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 2020  agosto 01 Sabato calendario


Bestseller Eliseo

Il libro politico è una grande tradizione francese, un passaggio pressoché obbligato per un homme d’État. Nessun paese più della Francia è sensibile alla figura del presidente-scrittore, alla riflessione intellettuale di ampio respiro che si smarca dall’urgenza del quotidiano. François Mitterrand è stato l’esempio più fulgido del letterato diventato monarca repubblicano, colui che più di tutti ha saputo coniugato “le pouvoir et la plume”, il potere istituzionale e il potere della penna. La sua ascesa politica fu imperniata attorno alla letteratura, alla sua biblioteca, ai libri che lo accompagnavano dal periodo della Resistenza: uomo di stato e uomo di lettere si confondevano. Amava leggere, Mitterrand, amava scrivere e soprattutto attorniarsi di intellettuali, da Françoise Sagan a Marguerite Duras, tanto che all’epoca si diceva che “la letteratura governa la Francia”, che gli scrittori erano al potere e l’agenda era dettata da loro. All’Eliseo, oggi c’è un altro presidente che considera la letteratura una componente fondamentale per qualsiasi destino nazionale, un quarantunenne che ha scritto tre romanzi, per ora segreti, e pochi giorni prima di essere eletto capo dello stato diceva al settimanale Le 1 che la lettura e la scrittura rappresentano gli unici “espaces de respiration” per un politico, quei momenti privilegiati in cui può respirare e prendere una pausa dalla frenesia del dibattito pubblico. Da De Gaulle a Macron tutti i presidenti francesi hanno messo su carta i loro pensieri, le loro visioni, i loro progetti per la Francia, alcuni anche durante il loro mandato, in certe notti parigine, quando la capitale riposa e il silenzio religioso del palazzo stimola grandi idee. Ma oggi lo scrivono tutti il “livre politique”, non solo i presidenti o ex: i consiglieri ombra, quelli che hanno vissuto accanto al re nei suoi momenti più intimi, più umani, più quotidiani, e prendono la penna in mano per raccontare ai francesi aspetti inediti della sua figura; i ministri usciti di scena troppo presto per uno scandalo o un capriccio del capo dello stato, in cerca di riabilitazione, di un riscatto della loro immagine; i deputati ambiziosi che desiderano attirare su di sé l’attenzione mediatica e ritagliarsi uno spazio di primo piano nel panorama politico; l’aspirante sindaco o candidato alla presidenza di una regione che vuole costruirsi un’immagine credibile agli occhi degli elettori, attraverso un messaggio forte. Negli ultimi trent’anni, secondo il politologo Christian Le Bart, autore nel 2012 del saggio “La politique en librairie, les stratégies de publication des professionnels de la politique”, c’è stato un aumento esponenziale dei libri di questo genere, una bulimia di pubblicazioni che è legata anzitutto all’“accelerazione” del tempo politico. Scrivere un libro, per un politico, è un po’ come essere perennemente in campagna, al centro dell’arena, ma con il vantaggio di poter esporre il proprio pensiero senza essere interrotti da certi giornalisti incalzanti e sempre alla ricerca del “buzz”, della polemica che fa rumore. In più, un testo scritto, inteso anche come oggetto, conferisce all’autore una certa solennità, distinguendolo dal magma delle petites phrases che svaniscono in poche ore, dalla dittatura del commento quotidiano, della reazione a ogni fatto, anche il più insignificante. Non tutti i libri politici, va da sé, registrano risultati entusiasmanti in termine di vendite (l’ex primo ministro Manuel Valls ha raggiunto a malapena le 3mila copie vendute con L’Exigence, raccolta di discorsi pronunciati dopo gli attentati islamisti; la cristiano-democratica Christine Boutin con il suo “Qu’est-ce que le parti chrétien-démocrate” ha attirato solamente 58 acquirenti). Ma tutti indistintamente contribuiscono a un dibattito delle idee che in Francia non si è mai svigorito, è denso, febbrile, palpitante, nonostante le solite litanie pessimistiche. Ci sono i saggi, come “Réfondation” del gollista Bruno Retailleau sulla ricomposizione della destra, ci sono i j’accuse degli oppositori di Macron, come “Contre-pouvoir” dell’ex presidente del Senato Gérard Larcher, ci sono i libri programmatici di chi non ha mai smesso di sognare l’Eliseo, come “Résilience française” di Ségolène Royal, ma il filone che fa più sorridere le