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 2020  settembre 16 Mercoledì calendario


La lotta agli incendi è tutta sbagliata?

In questi giorni di roghi devastanti in Oregon e California, il sito americano ProPublica ha pubblicato un lungo pezzo per dare la parola ad alcuni esperti che spiegano perché la lotta agli incendi è tutta sbagliata. “Ho la sindrome di Cassandra – dice Tim Ingalsbee, un pompiere e ricercatore con decenni di esperienza – è orribile vedere quello che succede anche se la scienza è cristallina a proposito e  da anni”.  “Ogni anno avverto la gente: sta arrivando un disastro. Dobbiamo cambiare. Nessuno ascolta. E poi succede”.
Ingalsbee sostiene che c’è un eccesso di zelo nella soppressione dei roghi che non minacciano da vicino case e persone. Sono spenti troppo presto. Così non consumano tutto il combustibile che si accumula nel corso delle stagioni e che il clima caldo secco da climate change rende ancora più pericoloso. Poi quando arriva un incendio con un fronte più ampio degli altri, tutto quel materiale combustibile prende fuoco e il rogo va fuori controllo. In pratica il problema è che dovremmo bruciare poco per volta lo stesso materiale – o almeno una parte considerevole – che poi invece il rogo brucia tutto in una volta con effetti disastrosi. Gli incendi preventivi servono anche per creare zone che per qualche tempo non prenderanno più fuoco e taglieranno la strada ai roghi. Ma non succede e uno dei motivi è che le leggi sono molti stringenti – anche per i limiti ecologici, gli incendi causano emissioni. E però  “quest’anno abbiamo avuto il secondo e il terzo incendio più grande della storia della California”, dice Ingalsbee, che ha fondato un’associazione per fare pressione sui politici perché adottino questa strategia. Secondo gli scienziati nella California dell’epoca preistorica ogni anno bruciavano tra il milione e mezzo e i quattro milioni di ettari – erano incendi enormi. Tra gli anni Ottanta e i Novanta l’agenzia della California che gestisce il territorio invece ha organizzato incendi controllati che hanno ripulito circa 12 mila ettari all’anno, che poi negli anni successivi sono scesi a circa cinquemila all’anno. È una quantità irrisoria rispetto al pericolo. Il risultato è che i boschi della California diventano un magazzino di materiale infiammabile e vediamo quelle scene catastrofiche che sono apparse un po’ ovunque in questi giorni, con il cielo di San Francisco arancione e il sole coperto dal fumo. “C’è bisogno di fuoco buono, salutare, controllato, per abbassare prima il livello del materiale combustibile. È l’unica soluzione, ma quella ancora evitata”, dice Ingalsbee (ma il pezzo cita molti esperti, come l’ex vice comandante dei pompieri del parco nazionale di Yosemite, Mike Beasley, o Carl Skinner e Craig Thomas, che da decenni hanno ruoli importanti nel settore). Ieri il New York Times aveva un pezzo dall’Australia, dove fra poco arriva l’estate, per raccontare che laggiù dopo i roghi enormi dell’anno scorso molti stanno cercando di bruciare più in fretta possibile o almeno di pulire certi tratti di territorio, in modo da tagliare la strada agli incendi della prossima stagione – per renderli meno pericolosi.

Per ora la politica americana si è interessata agli incendi soltanto come capitolo ennesimo della lotta per la presidenza. Il presidente, Donald Trump, dice che il climate change non c’entra nulla e che è tutta una questione di gestione delle foreste – come ha detto due giorni fa durante una visita in California. All’aeroporto di Sacramento Trump ha spiegato ai politici locali, compreso il governatore Gavin Newsom, che “tra poco verrà più freddo, vedrete”. Quando gli hanno detto che la scienza non è d’accordo, ha ribattuto che la scienza non sa nulla del clima. Lo sfidante Biden ha colto l’occasione per definirlo “climate arsonist”, un piromane del clima. Durante gli incendi in Oregon alcuni gruppi di cittadini armati hanno montato posti di blocco perché erano convinti che ad appiccare i roghi fossero “gli antifa”, i gruppi violenti che intervengono nelle manifestazioni contro Trump, ma la polizia è intervenuta per spiegare che si trattava di una bufala.