Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  maggio 23 Sabato calendario


Storia del palco più importante, quello di Glyndebourne

Chiudono le stagioni estive, ritrovi abituali di musicisti e appassionati che il Coronavirus sta allontanando. Altre, tipo il Rossini Opera Festival, stanno cercando soluzioni alternative. L’allegato 9 del decreto governativo in vigore dal 18 maggio al punto uno indica come condizione per la ripartenza degli spettacoli dal vivo il “mantenimento del distanziamento interpersonale, anche tra gli artisti”. Distanziare in musica significa ammutolire. Cancellare. Il melodramma è arte che si fa pelle a pelle, anima ad anima. Bisogna essere vicini, ascoltarsi. In scena ci si sfiora. Immaginate Violetta, protagonista della Traviata, che muore sola per terra con Alfredo (che durante tutta l’opera meriterebbe sì l’allontanamento) a un metro (almeno) di distanza.
Il pubblico può essere distribuito più facilmente. I sovrintendenti dei teatri internazionali immaginano soluzioni come dimezzare la capienza delle sale, creare percorsi alternativi, scaglionare ingressi e uscite, fornire il solo biglietto elettronico. Sono ipotesi possibili. Anche la gente però ha bisogno di sentire l’emozione del vicino (non il suo cellulare!); commentare, con lo sconosciuto che siede accanto, le nuances e l’intonazione della voce del tenore. La musica dal vivo necessita anche di riti, di prassi che accompagnano e integrano la performance. Nelle ultime settimane c’è un autentico bombardamento di streaming, filmati d’epoca, dirette zoom, concerti da casa, su Instagram che acuiscono la mancanza. I Berliner Philharmoniker stanno proponendo concerti con piccoli organici in una Philharmonie vuota e in diretta nella Digital Concert Hall. Sul palco, che di solito ospita cento artisti, un gruppo da camera con i violini distanziati a più di due metri l’uno dall’altro e i fiati a cinque metri. Si è chiuso un mondo, se ne sta aprendo un altro carico di dubbi; pieno di tentativi, alcuni generosi, altri balzani.
Non stupisce ma addolora che la chiusura abbia riguardato anche il Festival di Glyndebourne, ritrovo imprescindibile per gli amanti della lirica come lo è Wimbledon per il tennis o Ascot per le gare di cavalli (la “Royal Ascot 2020” probabilmente si terrà a porte chiuse dal sedici al venti giugno). Inizialmente sono stati cancellati tutti gli appuntamenti sino al 14 luglio ma la seconda parte della stagione sembrava salva. Non è stato così. Tutto annullato. Anche Glyndebourne deve virare su una rassegna virtuale con iniziative musicali e di costume che consentano agli habituée del Festival di ricreare l’esperienza di Glyndebourne da casa. Nessun dress code ma l’invito a indossare l’abito più elegante che si possiede, a partecipare allo spettacolo per poi negli intervalli assistere a una dimostrazione “dal vivo” dei “Restaurant Associates” di Glyndebourne, consumando una sorta di picnic domestico. Sulle colonne del Guardian, Stephen Langridge – direttore artistico della manifestazione – dice: “La pandemia non ci permette di onorare la stagione dal vivo ma siamo decisi a portare nelle case di tutto il mondo lo spirito di Glyndebourne con musica di altissimo livello”. Sacrosante dichiarazioni di rito per arginare (con uno scoglio, direbbe il poeta) il mare in tempesta. Langridge sa bene che il festival da lui diretto è un unicum nel panorama mondiale e può essere vissuto solo dal vivo. Ma che cosa lo rende così unico?

