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 2020  maggio 23 Sabato calendario


La fine del corrispondente

L’hanno soprannominata la regina della quarantena. È Amy Qin, corrispondente dalla Cina del New York Times, che in tre mesi è stata in isolamento, come norma precauzionale per la Covid, in quattro città diverse. Qin è stata una delle prime giornaliste ad arrivare a Wuhan all’inizio dell’epidemia. Ha raccontato, sul Times e via social network, la vita nell’epicentro dei contagi. A metà febbraio è stata evacuata dai militari americani ed è stata trasferita a San Diego, ma poco dopo è tornata a Pechino, via Seul. Non era trascorso neanche un mese dal suo rientro quando la Cina ha deciso di espellere tredici, praticamente quasi tutti i giornalisti del New York Times, Wall Street Journal e Washington Post. Da otto anni Pechino era la sua casa, ma Qin è stata costretta nel giro di pochi giorni a trovare un modo per tornare a Los Angeles – e mettersi di nuovo in autoisolamento. Poi, a metà aprile, si è trasferita nella capitale di Taiwan, Taipei, “la mia nuova base per scrivere di Cina”. Amy Qin ha scritto delle sue quarantene nel mezzo di una pandemia, ma il suo racconto è anche un ritratto delle conseguenze più dolorose e significative dello scontro tra America e Cina. Il 17 marzo scorso, la decisione di Pechino di espellere un numero impressionante di reporter di media americani, sospendendo oppure non rinnovando i visti giornalistici, è stata accolta nell’ambiente dei giornali, soprattutto tra chi si occupa di questioni asiatiche, come un cambio di passo notevole nell’evoluzione di questa specie di “nuova Guerra fredda” tra Pechino e Washington. La decisione cinese è direttamente collegata alla mossa precedente che arrivava dall’America: il 18 febbraio scorso l’Amministrazione Trump ha deciso di elencare i cinque media statali cinesi che operano sul territorio americano – Xinhua, China Radio, China Daily, il Giornale del popolo e il China Global Television Network – nella lista delle rappresentanze di governi stranieri, e quindi soggetti a regole simili a quelle dei diplomatici negli Stati Uniti. È un modo per dire: sappiamo che non fate lavoro giornalistico, perché non siete indipendenti. E, di conseguenza, anche un modo per limitare il numero dei dipendenti dei grandi media cinesi su suolo americano. Nelle stesse ore, Pechino ha deciso di revocare il visto giornalistico ai primi tre reporter del Wall Street Journal (ufficialmente a causa del titolo a un articolo d’opinione pubblicato sul giornale e definito “razzista”. Il titolo era “China Is the Real Sick Man of Asia”). L’attrito diplomatico tra Washington e Pechino parte anche da qui, da una guerra diplomatica che si è trasferita nel settore del giornalismo. Ma pone anche un interrogativo più profondo, sul senso stesso del giornalismo, che non dovrebbe essere considerato una rappresentanza diplomatica, e che non dovrebbe rispondere a logiche politiche. Né da una parte (la propaganda), né dall’altra (i messaggi diplomatici). Per i giornalisti stranieri in Cina, raccontare la Cina al di là di quello che la Cina vorrebbe che si dicesse di lei fuori dai suoi confini è sempre stata una sfida tutto sommato elegantemente tollerata. Poi però è successo qualcosa.
Fare il corrispondente in Cina è come coltivare un amore non corrisposto. Ci vuole impegno, tenacia, capacità di incassare i colpi. Bisogna migliorarsi sempre per essere accettati, perché l’Asia è un luogo ostile per un giornalista occidentale, e proprio come l’amore sa sbarazzarsi dei corpi estranei. Bisogna accontentarsi dei piccoli risultati, dei gesti quotidiani, anche quando sai che mai e poi mai quell’amore sarà ricambiato. È un equilibrio difficile. Me lo raccontava così, un po’ di tempo fa, un vecchio corrispondente australiano che aveva vissuto quarant’anni a Pechino: la Cina è come l’amore, non vuole svelarsi mai del tutto, a volte sa essere vendicativa, ma basta farci i conti. Per questo motivo forse, tra i giornalisti stranieri che operano su territorio cinese, esistono figure epiche, famose come rockstar. Tra loro c’è Chris