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 2020  maggio 23 Sabato calendario


Intervista allo storico Michael Kimmage

Per la sinistra è sinonimo di razzismo. Per la destra, di decadenza. Dall’interno, pochissimi ci credono ancora. Dall’esterno, tutti vorrebbero sconfiggerlo e superarlo. Per Michael Kimmage, l’“occidente” è la grande idea da salvare. Per questo Kimmage, capo dipartimento degli studi storici della Catholic University of America, ha scritto il libro “The abandonment of the West”. Partiamo dall’attualità, il rischio sorpasso orientale.
“Al momento, la Cina non ha una visione ideologica globale articolata” dice Kimmage al Foglio. “Il marxismo ha poco a che fare con l’attuale economia politica della Cina. La maggior parte della politica estera cinese ruota attorno all’economia e al prestigio della Cina a livello internazionale, e il nazionalismo cinese non può essere trasformato nel motore ideologico del mondo. Inoltre, molti dei vicini della Cina, dall’India alla Corea del sud al Giappone, non condividono una visione ideologica comune con la Cina. Tuttavia, la crisi da Covid ha rivelato sorprendenti vulnerabilità occidentali, che la Cina sta studiando da vicino. C’è stato poco o nessun coordinamento euro-americano e sorprendentemente poche dimostrazioni di solidarietà transatlantica, al contrario dell’11 settembre, che hanno ispirato uno spirito comune occidentale. ‘Siamo tutti americani’, è stato il famoso titolo di un giornale francese dopo l’11 settembre. ‘Siamo tutti soli’, potrebbe essere un titolo per l’occidente di oggi. Pochi politici occidentali hanno sviluppato una narrativa praticabile sul Covid o hanno sostenuto che una stampa libera, la cooperazione multilaterale ela trasparenza del governo migliorano la salute pubblica. L’assenza di coordinamento e di una narrativa occidentale hanno impedito all’occidente di cercare forze internazionali nel mezzo della crisi. Al di là della sofferenza immediata e della dislocazione economica, Covid ha messo in luce una carenza di leadership occidentale. La Cina cercherà senza dubbio di colmare il vuoto. Può farlo descrivendo il proprio governo come competente e la sua società come coesa, sviluppando la sua influenza nell’arena globale delle notizie e della cultura (trasmettendo narrazioni che non devono essere vere per essere persuasive) e fornendo beni e servizi alle nazioni in necessità, costruendo dipendenza e confermando l’immagine della Cina come superpotenza mondiale. In questo modo, ciò che stiamo osservando potrebbe essere l’inizio dello spostamento ideologico dall’occidente alla Cina. Se ciò accadesse, sarebbe immensamente significativo. Non sarebbe necessariamente un male per gli affari, dentro o fuori l’occidente. Né altererebbe molto un equilibrio di potere militare che, a causa delle armi nucleari, rischia di rimanere tale. Implicherebbe, tuttavia, che le forme democratiche di governo sono intrinsecamente deboli e che non possono competere con stati autoritari come la Cina. Vedendo tutto questo, le nazioni in occidente sarebbero più inclini ad abbracciare forme autoritarie di governo. Lo stesso vale per le nazioni al di fuori dell’occidente. Questa riconfigurazione equivarrebbe alla sconfitta intellettuale dell’occidente, mettendo fine al periodo iniziato con il trionfo intellettuale nel 1989. La perdita di fiducia in se stessi e la perdita di slancio geopolitico per l’occidente sarebbero profonde”.
