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 2020  giugno 30 Martedì calendario


Siena senza palio è “come se”

La terra in piazza quest’anno non c’è, nell’estate delle mancanze: niente vessilli appesi, niente Feste Titolari in omaggio ai santi patroni delle Contrade, che hanno riaperto solo a metà giugno. Niente tufo. Le cene, i “cenini”, i corsi di tamburo e bandiera sono ripresi la settimana scorsa o poco più, dopo mesi di lockdown, durante i quali il canto della verbena riecheggiava dalle case dei senesi e diventava virale su Twitter. I cavalli hanno ricominciato gli allenamenti a Mociano, appena fuori la città, dove c’è una pista che è una copia di quella del Campo.
Si fa prima, e meglio, a descrivere la Siena senza Palio – con le Contrade semichiuse e la festa provvisoriamente interrotta – per ciò che non è, piuttosto che per come si presenta agli occhi del forestiero in cammino per le sue viuzze. D’altronde questa Siena senza Palio, e alle prese con le conseguenze delle misure restrittive contro il Coronavirus, è piena di vuoti. Vuoti il Duomo e le sue scalinate. Vuoto il Campo, con pochissima o punta gente sdraiata a farsi le foto; senza terra e impalcature, a due giorni dal 2 luglio, appare nuda. Vuota Rocca Salimbeni, da cui escono ingiacchettati e sudati quelli del Monte.
Claudio Rossi, rettore del Magistrato delle Contrade, l’organo che sovrintende l’attività delle diciassette Contrade di Siena, dice al Foglio che l’annullamento dei due Palii di quest’anno è stata una “perdita intima” e che ognuno la elabora a modo proprio: “L’ultimo Palio che non ho visto è stato quello del 1966, ero un bambino. Poi non ne ho mancato nemmeno uno. Non so come vivremo quest’anno i quattro giorni del Palio”, che comprendono anche l’assegnazione dei cavalli il 29 giugno per la corsa di luglio e il 13 agosto per quella di agosto. La decisione è stata molto sofferta, dice Rossi nel suo studio di geologo, “ma c’è stata anche serenità: il Palio è una festa di popolo, e se il popolo non si può trovare allora non si può fare. Le partite di calcio si possono giocare anche senza pubblico, ma il Palio non si può fare senza contatti, partecipazione, stare insieme. C’è stata tanta costernazione però al tempo stesso la sicurezza che non avremmo fatto surrogati”.
La città “ha preso dolorosamente atto, ma non è stata una resa”, dice al Foglio Roberto Barzanti, già sindaco di Siena, vicepresidente del Parlamento europeo e sapido intellettuale, oggi firma assidua del Corriere Fiorentino, che ha visto il suo primo Palio da bambino nel 1945 quando vinse la Lupa: “La situazione non consentiva, in base alla norme che allora si prevedevano, il distanziamento. E il Palio è una festa che è il contrario del distanziamento: è l’avvicinamento di tutto, la ricomposizione di queste piccole comunità che sono le Contrade, in una logica di affratellamento, magari con i coltelli nascosti, ma pur sempre di affratellamento. E la più abbraccevole, sudaticcia e appiccicaticcia di tutte”, spiega Barzanti seduto su una sdraio nella sua casa poco fuori le mura.
Niente abbracci, dunque, in questa estate in cui è “tutto stranito”, dice al Foglio Paolo Mazzini, architetto, ex assessore del Comune di Siena con delega al Palio, contradaiolo dell’Onda: “Un’estate senza Palio è assurda, mio babbo dice che gli ricorda quella della guerra. Il Palio è nella costituzione di questa città. Quest’anno la gente organizzerà le ferie a prescindere, io stesso il 2 luglio cercherò di non essere a Siena per evitare il magone”, spiega l’ex assessore sorseggiando una spuma in uno dei tanti bar del centro che hanno riempito le strade di tavolini, un effetto del lockdown.
