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 2020  agosto 01 Sabato calendario


A proposito del nuovo disco di Achille Lauro

Il Rolling Stone ha scritto che Achille Lauro ha mancato anche stavolta di fare la rivoluzione. Lo ha scritto con stizza, e anche scherno. Così: “Il Jukebox vivente si dà all’eurodance, prende sette pezzi anni Novanta, li usa per raccontare storie un po’ struggenti e un po’ decadenti. Manca lo scossone: anche per oggi la musica italiana la si rivoluziona domani”. Ma è soltanto un catenaccio. L’articolo è meno cattivo, dice che Achille va comunque seguito, perché è importante capire dove sta andando il solo artista pop italiano attualmente capace di “pungere il pubblico generalista lì dove è più sensibile e dove nessuno lo sta più colpendo”. Il pubblico generalista è un’espressione geografica in uso ancora soltanto al Rolling Stone, più raramente anche a Tv Sorrisi e Canzoni e alla Rai. È un nemico scappato, vinto, battuto, come ci illudevamo fosse la storia negli anni Novanta. La dicevamo finita, perché la pensavamo risolta, ne credevamo risolti i grandi conflitti, sciolti gli inestricabili nodi; pensavamo coalizzate saldamente le forze del bene, avviate efficacemente le leve del futuro. Erano balle. Gli anni Novanta sono stati un fuoco d’artificio continuo, un’ostinata festa di Mrs Dalloway, una delle tante che lei dava per coprire il silenzio, il ballo dell’ultima notte al mondo, spacciata per l’inizio di un giorno eterno.
I millennial ci credono ancora. Magnificano quel decennio di finto benessere come se la catastrofe successiva non ne sia stata figlia biologica ma adottiva, un caso, un incidente. Per loro, quel decennio è stato formidabile, rutilante, leggero, colorato, creativo, libero, appassionato, appassionante. I migliori cartoni animati, cioè gli ultimi. Il migliore post punk, cioè l’ultimo. Le migliori boy band, cioè le ultime. Finiva tutto, e sembrava invece che tutto stesse nascendo. In questo nuovo disco, “1990”, Achille Lauro prende le canzoni di quelle feste, le sbugiarda e ci mette dentro tutto quello che servivano a camuffare. “Blue” degli Eiffel 65 (la ricordate? Tormentone del 1999, quando al mondo la regina del pop era Britney Spears e l’America era tutta in “American Beauty”), “Be My Lover”, “Scatman’s World”, tutti i nostri Festivalbar, le nostre dediche sulla Smemoranda, le colonne sonore di una contentezza che adesso rievochiamo, inquinata dal ricordo, falsata: Lauro prende tutte quelle canzoni e le squarcia, le riempie di spleen, le usa per farci vedere che eravamo già tristi, sbandati, disperati, ridotti, solo che non ne avevamo contezza. Nell’entusiasmo di quegli anni, delle notti magiche e dei loro eroi soffiava la fine di un mondo: a quella fine, Lauro ha dato un suono. Non so come abbia fatto, però l’ha fatto. Forse l’autotune a questo serve, a caricare un’inquietudine oppure a rivelarla, come fa il luminol col sangue.
Questo lavoro di Lauro sugli anni Novanta non sarà una rivoluzione, ma assomiglia parecchio a quello che fa l’Angelus Novus del dipinto di Paul Klee, e di cui scrisse così Walter Benjamin: “L’angelo sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una catastrofe che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, si è impigliata nelle sue ali, lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui in cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta”.