È lecito domandarsi se l’occidente sia ancora un orizzonte di riferimento. “L’occidente rimane rilevante ma è molto meno prevalente – come motivo, come controversia, come ideale, come oggetto di antipatia – rispetto a trenta o quaranta anni fa”, dice Kimmage. “Negli Stati Uniti, l’occidente era un principio organizzativo nella prima metà del XX secolo. Era un ideale di civiltà che incorniciava la politica estera americana, i curricula universitari e l’architettura civica, risalendo fino alla fondazione settecentesca della repubblica americana. Durante gli anni Ottanta, l’affiliazione americana con l’occidente è stata discussa nelle furiose ‘guerre culturali’ del decennio. Questa battaglia politica riguardava l’occidente contro il multiculturalismo e la Guerra fredda, in cui credevano politici come Ronald Reagan. Queste controversie hanno mantenuto in vita l’occidente culturalmente. Hanno generato libri come ‘The Closing of the American Mind’ di Allan Bloom (1987), ‘Loose Canons’ di Henry Louis Gates (1992) e ‘The Clash of Civilizations di Samuel Huntington’ (1996). Quindi, gradualmente, l’occidente è passato di moda nella maggior parte dei centri urbani (occidentali). Sempre meno desideravano discutere a favore dell’occidente o avere il loro lavoro creativo etichettato come ‘occidentale’. Piuttosto che discutere contro l’occidente, l’obiettivo era semplicemente quello di andare oltre: il discorso di civiltà era visto come vecchio stile e potenzialmente sciovinista, mentre si cercavano nuove forme di affiliazione, forme più aperte e tolleranti di quelle associate alla civiltà occidentale”.
Parallelamente, una nuova idea di occidente era stata introdotta da populisti e nazionalisti in Europa e negli Stati Uniti. “Un repubblicano candidato alla presidenza nel 1992, Pat Buchanan, scrisse ‘The Death of the West’, che ha anticipato la tendenza. Il suo obiettivo era di far rivivere l’occidente attraverso l’autoaffermazione etnica e religiosa, indicando un occidente che aveva bisogno di essere salvato dall’immigrazione e dal secolarismo. Da Budapest a Washington, i populisti hanno ottenuto molte vittorie elettorali negli ultimi anni, ma hanno reso l’occidente ancora più culturalmente sospetto nei luoghi in cui la maggior parte della cultura europea e americana è ancora elaborata, ovvero nelle città”.
A un certo punto il consenso sull’occidente è venuto meno. “L’occidente è sempre stata un’idea divisiva e confusa. Ottenne sostegno nel mondo accademico all’inizio del XX secolo e poi nella politica estera americana intorno alla Seconda guerra mondiale. Questo ‘occidente’ era un’impresa transatlantica, una narrativa di libertà e autogoverno nonché un’alleanza di sicurezza formata per contenere il potere sovietico. Da un lato, la Nato è ancora con noi, un’eredità duratura degli anni Quaranta. L’occidente del democratico Harry Truman assomigliava a quello del repubblicano Dwight Eisenhower e quello del democratico John F. Kennedy. Per loro, l’occidente fu fondativo fino a quando, negli anni Sessanta, sia la sinistra sia la destra iniziarono a modificare le loro posizioni. Inorridita dalla guerra del Vietnam, la sinistra speculò sugli Stati Uniti come un agente dell’impero e quindi come colpevole di crimini occidentali. La destra si è sempre identificata con l’occidente, ma i termini di questa identificazione sono stati ridisegnati in libri come quello di James Burnham del 1964, ‘Il suicidio dell’occidente’, in cui Burnham si preoccupava tanto del ‘liberalismo’ in patria quanto della minaccia sovietica all’estero. Queste divisioni sinistra-destra fiorirono negli anni Ottanta, quando l’occidente di Reagan e Thatcher fu percepito come politicamente conservatore. Il crollo dell’Unione Sovietica e la posizione egemonica degli Stati Uniti negli anni Novanta oscurarono le divisioni che in realtà si stavano approfondendo. Sono riesplose con la candidatura di Donald Trump, le cui passioni partigiane e illiberali hanno lasciato gli Stati Uniti senza un consenso riconoscibile sulla politica estera”.