La prima decisione sofferta per i contradaioli è stata l’annullamento delle Feste Titolari in omaggio al patrono di ogni Contrada. Per solidarietà, tutte le Contrade, dove pure vivono inimicizie e odi viscerali riservati agli avversari, hanno annullato le loro feste, anche quelle che si sarebbero dovute celebrare a settembre, quindi in un periodo forse più tranquillo per l’emergenza sanitaria. “Non fare la festa – dice il rettore del Magistrato Rossi, che è anche priore del Drago – mi ha dato persino più tristezza che non fare il Palio. Anche perché la Contrada viene prima della corsa. La passione che c’è nella corsa deriva dal fatto che c’è la Contrada, dove ci sono gli amici, si sta insieme”.
Due volte l’anno, prima dell’imbrunire, ai senesi si ferma il cuore per poco più di un minuto, meno di un minuto e mezzo, ma quei momenti non descrivono interamente il Palio né ne racchiudono lo spirito. La corsa è lo spettacolo, ma prima c’è tutto il resto. E l’unicità del Palio di Siena non è tanto o non solo per lo spettacolo in sé, scrive Duccio Balestracci ne “Il palio di Siena. Una festa italiana”, pubblicato da Laterza l’anno scorso, “quanto perché dietro di esso c’è una stratificazione di memoria e partecipazione identitaria che coinvolge completamente, in ogni momento della vita, i contradaioli”. Quello che costituisce l’elemento fondamentale per i senesi “non è, quindi, esclusivamente la corsa, ma sono la Contrada e il senso di appartenenza ad essa, fattori senza i quali il Palio sarebbe solo una gara ippica preceduta da un sontuoso corteo”. Senza le Contrade e i contradaioli non esisterebbe nemmeno la corsa, che Tommaso Landolfi nel 1939 descrisse così: “È uno spettacolo tanto senza residui rispetto alle sue circostanze, da essere in qualche modo universale; non una coreografia spettacolare, ma già un’opera d’arte, miracolosamente rinnovata, per virtù di passioni, ogni volta”. Senza passioni, la terra in piazza non si può mettere. E le passioni arrivano dalle Contrade, che sono una comunità potente, perché – spiegano Alan Dundes e Alessandro Falassi in “La terra in piazza. Un’interpretazione del Palio di Siena” – “come unità sociale, la Contrada è veramente unica. Ha dei veri e propri confini territoriali. Ha un governo e una costituzione. Ha la sua chiesa. Ha il suo museo, dove si conservano tutti i palii vinti nel passato, insieme ad altri cimeli e documenti. Ciascuna ha il suo inno, il suo motto, il suo stemma, il suo santo patrono, eccetera”. Il Palio, ha scritto Barzanti in un articolo su Toscana Oggi, “è liturgia civica e agonismo sfrenato, è solenne memoria storica e schietta faziosità nel presente. È il respiro di una ‘comunità di destino’ che sogna nel ciclico ripresentarsi del Palio la forza del passato”.
Francesco Aldo Tucci, classe 1991, dottorando di economia, contradaiolo dell’Aquila, spiega al Foglio quanto si faccia sentire l’assenza della ritualità quest’anno nella vita rarefatta della Contrada: “Essere di Contrada non è una cosa accessoria, è parte della mia identità. Quindi non sarei la stessa persona se non fossi dell’Aquila”, dice seduto al tavolino super igienizzato del deserto caffè Conca d’oro in Banchi di Sopra: “È nella Contrada che nascono le prime amicizie, i primi amori, e i rapporti sono veri perché nessuno ti costringe ad andarci. I fattori identitari che ho trovato lì non li ho trovati altrove. Non vedo cose comparabili alla vita di Contrada, se non una religione. Ma da ateo è difficile dirlo. Tuttavia, per far capire il paradosso: non sono battezzato, ma ho il battesimo della Contrada, che è per me una commistione fra famiglia allargata, religione laica e circolo associativo”.