Buckley, giornalista del New York Times, che per ventiquattro anni ha studiato il cinese, il Partito comunista, la società cinese dal bureau di Pechino. Buckley ha trascorso più giorni di tutti a Wuhan, è stato spesso preso di mira dal Global Times, il tabloid del Partito, e quando è stato costretto a lasciare il paese perché a Pechino hanno deciso di non rinnovargli il visto è stata la fine di un’èra. Figure simili sono quelle dei giornalisti che raccontarono il massacro di piazza Tien’anmen nel giugno del 1989. È quello l’anno in cui la Cina inizia a individuare i giornalisti scomodi, quelli cioè che hanno “esagerato” nel racconto delle proteste. Nel 1989 alcuni reporter vengono cacciati, individualmente, in deroga all’apertura al giornalismo straniero sul campo che aveva sostenuto il presidente Deng Xiaoping. E infatti, dopo Tien’anmen, per tutti gli anni Novanta e Duemila i reporter di media esteri tornano a essere osservati, controllati, ma difficilmente cacciati (con tre eccezioni nel 1995 e nel 1998, con un giornalista giapponese e due tedeschi). Tutto cambia nel 2012, mentre Xi Jinping si preparava alla sua definitiva ascesa a presidente. La prima a essere espulsa dalla Cina, quell’anno, è Melissa Chan, americana e capo dell’ufficio di Pechino di Al Jazeera. L’irritazione era forse dovuta a un documentario sui lavori forzati in Cina mandato in onda dall’emittente del Qatar. Tre anni dopo è la volta della sinologa e giornalista Ursula Gauthier, corrispondente del francese L’Obs, che si occupa delle condizioni della minoranza uigura in Cina. Alla Gauthier viene chiesto di scusarsi per i suoi articoli, oppure di lasciare il paese. Il tema degli uiguri, del terrorismo islamico e della regione dello Xinjiang, in seguito, diventa così sensibile per Pechino che nel 2018 arriva il ritiro del visto giornalistico al capo dell’ufficio cinese di Buzzfeed, Megha Rajagopalan, che ha scritto il primo, famosissimo reportage sulla sorveglianza di stato nello Xinjiang.
Steven Lee Myers è il capo dell’ufficio di Pechino del New York Times. Anche lui è stato espulso, e adesso la sua nuova casa è a Seul: “Su dieci giornalisti che avevamo in Cina ne abbiamo persi otto”, spiega al Foglio. “Due, un giornalista di Singapore e un americano, sono ancora a Pechino e Shanghai. Stiamo cercando di raccontare la Cina anche ora, ma non è facile in queste condizioni, e con la pandemia”. Ad alcuni di loro il visto è stato annullato, ad altri, come Buckley, non è stato rinnovato: “È successo dopo che Washington ha preso dei provvedimenti contro i giornalisti cinesi in America. È stata una presa di posizione reciproca. Ma la grande differenza tra noi e loro è che ovviamente noi abbiamo molte restrizioni nel nostro lavoro quotidiano in Cina, e loro no. Poi bisogna anche intendersi su cosa significa fare spionaggio, ci sono molte sfumature. Molti giornalisti scrivono report non destinati al pubblico, e per me, come giornalista, va bene. L’unica cosa che non posso giustificare è quando un governo interferisce con il nostro lavoro”, dice Myers al Foglio. È anche molto orgoglioso della sua squadra: “Il nostro obiettivo non è solo parlare delle relazioni con l’America, di Hong Kong o dello Xinjiang, dei diritti umani. Parliamo di tutti gli aspetti della società cinese. Si tratta di sapere com’è la Cina di oggi, e quando mancano questo tipo di reportage e di articoli, il mondo è più ignorante. E in un certo senso lo sono anche molte persone all’interno della Cina. Ci sono grandi eccezioni di eccellente giornalismo indipendente dentro la Cina, ma molti media dipendono dal governo. E per esempio sullo Xinjiang, dopo che la stampa estera ha insistito, il governo di Pechino è stato costretto a rispondere”. Myers è stato per molto tempo corrispondente da Mosca, e quindi gli chiediamo se è giusto parlare di nuova Guerra fredda? “Di sicuro è una reminescenza, ma siamo andati oltre lo scontro tra due sistemi, capitalismo contro comunismo. Non c’è una guerra, non è un conflitto aperto, ma diplomatico, politico: il governo di Xi ha assunto un atteggiamento aggressivo e nazionalista, e lo stesso ha fatto Donald Trump”.