I modelli culturali che spiegano l’abbandono dell’occidente (della metà del secolo) sono duplici. “Il primo è il crescente riconoscimento della diversità americana, uno sviluppo salutare. Il prestigio dell’Europa, che è stato accettato come valore nominale dagli architetti della Nato e del Piano Marshall, potrebbe essere vissuto come un ostacolo da afroamericani, nativi americani e altri gruppi minoritari. Negli ultimi decenni del XX secolo, il mondo universitario americano e la cultura americana si aprirono a un’America globale e multiculturale. Nel mio libro, descrivo gli Stati Uniti del 1890 come la ‘Repubblica colombiana’, fondata sul mito di Cristoforo Colombo come il primo americano. Continuo a descrivere l’America di oggi come post-colombiana e, come tale, scettica sull’eredità di Colombo e di altri europei conquistatori del mondo. Per quanto positivo sia stato questo cambiamento, non solo ha sconvolto l’affiliazione americana con un occidente euroamericano: è difficile dire quale sia la narrativa culturale comune per gli Stati Uniti del XXI secolo. Potrebbe non esistere. Allo stesso tempo, il divario di classe si è notevolmente ampliato dagli anni 60. L’America rurale non ha partecipato alla più recente crescita economica del paese. Una politica estera internazionalista – di cui l’occidente transatlantico è stato parte integrante – non è necessariamente vista come benefica dagli americani che hanno perso il posto di lavoro. Può essere visto come oneroso e forse come una cospirazione di élite istruite, che è esattamente ciò che Trump ha sostenuto nel 2016, riunendo la globalizzazione e l’immigrazione e contrapponendole a una politica estera ‘America First’. Movimenti culturali simili hanno attraversato l’Italia e l’Europa. Un nuovo occidente etno-nazionalista potrebbe sancire la scomparsa del vecchio occidente transatlantico”.
L’attuale crisi delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa parla di fallimenti su entrambe le sponde dell’Atlantico. “L’amministrazione Trump è stata irregolare e irrispettosa nella gestione dell’Europa. Ha minato gli impegni a lungo termine sulla sicurezza americana attraverso messaggi contrastanti e ha danneggiato le relazioni con l’Europa caratterizzando l’Ue e le singole nazioni europee come parassiti, che sfruttano economicamente gli americani e non pagano il due per cento del loro Pil promesso in difesa”.
L’Europa ha fatto due errori riguardo all’occidente transatlantico. “Data la sua prosperità, l’Europa ha fatto troppo poco per assumersi le responsabilità di sicurezza collettiva dell’occidente. Trump uscirà dalla scena, ma a meno che non vi sia un maggiore equilibrio tra spese e assunzione di rischi, l’Europa e gli Stati Uniti non riusciranno a crescere insieme o continueranno a crescere a pezzi. In secondo luogo, gli europei pre-Trump tendevano a supporre che l’occidente transatlantico si autoalimentasse. Non è così. Richiede cura e investimenti. Esorto l’Ue e i singoli paesi europei a espandere la loro diplomazia culturale negli Stati Uniti – e specialmente nelle zone rurali del paese in cui l’Europa è lontana, poco conosciuta e probabilmente vista con sospetto. Rimasto solo, l’occidente transatlantico potrebbe facilmente dissolversi davanti ai nostri occhi. Gli effetti di questa dissoluzione probabilmente accrescerebbero l’influenza e la leva della Cina e della Russia in Europa, incoraggiando un ordine internazionale sempre meno favorevole ai diritti umani”.
