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 2020  maggio 23 Sabato calendario


Bici salvaci tu

Nella pianura padana, da Milano fino a Bologna, non diciamo di essere giù di corda, come altrove. Diciamo che ci è scesa la catena, come i ciclisti, e questo dovrebbe già spiegare molto del rapporto unico che intercorre fra la bicicletta, il nostro habitat sconfinatamente piatto e l’entusiasmo con cui, da un secolo e mezzo, gli diamo velocità e mutevolezza pedalando; anzi, “imprimendo una sterzata” all’ambiente, come declamava Marinetti col suo movimento futurista nato proprio nel corso Venezia dove da qualche giorno il sindaco Beppe Sala ha inaugurato la nuova pista ciclabile. Chirotteri metropolitani, come il quadro del tardo Depero, velocisti dilettanti ma entusiasti nel solco di quella tradizione narrativo-pittorica dove lo “studio dinamico” della bicicletta permette di affastellare paesaggi e monumenti l’uno sull’altro e di sdoppiare le figure umane. Ultimamente la catena ci è scesa parecchio, anzi striscia proprio per terra come al Denis di Lucio Dalla, e nel dilemma fra l’“andar fuori a vomitare” e l’“uscire fuori al freddo della sera” abbiamo scelto come era naturale la seconda opzione. Siamo usciti nonostante contagi da fase 1, ripescando dai cortili e dalle cantine certi arnesi arrugginiti e con la forcella storta e pedalando veloci verso il prato seminato a fiordalisi e papaveri di fronte al Bosco Verticale, forti della massima di Cesare Zavattini secondo la quale la bici “da noi” ha “qualcosa del cane”, e di cani da passeggio, anche in comodato d’uso, in questi mesi ha fatto grandissima esperienza anche chi non ne ha mai posseduto uno. Fra l’altro non fa neanche freddo, anzi si soffre già un caldo estivo, e se nella ridda di opinioni discordanti volessimo dar retta ai vecchi medici di famiglia, potrebbe confortarci il pensiero che al virus il caldo non piace perché gli scioglie il grasso protettivo in cui è incapsulato, secondo lo stesso principio, con obiettivi opposti si intende, di certe signore quando prendono il sole immobili per ore interminabili e poi si controllano il girovita.
Tutti in bici dunque, e molto più di prima, quando era scelta un po’ fighetta, diciamo l’evoluzione in chiave responsabile ed ecologica del suv nero lucido degli anni Novanta e dello scooterone degli irriducibili, ma con lo stesso obiettivo: marcare una distanza col prossimo. Per il milanese, anche acquisito, il social divide, io qui tu là, è un concetto che si assimila con il primo assaggio di dialetto: “Sta su de doss”, levati, mollami, con la dieresi sulla U, versione popolare e ormai quasi mitizzata (la usano anche i modaioli) del “fate luogo” barocco che scatena la rabbia di Lodovico prima di farsi fra’ Cristoforo. Il bacio-bacio stampato in aria l’abbiamo inventato noi milanesi, avete presente Franca Valeri nel “Vedovo”, per non doverci incollare alla guancia di qualche semi-sconosciuto sudaticcio, fosse pure il marito che rientra dal lavoro, e rischiare di rovinarci la piega; potessimo, invece di stringerci la mano ci inchineremmo come giapponesi e d’altronde questa tendenza milanese all’intesa cordiale ma distante si può verificare anche in decenni di spot pubblicitari sui celeberrimi aperitivi: grandi “ueila” con ampio gesto del braccio a tutta la compagnia, maschie pacche sulle spalle, “e allora?” ed finita lì. Tutta scena.
Ecco spiegate le migliaia di bici della fase 3, scelta di certo corroborata dagli incentivi del governo per la “mobilità sostenibile” di cui il sindaco Sala vanta il ruolo di suggeritore presso la ministra De Micheli, ma anche da una certa sociologia contingente altresì detta fifa blu, altrimenti si sarebbero seguite già da un pezzo le indicazioni di esperti di ambiente e di scrittori appassionati di due ruote come Paolo Rumiz quando spiegano che, se i padani avessero sfruttato a dovere il reticolato di canali progettato dai Visconti e dagli Sforza invece di chiuderlo, e incentivato l’uso delle biciclette, avrebbero certamente evitato di trasformarsi nell’area più inquinata d’Europa. E poi, dicono altri esperti, avrebbero magari e perfino limitato l’attacco poderoso e senza pari del virus, in apparenza attratto dall’atmosfera carica di polveri sottili. Quindi, zitti mosca e pedalare, con i 500 euro di bonus massimale retroattivo al 4 maggio o anche senza. La famiglia di Giovanna Rossignoli in corso Garibaldi, ultima rimasta “del mestiere” di una schiatta pavese sottile e robusta come i pioppi del Ticino che agli inizi del Novecento aveva colonizzato di due ruote tutta la città, ha quasi esaurito i modelli disponibili e ormai prende ordini come un sarto su misura.