case editrici è quello delle memorie degli ex presidenti. E tra questi spicca Nicolas Sarkozy. “È innegabile che sia un ottimo cliente per le case editrici”, scrive l’Express, definendolo il “venditore seriale” della politica francese. Con “Passions”, autobiografia traboccante di aneddoti sul suo percorso presidenziale, intellettuale e anche amoroso, colui che ha governato la Francia dal 2007 al 2012 ha venduto più di 300 mila copie, cifre a cui possono aspirare solo scrittori come Amélie Nothomb, Michel Houellebecq o Éric Zemmour. Anche “Témoignage”, libro manifesto con cui Sarkò si era presentato ai francesi nel 2006 aveva ricevuto un’ottima accoglienza: 256mila copie. E ora con “Le temps des tempêtes”, pubblicato venerdì scorso e consacrato ai suoi primi due anni all’Eliseo, punta a raggiungere un nuovo record. O quantomeno, è quello che spera la sua editrice, Muriel Beyer, direttrice delle Éditions de l’Observatoire. “Ho una carriera di trent’anni nel mondo dell’editoria ed è vero che i tempi sono cambiati. Tuttavia, una regola persiste. Un politico donna o uomo che scrive un libro vende bene solo se questa persona è in situazione di ex presidente o se stimola l’interesse del pubblico”, ha spiegato a France Culture la Beyer. L’ultimo caso è quello di Macron, secondo la responsabile delle Éditions de l’Observatoire, “che suscitava molta curiosità quando ha pubblicato ‘Révolution’ nel novembre 2016 (Éditions XO). Era il momento giusto”. Il manifesto macroniano ha venduto più di 200 mila copie, quasi il quadruplo de “L’avenir en commun” (Seuil) di Jean-Luc Mélenchon, candidato della France insoumise alle presidenziali del 2017. Il successo eclatante dei mémoires dei vecchi inquilini dell’Eliseo, dei ricordi che consentono ai lettori di incunearsi dietro le quinte del potere, si spiega, secondo la Beyer, con l’imperitura sensibilità “royaliste” dei francesi. “In Francia, siamo tutti rimasti estremamente monarchici. È per questo motivo che gli ex presidenti vendono così bene i loro libri. C’è una sacralizzazione del potere. Si accede al dietro le quinte, e non a un dietro le quinte qualsiasi: bensì a quello del ‘Castello’. Questa porta sul retro dà l’impressione di poter dialogare con la personalità politica”, analizza la direttrice delle Éditions de l’Observatoire. Ai francesi, insomma, piacciono molto i loro presidenti, ma a condizione che non siano più all’Eliseo. Persino François Hollande, che dei sovrani della Quinta Repubblica è colui che ha incarnato con maggiore difficoltà la cosiddetta “symbolique lettrée”, secondo la definizione del sociologo Bernard Pudal, ha venduto le sue 140 mila copie con “Les leçons du pouvoir”, uscito nel 2018. Jacques Chirac, grazie al primo tomo delle sue memorie, “Chaque pas doit être un but” (2009, Nil), ha superato quota 300 mila. Il secondo, “Le temps présidentiel”, pubblicato nel 2011 dalla stessa casa editrice, ha generato meno interesse, ma ha comunque registrato numeri importanti: 102 mila copie acquistate. Tuttavia, a fare la fortuna di certe maison d’édition, dal punto di vista dell’immagine e commerciale, non sono solo gli ex presidenti. Il gollista François Fillon, ai tempi in cui era ancora lo strafavorito per vincere le presidenziali del 2017, ha venduto quasi 100 mila copie del suo Faire (Albin Michel). E “Fils de la nation” (Éditions Muller), il primo tomo delle memorie di Jean-Marie Le Pen, fondatore e patriarca dell’ex Front national, oggi Rassemblement national, è stata l’opera più acquistata nella categoria “libri politici” nel primo semestre del 2018: superando nelle vendite anche “L’amica geniale” di Elena Ferrante. Christiane Taubira, ex ministra della Giustizia e promotrice della legge sui matrimoni gay durante il quinquennio di Hollande, è un’altra autrice concupita dal mondo dell’editoria. “Murmures à la jeunesse”, uscito nel 2016, è volato a più di 160 mila copie, e il prossimo settembre pubblicherà un nuovo romanzo, dopo “Nuit d’épine” (Plon), che le è valso il prestigioso prix Castel du roman de la nuit. “In Francia c’è ancora l’idea che il libro sia qualcosa di imprescindibile per un politico. In ‘Qu’est-ce que la littérature?’ Sartre dice che lo scrittore impegnato sa che ‘la parola è azione’ ed è consapevole che ‘le parole sono delle pistole cariche’, riprendendo Brice Parain. Dai tempi della Rivoluzione francese fino a Sartre passando da Victor Hugo, c’è una tradizione secondo cui il testo non è qualcosa di puramente astratto: è ciò che vi è di più reale, di concreto. La rivoluzione francese è una rivoluzione di retori, di oratori, è la rivoluzione del guizzo letterario. Non c’è nulla di più efficace della letteratura in politica per difendere una causa”, dice al Foglio Jean Birnbaum, responsabile dell’inserto letterario del Monde, Le Monde des livres. “Mentre si parla di internet e di social network, tutti gli ex presidenti e moltissimi uomini politici, a prescindere dal loro orientamento, si dedicano alla scrittura di un libro. Non c’è una politica autentica senza un guizzo letterario. Più ancora del discorso, è il libro il centro della politica francese. Si dice senza tregua che ‘il libro è in crisi’ che ‘i giovani non leggono’, che ‘internet ha avuto la meglio su tutto’, ma abbiamo un presidente, Macron, che ha preso il potere citando i suoi libri prediletti, dicendo in un’intervista prima della sua elezione che sognava di diventare scrittore. Il fatto che uno della sua generazione, già orientata verso il nuovo mondo, abbia sentito che non poteva essere il presidente dei francesi senza dire, ‘se vi affidate a me, vi affidate anche a una biblioteca’, è un fatto molto importante”. Il fascino per i presidenti letterati “inizia con De Gaulle”, sottolinea Birnbaum. “Da Charles de Gaulle fino a Macron, c’è una tradizione letteraria della politica francese. Con Chirac e con Hollande questo aspetto era meno marcato. Ma tutti hanno avuto un rapporto molto speciale con i libri”, spiega al Foglio il giornalista del Monde. Una certa élite politico-mediatica “pensa che il popolo non legga nulla, ma ciò che dimostra l’elezione di Macron, e che Sarkozy ha compreso, è che la tradizione francese della politica intesa come letteratura è talmente ancorata che sarebbe un controsenso volersi distanziare, smarcarsi da essa”, analizza Birnbaum. Per gli eventi letterari che il Monde organizza regolarmente, il direttore del Monde des livres ha mandato spesso degli inviti a esponenti politici, “ma alcuni consiglieri di gabinetto rispondevano che i loro assistiti avevano paura di venire perché non volevano passare per intellettuali”. Niente di più sciocco, secondo Birnbaum, perché “le persone, in Francia, hanno in mente De Gaulle e Mitterrand”: due spiriti letterari acuti. Sarkozy, e le cifre commerciali lo dimostrano, sembra aver colto più di chiunque altro “il potere della letteratura”. “Non ha mai smesso di mostrarsi vicino al popolo, con formule populiste del tipo: ‘Preferisco parlare con Pascal Obispo (cantante popolare, ndr) che con Alain Finkielkraut’. Ma allo stesso tempo sente il costante bisogno di scrivere libri. Ha scritto anche un libro sulla chiesa e sulla religione assieme a uno dei suoi consiglieri (“La République, les réligions, l’espérance”, Pocket, ndr). Direi che Sarkozy, attraverso una sorta di populismo letterario, è riuscito a ereditare i due aspetti contraddittori della Rivoluzione francese: l’affetto per il popolo che può scivolare nel populismo e una concezione della politica che non può non passare dal libro. C’è una parte del mondo mediatico che pensa che il libro sia qualcosa di elitario, ma c’è anche una parte della classe politica francese consapevole che per essere popolari bisogna puntare sui libri, che non c’è nulla di più politico del libro. È ciò che vi è di più sincero per toccare le corde profonde del popolo”, spiega al Foglio Birnbaum. Nel 2018, il settimanale Le Point ha chiesto all’attuale ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, se bisogna veramente leggere i libri politici. E la risposta è stata la seguente: “Se si ama la letteratura, no. Se si ama la politica, sì”. “Non mi trova affatto d’accordo. Dipende dal tipo di libro. C’è il testo come strumento di comunicazione a servizio di una strategia politica, ma c’è anche il testo dall’afflato letterario. Ci sono molte persone che hanno imparato ad amare la letteratura attraverso la politica. Bruno Le Maire, tra l’altro, ha scritto dei libri letterari per le edizioni Grasset, e quando c’è stata l’elezione per prendere le redini dei Républicains aveva il timore di passare per un intellettuale. Il libro come oggetto – conclude Birnbaum – è importante. Condorcet parlava della ‘portata emancipatrice della stampa’. Non esiste un gesto politico autentico che non sia portato da un libro stampato”.