Nel libro, Kimmage accusa Edward Said di aver avuto una influenza molto negativa sull’idea di cultura occidentale. “C’erano molti Edward Said. Uno straordinario critico letterario, l’attivista politico e un architetto delle discipline umanistiche come. I libri del critico letterario durano. Gran parte della difesa politica di Said è svanita nel tempo e, come ben sapeva, non ha mai avuto alcuna influenza reale sulla politica americana. Il terzo Said, l’architetto delle discipline umanistiche, ha avuto più successo di quanto avrebbe creduto possibile. Ha distrutto la nozione di occidente come eredità desiderabile, come fonte di ispirazione e tesoro di libri che definiscono la vita della mente in America e il posto dell’America nel mondo, ha indebolito il prestigio della civiltà occidentale nei curricula delle università americane. Ha contribuito al multiculturalismo americano con un’intelligenza acuta e con buoni risultati. Nella misura in cui Said stigmatizzava l’occidente, promuovendone un’immagine imperialista e razzista, ha fatto alle università americane un terribile disservizio. Ha contribuito a stereotipi negativi sull’occidente, e così facendo ha reso difficile agli studenti americani comprendere il passato americano, le idee su cui è fondata la repubblica americana e le idee che hanno governato la politica estera americana, alcune delle quali erano imperialiste e razziste, molti invece no”.
C’è poi la questione del senso di colpa. “Non fa male all’occidente. Svolge funzioni importanti. Quello che è male per l’occidente è l’abbandono del suo enorme e inestimabile patrimonio intellettuale e artistico, questo è il vero pericolo. Il più potente nemico dell’occidente culturale, nel 2020, non è la sinistra multiculturale o la destra populista, né la Cina e la Russia. È il declino della cultura del libro, minata da trasformazioni tecnologiche sovrapposte. Storicamente, l’occidente ha spesso prosperato nell’autocritica. In una certa misura, questa è la tradizione occidentale. È impossibile, tuttavia, prosperare nell’irrilevanza”.
Durante la Guerra fredda era facile identificarsi con l’occidente, quando apparve “The Rise of the West” di William McNeill nel 1963. “Molti in Occidente (non ultimo in Italia) erano attratti dal comunismo sovietico e molti conservatori europei (non da ultimo in Francia) erano riluttanti a celebrare l’influenza globale americana durante la Guerra Fredda. Ma l’Unione Sovietica era, per la maggior parte degli europei e degli americani, un formidabile antagonista a propulsione nucleare, un preoccupante esperimento di ateismo imposto dallo stato e un esempio di tirannia situata in modo inequivocabile a oriente. Nel corso del tempo, anche l’Unione Sovietica si è dimostrata stagnante dal punto di vista economico e culturale. La disputa militare e ideologica tra oriente sovietico e occidente anticomunista era chiara, ed era qualcosa su cui il centrosinistra e il centrodestra (in occidente) potevano concordare. Oggi la configurazione globale di potere e ideologia è molto diversa. La Cina è economicamente dinamica. La Russia è ufficialmente dedicata al cristianesimo e al tradizionalismo culturale. Ma né la Cina né la Russia hanno la capacità di unire il centrosinistra o il centrodestra nelle nazioni occidentali. La Russia, in particolare, è abile nell’uso della propaganda e dello spionaggio per incoraggiare la divisione in Europa e all’interno del corpo politico americano. La Cina e la Russia sono minacce per l’occidente, ma questo fatto da solo non garantisce la cooperazione transatlantica o uno scopo occidentale comune. Ciò deve provenire dall’interno e al momento questo è, nella migliore delle ipotesi, un lavoro in corso”.
E tuttavia, Kimmage resta ottimista. “Ci stiamo ancora riprendendo dall’arroganza e dai malintesi intellettuali degli anni 90. Come l’errore di vedere il modello politico occidentale destinato ad espandersi fino a quando la Russia e la Cina si sarebbero unite all’occidente. Il terribile corso della primavera araba, dal 2011, rafforza la lezione che il cambiamento politico è tutt’altro che inevitabilmente democratico. Gli ultimi dieci anni non sono stati rassicuranti per l’occidente, ma questo non dovrebbe essere motivo di disperazione: l’idea di occidente è più urgente ora di quanto non fosse la sera di novembre in cui il muro di Berlino venne giù. Allora, fu il comunismo sovietico a essere sotto processo. Oggi è un occidente vacillante”.