Fuori dal negozio con la scritta dipinta su vetro e le bandelle laterali istoriate, curatissime vestigia degli anni Trenta, si snoda una fila come all’Ikea, con la differenza che questa ha lo scopo di lasciare e non di arredare casa, almeno in apparenza: certe dame milanesi allestiscono infatti la bici come un camper, fiori di seta a bordo cestino e tendalino compreso, ignare che per le loro bisnonne inforcarne una era una sfida alla costrizione casalinga e anche un richiamo erotico, da cui una messe di cartoline in bianco e nero molto piccanti e molto dimenticate e tutta una letteratura para-medica sui presunti danni del ciclo “per la riproduzione” (ah, la riproduzione) di cui nessuno fortunatamente si occupa più.
Fino allo scorso gennaio, per le strade di Milano giravano a pedali soprattutto i residenti dell’area C milanese, l’area storica della città all’interno delle mura spagnole oltre le quali si trovava il lazzaretto manzoniano e dove si trova tuttora. Pedalavano per le poche centinaia di metri di distanza fra casa e ufficio banchieri più o meno agé dietro consiglio del cardiologo e, in orari di scuola, giovani mamme in friulane di velluto verde bosco e blu oltremare con i figli issati in equilibrio precario, uno davanti e uno dietro, gli zainetti in movimento ritmato dai rimbalzi sul pavé. Chi si avventurava fuori dai bastioni, sulle grandi direttrici che poi a Milano sono sempre contenute, tranne forse via Melchiorre Gioia, corso Sempione e viale Zara, lo faceva confidando nel senso civico degli automobilisti e sempre rischiando di finire nelle rotaie del tram, per cui pedalava sui marciapiedi, litigando con i passanti senza nemmeno fermarsi, scuse e insulti alternati che si perdevano nell’aria e nell’eco dei cortili. Poi a Palazzo Marino è arrivato per l’appunto Sala, ha aumentato di molto le piste ciclabili togliendo spazio agli automobilisti che un po’ hanno protestato ma tanto c’era la famigerata Area C col ticket a contenerli; quindi è arrivato il Covid e non è affatto andato via, ma s’è riaperto tutto compresa l’area C, libera cioè gratis per tutti ancora per qualche settimana, e l’assalto delle auto “da fuori” non c’è stato. Fino a oggi, le telecamere hanno registrato in media la metà dei passaggi dell’era a.C., ante Covid. E non è solo per via dello smart working che la città del terziario pratica come nessun’altra (le torri dell’area Gae Aulenti sono ancora sostanzialmente vuote) o a causa delle scuole chiuse: è proprio che rivedere le cinciallegre e riascoltare il concerto delle rondini attorno all’Accademia di Brera ai milanesi, anche giornalieri, pare sia molto piaciuto. Vorrebbero godersi le repliche e l’aria buona ancora per un po’, per cui pedalano. Non c’è stato nemmeno il temuto assalto ai mezzi dell’Atm, tram e bus e metro dove i vigilantes dovrebbero controllare che il passeggero in transito usi mascherine e guanti e invece no “va ben, per questa volta” e fanno passare, tanto sulle carrozze i distanziamenti si tengono benissimo, sono mezze vuote, e poi speriamo che in ufficio o a casa il menefreghista si freghi bene almeno le mani col sapone.