Glyndebourne è a sud-est di Londra, distante dalla capitale una settantina di chilometri, circondata da una campagna lussureggiante: ampi spazi pianeggianti circondati da colline, un verde intenso con le chiazze bianche e nere del pascolo allo stato brado. In questa cornice bucolica si erge il castello di Glyndebourne di cui era proprietario John Christie, costruttore di organi commercializzati in tutto il mondo e molto attivo anche nell’ambito dell’edilizia. Negli anni Venti del Novencento ha ereditato la tenuta. La sua passione per la lirica lo porta spesso a Bayreuth in Germania per ascoltare il repertorio wagneriano eseguito nel “tempio musicale” da lui stesso ideato. Sarà però l’amore per una donna a creare il più originale ed esclusivo teatro al mondo. È il 1931 e in un concerto privato a castello scocca la scintilla tra John e il soprano lirico leggero Audrey Mildmay che si esibisce nella serata. John decide che quella sarà la compagna della sua vita e le riserva particolari attenzioni. I due convoleranno a nozze il 4 giugno del ’31. Un matrimonio che genera un piccolo teatro nel mezzo dell’imponente tenuta: una struttura di trecento posti che ospita i virtuosismi dell’amata moglie. Dotata di una buona voce, la Mildmay è la protagonista dell’inaugurazione della struttura. In un primo momento, Sir Christie pensa di mettere in scena il “Don Giovanni” mozartiano o “Die Walküre” di Wagner, partiture non adatte alla vocalità dell’artista e alla struttura stessa del teatro. Alla fine il sipario si alza il 28 maggio 1934 con “Le nozze di Figaro” di Mozart. La “Glyndebourne Festival Orchestra” diretta dal tedesco Fritz Busch, ex direttore musicale della Staatsoper di Dresda (compagine che aveva dovuto abbandonare a causa dell’ascesa di Hitler), accompagna la Susanna di Audrey Mildmay, la Contessa Almaviva di Aulikki Rautawaara, soprano finlandese molto attivo all’epoca nei teatri d’opera. Figaro è Willi Domgraf-Fassbander baritono tedesco che studiò anche in Italia e che in quegli anni al Festival di Salisburgo cantò nel “Die Zauberflöte” diretto da Toscanini. Il celebre baritono inglese Roy Henderson interpreta la parte del Conte Almaviva mentre il mezzosoprano austriaco Luise Helletsgruber è Cherubino. La regia è affidata a Carl Ebert che con Busch dà vita a una vera fusione di musica e teatro, uno studio attentissimo, quasi esclusivo del repertorio mozartiano con esecuzioni che trovano apprezzamenti lusinghieri. Il filosofo britannico Isaiah Berlin ricorda come a Monaco, Vienna, Covent Garden e soprattutto Salisburgo si eseguisse Mozart in maniera mirabile. Ma un’opera di Mozart a Glyndebourne fosse un’esperienza unica. Negli stessi anni, infatti, mentre a Vienna le opere “italiane” di Mozart si cantano in tedesco e a Londra in inglese, a Glyndebourne si canta in l’italiano con una cura maniacale dei dettagli drammatici e musicali.
Con il passare delle settimane, a Busch ed Ebert si unisce Rudolf Bing, proveniente dall’opera di Darmstadt. Questi cura l’organizzazione generale di ogni evento, segnando un vero cambio di passo e ponendo le basi di un Festival che ancora oggi è un punto di riferimento. Bing istituisce un servizio di accoglienza per rendere più agevole il flusso degli spettatori in una località non facilmente raggiungibile. Un treno speciale parte dalla Stazione Vittoria di Londra sino a Lewes, città cara a Virginia Woolf, dove gli spettatori hanno a disposizione un autobus che li conduce poi a Glyndebourne. Negli intervalli dello spettacolo si può mangiare in un ristorante oppure fare un picnic approfittando dell’immenso parco circostante che ha una superficie complessiva di quattromila ettari. Fiumi di champagne si intrecciano all’obbligo dello smoking e del frack per gli uomini, abito lungo per le donne. I biglietti per entrare in questo mondo bucolico e lussuoso sono venduti a prezzi spropositati per garantire una platea elitaria.
Nel corso degli anni la vita musicale del festival più alternativo al mondo non è cambiata. Il repertorio spazia dal Classicismo mozartiano sino alla contemporanea, coinvolgendo giovani compositori con un occhio particolare alle donne. I prezzi sono diventati più abbordabili per una rassegna che vive solo di incassi e finanziamenti privati. Molte sono le persone che lasciano la loro eredità al Festival.
