Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  giugno 29 Lunedì calendario


Anche le statue muoiono

La mia sarebbe una rassegna che chiunque potrebbe compilare, con un po’ di applicazione, se non fosse guidata da un proposito civile, quello di dissuadere dalla conclusione semplicistica cui corrono in tanti: farla finita con le statue, non erigerne mai più una. Al contrario, è dovere dei governi e delle autorità pubbliche continuare e moltiplicare l’erezione di statue, in considerazione delle generazioni future. Le generazioni future non devono restare senza niente da abbattere. Innalziamo statue. Investiamo sull’avvenire in cui, più o meno remoto che sia, esse saranno abbattute o demolite o almeno traslocate in qualche periferia. È infatti un futile pregiudizio che si innalzino statue per assicurare un’immortalità: da 40 mila anni le statue servono solo a prolungare il tempo degli umani e specialmente dei più notabili e potenti fra loro. I quali, a differenza della moltitudine degli anonimi (almeno fino a quando non è stato universalizzato il quarto d’ora di notorietà) sono destinati a una doppia mortalità: prima in quanto corpi, poi in quanto statue. Interpellata dal New York Times, Erin L. Thompson, docente al John Jay College of Criminal Justice, ha detto: “Come storica dell’arte, io so che la distruzione è la norma e la conservazione è la rara eccezione”. La professoressa Thompson ha dedicato la carriera allo studio delle ragioni che portano la gente a distruggere deliberatamente le icone del retaggio culturale. Osserviamo così intanto che anche la demolizione delle statue è una disciplina scientifica che ha i suoi specialisti, come il virus del Covid-19, e che il contagio degli assalti alle statue li fa emergere dall’oscurità di esistenze accademiche rannicchiate. In particolare, la professoressa Thompson mostra di associare alla teoria una competenza terra terra, diciamo; un suo tempestivo tweet durante i primi assalti raccomandava di tirar giù le statue con una catena piuttosto che con una corda: “Funziona meglio, la catena è meno elastica, dunque la forza del tiro si disperderà di meno”. Dunque l’abbattimento delle statue è anche un mestiere, specialmente nelle zone del mondo in cui i cambi di regime si susseguono freneticamente, sicché i potenti di turno sentono che il terreno gli brucia sotto i piedi e si sbrigano a montarsi le proprie statue. Ho ricordato come sia frequente il caso di statue che, sia per ragioni statiche, sia per ragioni di risparmio, vengono divelte lasciando sussistere gli stivali (le statue di dittatori e despoti e generali hanno di preferenza gli stivali) riciclabili per il prossimo ospite. Riprendo da Paolo Nori, che lo riprende da Ryszard Kapuściński, “Shah-in-shah”, Feltrinelli 2009, l’intervista di un giornalista del quotidiano Kayan di Teheran a un abbattitore di statue dello scià:
“Da anni e anni il giovane scià non faceva che erigere statue in onore suo e del padre, per cui ce n’era un bel po’ da abbattere.
D. Le ha abbattute tutte?
R. Sì, non è stato difficile. Al rientro dello scià dopo il colpo di stato [nel 1953] non c’era più un solo monumento a Pahlavi. Ma lui cominciò immediatamente a farne erigere dei nuovi, a se stesso e al padre.
D. Vuol dire che voi li tiravate giù, lui li ricostruiva, voi li tiravate giù di nuovo e via di seguito?
R. Sì, proprio così. Roba da far cascare le braccia. Ne distruggevamo uno, e lui ne costruiva tre; ne distruggevano tre, e lui ne tirava su dieci. Non se ne veniva mai a capo. (…) Nel ’79, durante l’ultima rivoluzione, ci si vollero immischiare anche i dilettanti, per cui purtroppo ci furono molti incidenti: più d’uno ci rimase sotto. Abbattere un monumento non è semplice come sembra. Ci vogliono pratica e professionalità. Bisogna stabilire di che materiale è fatto, il peso, l’altezza, se all’intorno è saldato o cementato, in che punto attaccare la fune, in che direzione fare oscillare la statua e, infine, come distruggerla. Appena cominciavano i lavori per erigere una nuova statua, noi ne approfittavamo per fare i nostri calcoli”.
Il più clamoroso abbattimento contemporaneo è stato quello della statua di Saddam Hussein, a Bagdad, il 9 aprile 2003. Tutto il mondo guardò, incantato: la statua era di bronzo e cava, fu una lunga operazione a cielo aperto, il popolo iracheno che rovesciava nella polvere il suo tiranno e lo faceva a pezzi. Non andò proprio così. Gli iracheni nella piazza, inquadrati dalle telecamere, erano un centinaio o poco più, e “fu il sergente dell’esercito americano Leon Lambert a dare loro la mazza con cui colpire la base della statua. La stessa bandiera irachena che poi fu issata sulla statua (al posto di quella a stelle e strisce, gaffe terribile) fu fornita dal tenente Casey Kuhlman, che l’aveva comprata come souvenir. L’operazione durò due ore circa: la Cnn continuò a trasmettere immagini dalla piazza ogni quattro minuti”. Kadhem Sharif, l’uomo in canottiera che prese a colpi di mazza la statua, era un meccanico che aveva riparato le motociclette di Saddam, prima che lui gli sterminasse la famiglia. Qualche tempo fa, intervistato, ha detto di essersi pentito, che avevano buttato giù un Saddam per insediarne mille. La statua venne giù agganciata al collo con un cavo da un carro armato dei marines. Anche là un po’ di piedi del dittatore restarono attaccati al piedistallo. Un paio di mesi dopo al suo posto fu eretta una statua all’Iraq unito; nel 2011 era stata tirata giù anche lei.