Come spiegano Dundes e Falassi, “l’amore per la propria contrada può essere eguagliato in intensità soltanto dall’odio per la rivale. Il complicato sistema di alleanze e inimicizie che esiste tra le diciassette Contrade è assolutamente cruciale per riuscire a capire il Palio. Non basta dire che il Palio è una rappresentazione drammatica della vita di Contrada: piuttosto il Palio è lo sfogo emotivo per tutti i rapporti di amore-odio intrecciati tra le Contrade”.
Il vincolo con la Contrada assomiglia alla fedeltà massonica: ci puoi entrare, persino se sei forestiero, cioè non nato a Siena, puoi farti battezzare e diventare contradaiolo. Ma uscirne non puoi, e se ne esci è come se tu andassi, appunto, “in sonno”. Non a caso di ogni Contrada esiste un ingresso, ancorché non delimitato architettonicamente, ma l’uscita non è prevista. Perché a Siena tutto s’appartiene e nulla si cancella.
L’emergenza sanitaria non ha dunque annullato solo una festa che è al contempo religione, superstizione, pensiero magico ed è pure il contrario del distanziamento sociale, dunque incompatibile con le mascherine, i metri di distanza da mantenere, l’ansia da sanificazione. Non c’è spazio per i surrogati, come dice il rettore del Magistrato. Sicché, quest’anno non ci sono stati i riti, le messe e l’attesa, niente prova generale né provaccia. Niente Corteo Storico. Niente drappellone, niente ringraziamenti alla Madonna, alla quale i due Palii sono dedicati. I senesi per la prima volta hanno persino organizzato le vacanze a prescindere dalle due date del Palio, quando ogni estate – cascasse il mondo – tornano a casa da qualunque parte si trovino.
Un Palio che non si corre è un evento raro, serviva una motivazione esogena – l’emergenza sanitaria, appunto – ad annullarlo. Anche se fantini in cerca di guadagni, politici in cerca di facile consenso, cavallai e contradaioli già nostalgici dei momenti in cui il cuore si ferma, da giorni sperano in un palio straordinario, magari a settembre o ottobre. Hanno visto, i senesi, gli abbracci dei napoletani dopo la vittoria della Coppa Italia, hanno visto le manifestazioni politiche con i leader senza mascherina a farsi i selfie. Perché noialtri no, insomma?, si chiedono da giorni nelle diciassette Contrade. Le motivazioni per non farlo sono varie. Anzitutto, il Palio di Siena non si organizza in due settimane (servono quasi due mesi, la macchina è complessa e molto professionalizzata, a partire dalle équipe medico-veterinarie), in più costa (poco meno di 300 mila euro) e il lockdown ha bloccato anche l’organizzazione di cene con cui le Contrade festeggiano ma anche si autofinanziano. Non basta quindi soltanto che il bollettino sanitario migliori di giorno in giorno. Poi certo, con la possibilità del Palio straordinario c’è chi ci gioca anche per motivi di consenso. Il sindaco di Siena, Luigi De Mossi, eletto con una maggioranza di centrodestra a guida Lega, ha detto che di fronte a una richiesta delle Contrade di un Palio straordinario “nel rispetto delle discipline democratiche” non si sottrarrebbe. Basta poco a riaccendere le speranze dei contradaioli, che non vorrebbero aspettare un altro anno per la loro festa. Festa che raramente, come detto, s’interrompe. Come raccontano Dundes e Falassi, “solo di rado i due palii regolari non vengono corsi: infatti soltanto una grave emergenza può convincere i senesi a sospendere un Palio”. Il Palio di luglio del 1798 non si tenne a causa del terremoto del maggio di quell’anno, mentre quello di luglio del 1799 fu impedito dai tumulti antifrancesi. Nel 1801 sia il Palio di luglio che quello di agosto furono proibiti dalle forze di occupazione francesi. Il Palio di agosto del 1855, invece, fu sospeso per colpa di un’epidemia di colera, e nell’agosto del 1900 non si corse il Palio per lutto e fu rinviato di tre settimane (si corse il 9 settembre): re Umberto I era stato assassinato a Monza. Durante le due guerre mondiali non si corsero Palii. “Ma la voglia di Palio – aggiungono i due studiosi – è così forte che non si lascia che i problemi politici e nazionali interferiscano con il calendario della festa. Nel 1919, per esempio, ci furono in tutta Italia scioperi e sollevazioni di piazza che facevano seguito agli scontri tra la sinistra e le squadre fasciste. A Siena si decise di rimandare queste attività a dopo il Palio: non è che ai senesi non interessi la politica, piuttosto, si interessano di più al Palio”.