Il dress code non è obbligatorio formalmente ma moralmente sì. L’antico teatro è stato ampliato varie volte. Si è passati dai trecento posti iniziali ai settecento di fine anni ’70. Nel 1990 è stato costruito un teatro completamente nuovo progettato da Michael e Patty Hopkins di “Hopkins Architects” che potesse ospitare milleduecento persone. Un edificio ovale su quattro livelli con l’acustica (perfetta) curata da Derek Sugden e Rob Harris di “Arup Acoustics”. Per il resto, Glyndebourne rimane Glyndebourne, quel “giardino incantato”, come ama definirla il giornalista Bernard Levin, che è molto più delle sue produzioni. Un luogo senza tempo che si raggiunge con un viaggio in treno tra gente in abito elegante che trasporta cestini di vimini, sedie e tavoli pieghevoli e tutto quello che serve per un vero picnic inglese: forchette d’argento in una mano e spesso ombrelli nell’altra. Non di rado, sbucano candelabri e tanto champagne versato da maggiordomi (se richiesti) in alta uniforme. L’età media del pubblico è molto bassa. Tanti i giovani distesi in questo verde. Qui puoi trascorrere un’intera giornata perché gli intervalli tra le opere durano novanta minuti. Il tempo è relativo, fuori misura. Ci sono spettacoli che iniziano alle 15.40 o alle 17.05. Orari strani ma non bisogna chiedersi il perché: l’unico motivo è che a Glyndebourne è sempre stato così. Anche per gli artisti, salire su questo palco è un’esperienza unica. Rispetto a un teatro tradizionale c’è la possibilità di lavorare con meno frenesia, come testimonia il soprano Maria Ewing che dice: “Qui l’atmosfera è seria ma mai pesante, rilassata ma mai informale”. Per i giovani talenti del canto è una vetrina prestigiosa e rappresenta un trampolino di lancio. Di qui sono passati artisti quali Elizabeth Soderstrom, Luciano Pavarotti (interpretò Idamante nell’ Idomeneo mozartiano del 1964, a soli ventinove anni), Birgit Nilsson, Joan Sutherland, Mirella Freni, Ileana Cotrubas e Janet Baker le cui carriere sono poi esplose nel giro di poco tempo.
La stagione estiva vede solitamente ottanta recite e circa novantamila paganti. Un sold out costante che frutta all’economia locale undici milioni di sterline. Glyndebourne attira visitatori da tutto il mondo e offre circa settecento posti di lavoro. Un marchio registrato nel 1995 che distingue una comunità non semplicemente incantata dall’opera ma anche dalla forza della creatività; quella che ha dato vita al “Glyndebourne Tour” che porta le produzioni al pubblico di tutto il Regno Unito. Non solo. Glyndebourne è anche un’etichetta discografica e nel 2007 primo teatro d’opera inglese a proiettare i suoi spettacoli al cinema. Per non parlare delle varie orchestre, un concorso internazionale di canto, un “dipartimento scuola” che propone attività per tutte gli istituti della zona; e poi i podcast e i contributi digitali che la rendono accessibile in ogni parte del globo.
Nei momenti di crisi, Glyndebourne ha sempre dato il meglio di sé guardando al futuro in maniera profetica. Fu così durante il Secondo conflitto mondiale, quando il teatro dovette chiudere per un lungo periodo. La ripresa fu repentina grazie a una chiara identità, alla capacità di porsi obiettivi ambiziosi e realistici e alla qualità della proposta. Caratteristiche tutt’oggi immutate a cui si unisce un forte senso di famiglia che lega il pubblico e tutte le componenti del teatro. Proprio per questo, il Festival ha lanciato sul proprio sito una raccolta fondi per i lavoratori che con la cancellazione degli spettacoli rimarrebbero senza sostentamento. Questo modo umano e reale di coinvolgere il pubblico in ogni aspetto riesce a fidelizzarlo, attirando fondi di tanti privati che si sentono parte del progetto. Il tutto, unito alla massima autonomia gestionale che dona alla macchina organizzativa quell’agilità che occorre per essere al passo con i tempi. In questo senso le parole dell’attuale direttore musicale Robin Ticciati sono emblematiche: “È straziante non poter offrire al nostro pubblico spettacoli dal vivo ma noi siamo una comunità che supererà insieme questo momento. Il mondo ha bisogno della musica ora più che mai. Torneremo a fare musica, sarà meraviglioso, perché l’opera può cambiare la vita”. Ne sono certi tutti coloro i quali, pur avendo acquistato i biglietti per questa stagione, hanno deciso di non chiederne il rimborso perché nei momenti di crisi, quando tutto sembra sfuggire di mano e ci si deve allontanare, il Festival di Glyndebourne non perde l’ideale che lo guida da decenni: “Not just the best we can do but the best that can be done anywhere”.