Chissà come si metteranno le cose per la statua della Libertà. Giorni fa Bono, l’irlandese, ha detto: “Io so che per molti neri americani la fiaccola di Lady Liberty è tutt’altro che un faro di speranza, è spesso una torcia elettrica puntata sulla faccia”. C’è un precedente, all’arrivo della nave che porta il sedicenne Karl Rossmann, nel racconto di Kafka “Il fochista”, l’inizio del romanzo che Max Brod intitolò “America”. Franz Kafka descrive la statua della Libertà con il braccio destro levato a impugnare una spada, invece che la fiaccola: un errore probabilmente deliberato. In giro prevalgono le spade. L’altro giorno a Kiev, Ucraina, gli organizzatori del Gay Pride hanno spedito un drone a infilare la bandiera arcobaleno sulla spada alzata al cielo dal braccio destro della statua in titanio della Madre Patria, 102 metri, dedicata ai soldati sovietici caduti nella Seconda guerra mondiale. Anche “La Madre Patria chiama” di Volgograd, già Stalingrado, ha 33 metri di sola spada.


Le donne sono altrettanti militi ignoti, discinte, il seno offerto, avvolte in bandiere, vittoriose, inalberate come polene, inginocchiate in preghiera, coi figlioletti attaccati alle ginocchia… C’è anche una questione di genere a proposito delle statue. Doppia: perché le statue sono un’occasione prediletta per i nudi femminili, di dee, di donne, di madri patrie, di virtù e di vizi, di fontane e cornicioni. Cariatidi nude sostengono con grazia danzante i loro pesi, sotto i quali i telamoni muscolosi soffrono una fatica da schiavi. E perché statue femminili con un nome e un cognome sono così rare da spingere anche qui alla rivendicazione di una quota rosa. (A Erbil, Kurdistan iracheno, c’è una recente proliferazione di statue di donne curde). L’anno scorso una coppia di artisti australiani, Gillie e Marc, lanciò a New York la campagna “Statues for Equality”, cominciando con dieci sculture che ritraevano personaggi come Oprah Winfrey e Nicole Kidman, Cate Blanchett e Jane Goodall… Nella circostanza fecero sapere che “fino a poco fa a New York City le statue che raffigurano donne realmente esistite erano meno del 3 per cento”. “Nel Regno Unito”, precisavano bizzarramente, “ci sono più statue che si chiamano John che statue dedicate a donne”. Probabilmente una proporzione analoga si otterrebbe in Italia con i Giuseppe (ci sono alcune Anite in giro, oltre che sul Gianicolo). Dati aggiornati portano la quota Usa al 7 per cento e quella inglese al 13. A New York negli anni 90 si erano inaugurate statue a Gertrude Stein ed Eleanor Roosevelt, e nel 2010, a Harlem, a Harriet Tubman (ca.1822-1913) nata schiava e intrepida abolizionista. L’anno scorso sono state erette le statue di Billie Holiday, della pediatra e attivista dei diritti delle donne Helen Rodríguez Trías (1929-2001), dell’afroamericana Elizabeth Jennings Graham, che una domenica del 1854, quando era una maestra di 24 anni, salì a New York su un bus cui i neri non erano autorizzati, resistette all’intimazione di scendere, vinse la causa alla compagnia dei trasporti così che nel 1860 tutti i mezzi cittadini di New York rinunciarono alla segregazione. Un’altra statua raffigura Katherine Walker (1848-1931), tedesco-americana, che fu per oltre trent’anni guardiana del faro di Robbins Reef e salvò decine di navi dal naufragio. Una volta che si cominci, si smette di chiedersi se ci siano abbastanza donne meritevoli che si dedichi loro una statua. Ce ne sono troppe.


Statues for Equality vuole l’uguaglianza delle statue maschili e femminili, 50 e 50, entro il 2025: temerario programma. A meno che a renderlo più plausibile contribuisca la moltiplicazione delle demolizioni di statue maschili.