L’emergenza sanitaria di questi mesi ha messo a dura prova la città. Tra le conseguenze più sentite ci sono quelle economiche e le Contrade hanno riscoperto la loro missione primigenia. “Le Contrade nascono all’origine come società di mutuo soccorso. Durante il lockdown, si è visto l’aspetto che più le caratterizza: la solidarietà”, dice Francesco Aldo Tucci: “La mia ha organizzato una raccolta fondi, abbiamo donato un ecografo all’ospedale Le Scotte. Altre contrade hanno aiutato i loro contradaioli in difficoltà”. Questa crisi, sottolinea l’ex assessore Mazzini svuotando il bicchiere di spuma, “ha anche spinto le contrade lavorare maggiormente sul mutuo soccorso e l’aiuto sociale”.
A fine febbraio, inizio marzo, ogni Contrada si è attivata organizzando servizi di consegna di medicinali e spesa per gli anziani, alcune hanno organizzato gruppi di sostegno per contradaioli bisognosi. Poi, a un certo punto, è nato un gruppo “inter-Contrade” comune a tutte le diciassette indipendente dalle rivalità, per aiutare la Caritas nella consegna dei pasti e dei pacchi famiglia. Era già accaduto in passato, quando ci furono i terremoti nel centro Italia e le contrade partirono per andare a cucinare per i terremotati, a Norcia per esempio. “In poco tempo siamo in grado di organizzare una discreta forza lavoro”, dice il rettore del Magistrato Rossi al Foglio. “Le Contrade mettono in comunione le loro professionalità. C’è stata una presa di coscienza per aiutare le persone in maniera materiale”, dice ancora l’ex assessore Mazzini.
La crisi sanitaria e le conseguenze economiche hanno colpito dappertutto. Siena però veniva già da anni di depressione. La crisi del Monte dei Paschi, il fallimento delle squadre di calcio e basket, la crisi dell’università e quella della politica hanno segnato la vita dei senesi. Il Palio è sempre stato al di sopra delle parti, in ogni senso; essendo consustanziale alla vita della città, non può risentire delle ugge contemporanee. Lo stop imposto dal coronavirus ha però aumentato le già fragili condizioni sociali e psicologiche di una città che è strepitosa anche nei suoi aspetti deteriori, compresa l’autarchia. Scrive Henry James in un pezzo memorabile delle sue Ore italiane: “A Siena ogni cosa è senese”. Ogni cosa era ai suoi occhi intimamente senese, nel senso che non c’era spazio per le contaminazioni, ogni cosa era perfettamente autoconservata: “Dal punto di vista morale e intellettuale, dietro i muri dei suoi palazzi, il quattordicesimo secolo – mi vengono i brividi a dirlo – non ha ancora smesso di vivere”. Era la fine dell’Ottocento, ma questa descrizione sarebbe valida anche oggi.
Negli ultimi cinque anni però Siena ha fronteggiato miseria e nobiltà; la miseria purtroppo spadroneggia, anche dal punto di vista politico-culturale, la nobiltà resterà sempre racchiusa fra le sue mura. Siena, dice l’ex sindaco Barzanti, è oggi una città “come se”: “Il tempo del Palio di quest’anno rammenta quello di una vigilia senza oggetto, proprio come accade, dicono in molti, per il dopo virus: non sappiamo che cosa ci aspetta”. E con i “come se” non si fanno certamente i Palii, forse nemmeno si vive.