C’è una faccia d’angelo in “Me ne frego”, il pezzo con cui Lauro ha partecipato a Sanremo quest’anno, e ci sono ali d’angelo in “Angelo blu”, una sua canzone di due anni fa, e c’è l’ascensione bloccata da una tempesta, da spinte contrarie e contraddizioni, nella crocifissione del Ken con il quale sempre più spesso si rappresenta, tatuato, con gli shorts viola acido e gli stivali in latex, e che aveva scelto come poster promozionale di 1990. La settimana scorsa, a poche ore dall’uscita del disco, l’affissione dell’immagine su un maxi schermo di Corso Como, a Milano, è stata bloccata dal Comune. Lui s’è risentito come è solito fare, con uno sbuffo divertito, e ha pubblicato ugualmente la foto su Instagram, raccontando in didascalia che il Comune di Milano l’aveva censurata. Non proprio, ha risposto Palazzo Marino, che con l’iconografia in queste settimane ha avuto le sue buone grane, con Beppe Sala Avengers tra le guglie del duomo e le frecce tricolore, anche lui Angelus Novus della sinistra nella tempesta del progresso e della sua molto problematica tensione all’origine. Il Comune s’è spiegato, ha detto che il maxi schermo che avrebbe dovuto ospitare quel poster è di un privato che però ha chiesto, come da protocollo, il parere dell’amministrazione, il quale lo ha dato ed era negativo, sì, ma non vincolante: la scelta finale spettava al privato, che ha legittimamente ritenuto di non far cosa sgradita alle istituzioni cittadine. Le genti dei social network, solluccherate dalla chance polemica, non hanno mancato di discorrere a lungo di blasfemia, avanguardia artistica, censura, bigottismo, estate italiana, eccetera eccetera. E Achille lì, nel suo altrove, a ridersela di gusto, trafitto per scherzo, inchiodato a una croce di Big babol e marshmallow, come lo siamo stati tutti, da ragazzini, appesi a un supplizio inconsistente, temporaneo, che sarebbe scomparso masticando e che invece ci appariva letale, insuperabile, intoccabile. Potrebbe però anche valere il ragionamento inverso, che probabilmente s’attaglia meglio al senso rivelatore e, insieme, conservatore del disco: la croce di Big babol potrebbe essere la rappresentazione di come, costringendoci alla festa, al superfluo, all’eurodance, stordendoci di occidente, abbiamo sottovalutato il burrone sotto di noi, ci siamo impediti di portarci in salvo, ci siamo imbullonati al materiale, al terreno più effimero, senza elevare mai lo sguardo. Magari sono vere entrambe le cose, magari non lo è nessuna. Achille Lauro non è un rivoluzionario ma il gran bazar che fa di sé e della sua immagine dice almeno una cosa, anche piuttosto precisa: io finisco dove cominciano le definizioni. Lui vuole essere tutto. Non vuole dire nient’altro che questo. A Teresa Ciabatti, che a maggio lo ha intervistato per il Corriere della Sera, ha detto che da bambino era molto solo, guardava molti cartoni animati e soprattutto i Manga che prevedevano una trasformazione: “Ranma poteva essere sia maschio, sia femmina. I tre di Yattaman si trasformano in oche, ma possono diventare tutto”.
A Sanremo ha messo in scena quella trasformazione: s’è presentato travestito, e poi s’è svestito dopo i primi versi della sua canzone, quelli che dicono “fai di me quel che vuoi, sono qui”, dicendoci così che l’identità sta innanzitutto negli occhi di chi guarda. “Non si atteggia a queer, piuttosto usa il verbo queer, lo agisce”, aveva scritto Nadia Terranova durante il Festival, anche lei rapita, come lo eravamo tutti, da quella sfilata luccicante di possibilità (la Marchesa Luisa Casati, San Francesco, Ziggy Stardust, Elisabetta I) che non aveva contenuti, non diceva niente, metteva in pratica la sua canzone che pure non diceva granché, né nel testo né nella musica. Eppure, Lauro a Sanremo prorompeva. La sua non è una rivoluzione, è vero, l’educandato del Rolling Stone ha ragione. La sua è una liberazione. Dal confine, dal genere, dal senso, dal significato, dal contenuto, dal messaggio, dall’autenticità, dalla corrispondenza tra uomo e artista di cui siamo ottusamente voraci, dalle bugie.
“1990” è un disco che svela delle bugie e, insieme, le impreziosisce. Non c’è niente di morale nel recupero e nel ribaltamento di “Blue” degli Eiffel 65, anche se noi ci ostiniamo a crederlo, a indagare, a credere che il significato sia sempre nascosto e voluto, mentre la maggior parte delle volte è scoperto e casuale. Non riusciamo a convincerci del fatto che “in una società i misteri più profondi stanno in superficie” (è una frase di Aleksandr Zinov’ev con la quale anni fa Antonio Gnoli aprì un’epica intervista a Natalia Aspesi, la più brava del mondo sul “superfluo necessario”). Non vogliamo ammettere che l’arte può anche essere semplicemente una cosa da fare, come lo sono tutte le altre. Lo ha scritto magnificamente Zadie Smith nel suo ultimo libro, “Questa strana e incontenibile stagione” (Sur), che è la raccolta di saggi a cui ha lavorato durante il lockdown: scrivere serve a riempire il tempo, come tutte le cose che abbiamo fatto in isolamento e che facciamo di solito, dalle crostate ai romanzi. Per Lauro non sembra essere diverso, anche se lui gioca su un apparato di costruzione e finzione che parrebbe dire il contrario, ma appunto: gioca. Fa di sé quel che vuole. Fa di sé quel che vogliamo. Scrive Zadie Smith che le persone pretendono a volte un cambiamento e quasi mai pretendono l’arte, “di conseguenza, l’arte ha un rapporto ambiguo con la necessità”.