Sul Corriere della Sera del 13 ottobre 2018 Giangiacomo Schiavi riferiva di un censimento compiuto a Milano da Giuseppe Landonio, medico, ex consigliere comunale, e dal fotografo Giuseppe Cozzi - due uomini, peraltro: “Su cento monumenti nelle piazze e nei parchi di Milano, nessuno è dedicato a una donna”. A Torino è difficile trovare una statua di donna realmente esistita: una Mafalda di Savoia, a Rivoli... Nel 2018 due giovani signore, Stefania Doglioli e Carlotta Trevisan, hanno pensato di sparpagliare l’8 marzo un numero di artiste di strada immobili come statue a saldare il conto per un giorno.


A Milano, continuava Schiavi, “Landonio e Cozzi provano a fare dei nomi: Beatrice d’Este, Cristina Trivulzio, Giuditta Pasta, Ada Negri, Lalla Romano, Camilla Cederna, Maria Callas… Si potrebbe aggiungere Maria Montessori”. Dopo di allora, una statua della scultrice Rachele Bianchi, donata dal figlio, è stata inaugurata l’anno scorso. Al sindaco Sala è stato posto urgentemente il problema, e ci starà pensando, lui che è andato sul tetto del Duomo a raccomandarsi l’anima alla Madonnina.


Anche le statue muoiono: si intitolava così, “Les statues meurent aussi”, un film documentario del 1953, 29 minuti, di Chris Marker e Alain Resnais sulle sculture africane, e sul colonialismo francese ed europeo. Il film subì dieci anni di censura. Resnais sollevava una questione cruciale: perché l’“arte negra” fosse collocata al Musée de l’Homme, come un affare etnografico, invece che al Louvre, come i capolavori dell’arte. Cose così è costretta a ripetere a Roma Igiaba Scego.


Ammetterete che questo subbuglio porta con sé un benefico diluvio di conoscenze. Teddy Roosevelt, per esempio, quello del “Vento e il Leone”, quello che ha dato il nome al Teddy Bear, quello la cui statua prende vita nella Notte al museo. La direzione del Museo di Storia naturale di New York, da tempo tormentata dal gran bronzo di Theodore Roosevelt a cavallo con due scudieri abusivi, un nativo americano e un africano scalzo, ha detto che è venuto il momento, “data la composizione gerarchica della statua”. Un pronipote ha convenuto. Il sindaco De Blasio ha aderito. Qui il compromesso distingue fra la statua e la persona… Che cos’altro sapevamo, mediamente, di lui? O, meglio, John A. Macdonald (1815-1891), primo presidente del Canada, bersaglio numero uno delle tentate demolizioni. Fu l’artefice delle Residential Schools, in vigore dal 1876 al 1996 (!): i bambini dei nativi canadesi, Inuit, “Prime Nazioni”, Métis, erano sottratti alle famiglie e chiusi nelle scuole dove non avrebbero più parlato o sentito parlare nelle loro lingue, per essere “civilizzati” in inglese: alla missione si sobbarcavano la Chiesa cattolica, la Chiesa anglicana e la Chiesa Unita del Canada. Già un secolo fa si levavano denunce pubbliche e documentate sulle violenze fisiche, sugli abusi sessuali e sulla cancellazione della memoria. Le prime scuse ufficiali del governo vennero nel 2008, insieme alla costituzione di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Erano stati segregati nelle Scuole residenziali più di 150 mila bambini; 31.970 le cause per abusi sessuali; 6 mila le morti accertate. Adesso, quando vediamo una fotografia della statua di Macdonald, sappiamo di che cosa si tratta. La sua statua, davanti al municipio di Victoria, fu la prima a essere imbragata e rimossa, l’11 agosto del 2018, da un camion gru. Si noti: era stata eretta solo nel 1981. Il suo autore, John Dann, protestò che si sarebbero dovute rimuovere le statue di tutti i primi ministri, dal momento che le Residential Schools erano durate per 120 anni: argomento da considerare. Un anno prima, nel 2017, una statua di Macdonald a Montreal era stata spruzzata di rosso da un gruppo contro l’odio razziale che aveva messo in rete il video, ricordando che a Macdonald erano intitolate molte scuole. Oggi l’ultima statua di Macdonald resiste, assediata, in un parco di Kingston, Ontario, dove era cresciuto. Il sindaco ha proposto di cambiare l’iscrizione sulla base, scrivendo “nel bene e nel male”…


In Nuova Zelanda, dopo che l’Anziano Taitimu Maipi​ aveva avvertito ufficialmente il municipio di Hamilton che il sabato successivo l’avrebbe buttata giù personalmente a martellate, il 12 giugno è stata rimossa, “ma gentilmente”, con un camion gru, la statua del capitano John Hamilton, morto combattendo al comando delle forze britanniche nel 1864. Anche qui i rivolgimenti culturali si mostrano piuttosto repentini: la statua era stata eretta solo nel 2013. Resta la questione del nome della città, la quarta del paese.