Tra i giornalisti cacciati dalla Cina c’è un’altra leggendaria reporter: Anna Fifield, capo del bureau di Pechino del Washington Post. La Fifield è una veterana dell’Asia orientale, dal 2014 al 2018 capo dell’ufficio di Tokyo, e autrice dell’unica biografia attendibile del leader nordcoreano Kim Jong Un (da poco tradotta in italiano da Blackie Edizioni). Quando è arrivata la notizia dei visti revocati, Fifield era a casa sua, in Nuova Zelanda, e quindi tecnicamente non è stata espulsa: “Spero di poter tornare in Cina quest’estate”, spiega al Foglio. “Ma so che sarà ancora più difficile fare giornalismo da lì”. Il Partito comunista cinese sta diventando sempre più determinato nel trasmettere il suo messaggio al mondo esterno: “Lo abbiamo visto con l’emergere dei diplomatici chiamati ‘Wolf Warrior’, che sono molto efficaci sia nelle loro dichiarazioni pubbliche sia nell’uso di Twitter, che è vietato in Cina. In questo contesto, il Partito cerca di ridurre o mettere a tacere le voci che contraddicono la sua versione degli eventi”. Questo ha un impatto su tutti i giornalisti indipendenti cinesi che hanno cercato di raccontare l’epidemia di coronavirus, per esempio, e sugli intellettuali dissidenti che sono stati messi a tacere, “ma significa anche che è diventato molto più difficile il lavoro dei corrispondenti stranieri in Cina. Siamo regolarmente seguiti e ostacolati, a volte fermati, mentre facciamo il nostro lavoro. Mentre si coprono notizie fuori dalle città di Pechino o Shanghai, non è raro essere circondati dalla polizia e costretti a lasciare la città. Ma anche a Pechino, durante l’epidemia, ho avuto problemi a fare reporting per strada. È successo che teppisti o poliziotti locali mi fermassero mentre parlavo con le persone”. È in questo contesto, spiega Fifield, che è avvenuta la più ampia e significativa espulsione di giornalisti americani dalla Cina. Ma anche prima delle espulsioni, “la Cina aveva fatto dei visti un’arma, concedendo per esempio dei permessi molto brevi, a volte soltanto di un mese, a quei reporter che avevano affrontato questioni delicate come lo Xinjiang. Usano i visti brevi proprio per cercare di intimidire i corrispondenti stranieri a non scrivere certe storie”. Se ho bisogno di un visto per lavorare, cercherò di essere più cedevole su certi argomenti. La fase di passaggio di oggi, però, secondo Fifield, come pure per Myers, ha a che fare anche con la politica della Casa Bianca: “L’espulsione dei giornalisti fa chiaramente parte delle crescenti ostilità tra Cina e Stati Uniti, che non riguardano solo la guerra commerciale o la tecnologia di Huawei, ma una enorme lotta di potere. I media sono diventati l’ultimo campo di battaglia”. La Cina ha cacciato i giornalisti americani e l’America ha costretto a lasciare decine di giornalisti cinesi: “Mentre esistono dubbi sul fatto che i giornalisti cinesi che lavorano per i media statali siano effettivamente dei giornalisti, la ritorsione della Cina è estremamente negativa per gli Stati Uniti. Perché in questo modo si sta limitando l’accesso dei lettori americani a informazioni non filtrate sulla Cina. È stato grazie ai corrispondenti stranieri che il mondo ha scoperto la verità su ciò che accade nello Xinjiang. Se non ci sono più corrispondenti sul campo in Cina, è un male per tutti”.
Bethany Allen-Ebrahimian, China reporter di Axios, sarebbe dovuta diventare corrispondente da Pechino dell’Agence France Presse. Ha fatto domanda di visto nel novembre del 2018, ma a maggio dell’anno dopo le hanno detto che non lo avrebbe mai avuto. Anche la Allen-Ebrahimian fa parte di una classe di giornalisti molto attenti alle questioni cinesi. Dice al Foglio: “A partire dal 1978, con l’apertura al mondo della Cina, i leader cinesi erano molto cauti con l’occidente. Volevano essere accettati come membri a pieno titolo della società globale; non volevano più essere considerati un regime canaglia. E questo significava anche avere un corpo di corrispondenti stranieri”. La linea era quella di andarci cauti con i giornalisti dei media esteri, un po’ bastone e un po’ carota, “ma dando sempre loro la possibilità di restare, anche se il Partito aveva spesso un rapporto conflittuale con loro”. Secondo Allen-Ebrahimian quei giorni stanno per finire. Perché alla Cina di Xi Jinping non interessa più compiacere l’occidente, non ne ha più bisogno. Le regole hanno caratteristiche cinesi. “Penso che le nuove restrizioni del dipartimento di stato sui dipendenti dei media cinesi siano state viste come un’opportunità d’oro per sventrare la presenza della stampa estera. I leader del Partito non credono di aver più bisogno dei giornalisti stranieri per raggiungere la legittimità agli occhi del mondo”. “E posso quasi garantirti che questo è solo l’inizio, non la fine. Viste le nuove e terribilmente mal concepite restrizioni del dipartimento di Sicurezza americano nei confronti dei giornalisti cinesi, penso che la prossima mossa del governo cinese potrebbe essere quella di espellere tutti i giornalisti americani o imporre restrizioni così dure da smettere di fare questo lavoro”. Per Allen-Ebrahimian stiamo andando verso la fine di una generazione di corrispondenti americani in Cina. “E non so ancora se questa sarà una conseguenza diffusa con gli altri paesi occidentali. I giornalisti italiani, inglesi, polacchi, continueranno a essere autorizzati a lavorare in Cina? Vedremo”.