere per molto tempo.
E adesso ci si sente?
No! La domanda, piuttosto, dovrebbe essere: lo sono? Io non penso proprio, e comunque l’autodefinizione è terrorizzante. Dovrebbero dirlo gli altri. Solo che io non mi fido di quelli che in questo paese decidono chi sa scrivere e chi no. Forse, il solo giudice inappellabile è il mercato.
Le manca il Novecento?
Sono molto curiosa anche del presente. Però preferisco rileggere “Guerra e pace” la terza volta che certi scrittori d’oggi che ogni tanto mi vengono proposti.
Mi racconta di Lucio Dalla?
Sa cosa farò, d’ora in avanti? Comincerò a mentire. Tanto sono tutti morti quelli di quei tempi là, nessuno può smentirmi.
Va bene, menta. Ma che siano menzogne bellissime. Ci faccia sognare.
Dirò la verità, un’altra volta. Quando mi trasferii a Bologna, a metà degli anni Sessanta, alcuni colleghi di mio marito, che era un architetto urbanista e che aveva poco lavoro in quel momento, mi dissero di mandare a Lucio le mie canzoni. Io avevo cominciato a scrivere poesie lunghe che chiamavo canzoni quando, prima di tornare in Italia e trasferirci lì, avevamo vissuto in Tunisia. Scrissi a Dalla, mi rispose e cominciammo a lavorare insieme. Lui non cambiò mai una riga dei miei testi, sebbene io non facessi la paroliera: non sapevo cosa volesse dire. Il paroliere riceve una commissione, trasforma in testo un’idea del musicista. Io invece scrivevo testi e Lucio ci adattava la sua musica. Non ne fui consapevole che anni dopo, e gli fui grata in ritardo. Era un genio assoluto, capriccioso e bugiardo come tutti i geni. Nessuno gli regalò mai niente, e la magnificazione e santificazione post mortem non me lo fanno scordare. Negli anni Settanta gli dicevano cose orribili, tutti o quasi tutti. Al suo funerale non fui invitata. La sua cosiddetta segretaria mi disse: prova a venire in chiesa, vedi se c’è posto e siediti.
Com’era Bologna negli anni Sessanta?
Esaltante. Era ancora Bologna la Rossa. Ma è finita presto ed è tornata la città borghese e papalina che è sempre stata. La classe media che frequentavo con mio marito per via del lavoro, soprattutto del suo, era ripugnante. Ricordo che dopo le prime cene in cui finii a parlare con le mogli dei suoi colleghi di pannolini e cucina, smisi di uscire. Gli dissi: amore mio, tu vai, io sto a casa.
Il Sessantotto è stato un fallimento completo?
Abbastanza, sì.
Il mondo lo ha capito?
Il mondo, un pochino, l’ho conosciuto.
Come?
Ci sono due modi per farlo. Uno è girarlo. L’altro è starsene fermi a osservarlo.
Il suo?
Io ho cercato di star ferma il più possibile. Odio muovermi e quando un viaggio va a monte provo una goduria selvaggia.
Ha paura di morire?
No. Non so. Boh. Ho più paura di rompere le palle.