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 2020  agosto 01 Sabato calendario


Quant’è difficile infilare nel romanzo lo smartphone

Marcel Proust – uno che trovava appassionante la lettura dell’orario ferroviario – era incantato dai telefoni, e dal loro mischiarsi con le faccende di cuore. Il telefono è lì, potrebbe squillare ma non squilla, oppure squilla ma non è la voce che fa palpitare. Non troviamo più la citazione precisa – come sempre quando serve, restringiamo però il campo a “La prigioniera”, tra i sette volumi che compongono il monumento. Ma ci sono pure i pensieri magici che qualsiasi adolescente, e anche non adolescente, rimugina quando aspetta la telefonata, per accertarsi che la linea funzioni. Proust era affascinato anche dalle signorine del centralino, “principesse dell’invisibile” che mettevano in comunicazione i parlanti.
Anche il telefono non è più quello di un tempo. Oltre a a ostacolare i film dell’orrore, la faccenda ostacola i romanzieri. Bisogna trovare un modo per scaricare la batteria: il “non c’è campo” è una gag a cui nessuno crede più, se non nel noiosamente artistico film di Abbas Kiarostami “Il vento ci porterà via” (anno 1999). Sul New Yorker, Sophie Haigney firma “An Elegy for the Landline in Literature”: un elogio funebre per i telefoni fissi, ideali per creare spavento e angoscia. Lo sapeva già Franz Kafka, che in materia non si lasciava sfuggire nulla
Certi romanzi senza il telefono fisso non esisterebbero. Per esempio il magnifico “Memento Mori” di Muriel Spark. Il telefono squilla, gli anziani protagonisti o chi per loro arrancano verso l’apparecchio, la voce dice soltanto “ricordati che dovrai morire”. “Ma, scusi, chi parla, è forse Dio?”, azzarda la più sveglia senza ottenere risposta. Un po’ turbati, continuano a vedersi per prendere il tè, decidere se incaricare un detective, e ogni tanto dare un’occhiata a una giarrettiera birichina che spunta da sotto una gonna (con il consenso della proprietaria).
Sull’incertezza dello squillo a tarda notte Valdimir Nabokov costruisce uno dei suoi racconti. In “Lolita” lega il destino di Humbert Humbert a varie telefonate. Ne prendiamo atto. Ma siccome in letteratura siamo ottimisti, pensiamo che uno scrittore bravo se la cava con quello che ha intorno. Se invece dei telefoni a muro ha gli smartphone, qualcosa si inventerà. Probabilmente, prima di Proust, qualcuno avrà pur detto “con queste diavolerie telefoniche sarà la fine dei tormenti amorosi”.
Invece non succede. Almeno, finora non è successo (si accettano smentite, ma solo roba che avete letto da cima a fondo, le intenzioni valgono zero). Nella svolta più interessante dell’articolo, Sophie Haigney tira fuori “la teoria della patata bollente” (viene da un saggio di Stephen Marche uscito sulla Los Angeles Review of Books). La patata bollente sono gli smartphone, tanto difficili da maneggiare – sostiene l’inventore della teoria – che appena uno scrittore ne mette uno in una storia, la storia comincia a riguardare solo lo smartphone. Il resto scompare. Poche righe, per spiegare perché certi romanzi di questi anni paiono ambientati in epoche remote, da piccioni viaggiatori. E se non lo sono, spesso annoiano.