Lauro irride la necessità, e crocifigge la sua bambolina sulle caramelle più zuccherose, morbide e nocive di tutte. È un caso che quella zuccherosità, quella morbidezza e quella nocività rappresentino alla perfezione gli anni Novanta?
Qualche settimana fa Boss Doms, con il quale AL ha fatto coppia fissa in tutti questi anni, suonandoci insieme, baciandolo sul palco, guardandolo fraternamente e insieme eroticamente, ha annunciato che avrebbe lavorato a un progetto solista. Da allora, Doms sta affannandosi a rilasciare interviste nelle quali annuncia grandi esplorazioni, nuove avanguardie, incessanti lavori di ricerca per illuminare fantasmatiche radure che nemmeno sappiamo esistano. Parla di nuovo, di inedito e sì, di rivoluzione. A Sorrisi e Canzoni ha detto che lui, la sua compagna Valentina Pegorer e la figlia che hanno avuto un anno fa sono “la famiglia più rock, anzi più punk d’Italia”. Boss Doms unisce l’artista all’uomo, mentre Lauro li disgiunge continuamente. Certo, anche lui ha parlato della sua famiglia (meglio: è stata soprattutto la sua famiglia a parlare di lui, suo padre mesi fa ha rilasciato un’intervista nella quale ha preteso di spiegarci che i figli a un certo punto si ribellano ai padri ed è giusto e sano che avvenga, e che lui era molto orgoglioso della ribellione di suo figlio e dei suoi risultati, e quasi si scusava per aver abbandonato la famiglia, ed evidenziava poi che sua moglie non lo aveva mai fatto, e però adesso a casa tutti bene). Ma non ha mai fatto del suo privato la continuazione né pratica né ideale del suo personaggio che è, appunto, un personaggio. La prima volta che andò a Saremo, cantò “Rolls Royce” e l’Italia si divise tra chi pensò di lui che fosse un viziato ex ragazzetto drogato di Roma Nord o peggio ancora un pericoloso spacciatore intenzionato a convertire l’Ariston all’uso di sostanze psicotrope, e chi invece ne amò lo shining, la spavalderia, il glam rock, lo spettacolo. Tutti si aspettavano che fosse uno spaccone e invece poi dopo ogni esibizione restavano ammaliati dalla sua buona educazione, dai suoi modi gentili, dalla maniera pacata che aveva di rivoltare le accuse, prima di ogni cosa scusandosi: dovevano averlo frainteso, la colpa era certamente sua. In quel ragazzo non c’era niente dello scalmanato meteorite che cantava di volersi sdraiare a terra come Jim Morrison, suonare a terra come Jimi Hendrix, farsi incendiare il suo cuore di carta dal suo grande amore, “un diavolo che torna”. Gli italiani furoreggiavano e straparlavano di messaggi negativi e lui andava da Mara Venier e da Fazio e non faceva che ripetere quanto onorato fosse di essere lì con loro e con il pubblico da casa. Niente rock’n’roll, corna, linguacce, diti medi, frasacce. E anche adesso si limita a dire che l’abito fa il monaco, a farsi fotografare circondato da lustrini, pupazzi, minipony, unicorni. Adesso ha gli anni Novanta addosso, eccede in anni Novanta: vuole portarli a esplodere o a farsi ammazzare. Ha fatto lo stesso con il fluid e, prima ancora, con il glam. Morire, per lui, è un fatto artistico: come nei tarocchi, significa mutare.
La separazione tra Achille Lauro e Lauro De Marinis (il suo vero nome) gli serve a fare di sé un manichino, un modellino da rivedere continuamente e, soprattutto, gli serve ad avere un alter ego da uccidere. La sua disponibilità a morire, a farsi divorare, è evidente in tutte le canzoni: è la sua finzione preferita.
In “Sweet Dreams”, remake degli Eurythmics (un pezzo del 1983 che negli anni Novanta ascoltammo tantissimo anche grazie alla cover incredibile che ne fece Marilyn Manson), dice: “La via non c’è, la vita è un film”. In “Rolls Royce”: “Voglio una vita così, voglio una fine così”. In “Blu”: “Dimmi chi è pronto a morire, chi? Dimmi chi? Sono qui, pronto a farlo per te”. Si spinge così oltre perché sa gestire il suo personaggio: può mandarlo a morire, e farlo rinascere. A questo serve quel suo gigantesco armadio marziano.
I poli tra cui si muove Achille Lauro sono sempre la vita e la morte, la volontà e il sogno, il futuro e il passato. Non sta mai nel presente, non è mai nella realtà. È l’Angelus Novus, vola in avanti guardandosi indietro. C’est la vie.