“In metro non mi vedono ancora per un bel pezzo”, scrivono tanti milanesi sui social, autoreferenziali come sempre e come se le stazioni della sotterranea fossero il palcoscenico della Scala o del Lirico e tutti aspettassero di vederli scendere i gradini della stazione di san Babila per far partire l’applauso, come alla Wandissima. La municipalizzata delle bici BikeMi, nel frattempo, ha triplicato gli accessi: nel primo giorno della fase 2, il 4 maggio, ne hanno staccata una dei parcheggi 3.522 contro una media di poco più di mille, con un boom di oltre 5 mila il 9 maggio, primo sabato di gloria cittadina ritrovata, quando viale della Liberazione era così affollato di bici (molte mascherine, moltissime indossate con creatività puntigliosa e scellerata) che pareva una stampa della Pechino anni Sessanta. Mentre proseguono i lavori per la ciclabile che da corso Venezia entro luglio porterà dritto filato a Sesto san Giovanni, in pratica “sciuri” e “magutt” uniti da una sola direttrice di salute e con decreti e norme sui “tracciati per i velocipedi” che sembrano scritti nel 1906 dell’Esposizione internazionale, le strade si popolano di addetti del servizio BikeMi che ritirano dagli stalli e sanificano i manubri delle bici (e si capisce) e i sellini (e si capisce meno, noi signore almeno).
C’è qualcosa di entusiasmante nella bici; qualcuno che non siamo noi, ormai attente a non lasciare in giro troppi segni anagrafici, direbbe di “giovanile”, e non ci sono dubbi che sia così. Dopotutto, la bici con le ruotine posteriori di sostegno è il primo assaggio di libertà motoria che ci venga concesso; la rimozione delle stesse, di solito ad opera del babbo o del fratello più grande, il primo segno di fiducia nel nostro sviluppo psico-motorio. Negli anni Sessanta e Settanta del femminismo un filo più pugnace di quello di oggi che si alimenta di t-shirt di lusso, tante partecipavano ai cortei attorno al Duomo dopo aver assicurato ai pali segnaletici i modelli Graziella bianchi e azzurro cielo dono dell’esame di terza media. Tante li hanno tuttora e si domandano come abbiano potuto reggere non solo alla battaglia sul divorzio e l’aborto, ma anche alla fatica di pedalare su ruote così piccole. In questi giorni, per le strade sciamano migliaia di bambini anche piccolissimi, disciplinati con la mascherina che non sarebbero tenuti a indossare, un turbinio di gambette sulle bici rosa e rosse per star dietro alle mamme o persino alle nonne sulla vecchia Graziella, tronfie alle testa del piccolo corteo come chiocce di Lorenz. E poi, come potevano mancare, pedalano anche in giacca, ma assolutamente corta e con doppio spacchetto posteriore, i patiti delle due ruote, quelli che investono nella tecnica e nel modello e non solo nella vernice.
È il genus dei “velocipedastri”, come li chiamava Gadda, portatori sanissimi di forza e gioventù, rappresentati da un lato B visibilmente sodo e a tale scopo, cioè di essere visibile e di mantenersi tale, sempre leggermente rialzato sul sellino come corridori del Giro d’Italia che quest’anno, causa Covid, non s’è tenuto. Tutti epigoni del Bruno del “Fulmine sul 220” e dell’“Adalgisa”, il mitico “Lingèra” dal termine che in Lombardia e in Piemonte designava la piccola criminalità fino all’arrivo delle cosche, povero e sempre in cerca di occupazione stabile, ma per fortuna sua dotato “di un’anatomia di Leonardo”, insomma di una certa predisposizione all’uso sessuale della stessa e che infatti si accompagnava sempre alla bici per passeggiare con la Elsa fra i Navigli e per le strade invero cupe del Bottonuto, il quartiere del malaffare abbattuto delle bombe del ’43 dove ora svetta la Torre Velasca. Al di là del Gadda, che ha sempre sguazzato felice fra le allusioni alle vitalità libera che bicicletta (e cavallo) garantiscono, veicoli metonimici di belle sregolatezze, la bicicletta pare infatti e tuttora allusione ai movimenti fra le lenzuola che neanche il letto (forse qualche ragione per impedire anche alle tonache di inforcarla, la chiesa di fine Ottocento l’aveva). La generazione dei cinquantenni ha ancora negli occhi il manifesto della “monella” di Tinto Brass, nipote delle donnine cosciute in guepière e reggicalze delle cartoline Belle Epoque e delle ballerine di can can. Gamba su e gamba giù, alternate e ritmate, e se pensiamo che sia una cosa da vecchi sporcaccioni siamo in errore: Pinterest, il social dei patiti dell’immagine, ha una pagina dedicata: “Belle ragazze in bici”. È una cosa da sporcaccioni giovani.