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 2020  maggio 23 Sabato calendario


Tutte di corsa dal parrucchiere

I signori si sono sistemati per primi, e per forza. Le signore non ancora, non tutte, ché per una seduta per bene in un salone per bene ci vogliono due ore almeno, e adesso con mascherine e altri guai di mezzo forse anche tre. Attendiamo trepidanti il nostro appuntamento, il più importante, il lock up della fase non correre papà la mamma è morta già sull’autostrada, e intanto ci deliziamo con altrui autoscatti, selfie, clippini, resoconti commossi di chi s’è vidimato per la vita nuova. Il mondo salvato dai parrucchieri è la prima cosa bella di quest’anticipo del grande Boh verso il quale speditamente avanziamo, ed è tanto commovente che a nessuno saltino i nervi, che a nessuno venga da sputare sentenze, che nessuno rimproveri la frivolezza e ricordi che ci sono cose più importanti.
L’occidente si fa, o almeno s’è fatto, andando a cena fuori e andando dalla parrucchiera, e non c’è nessun rinnovato ordine di priorità che possa cancellare né l’una né l’altra cosa, e infatti se pure il mondo s’è fermato un momento durato due mesi e passa, appena ha ripreso a muoversi s’è precipitato innanzitutto a farsi fare uno shampoo. Direte, ma certo, non potevamo tornare a lavorare con le doppie punte. Mentite, e lo sapete. La necessità non c’entra. Non è esatto neppure il contrario: la corsa al salone non è unicamente un fatto di frivolezza, che pure è il vero diritto dei popoli e il pulsante del ripristino della vita, e infatti sappiamo che le guerre finiscono quando si torna a mettersi il rossetto.
Si va dal parrucchiere per rimettere in sesto l’identità, e anche se abbiamo sempre riso delle amiche che cambiavano colore e taglio dopo una separazione, ci siamo poi ritrovate a farlo anche noi. E ora che è di una nuova identità che abbiamo bisogno, nuova perché più forte nel volere le cose di prima, andiamo dalla parrucchiera per farci mettere le mani in testa e lasciarcela cambiare un po’. Ricordate quella scena fantastica di “Edward mani di forbice”, quando una focosa signora tutta rosa gli chiede di tagliarle i capelli, lui accetta anche se fino a quel momento è stato giardiniere e tosatore di cani e, mentre le sforbicia il doppio taglio parrocchiale, lei ha quasi un orgasmo, poi si alza ed è un’altra donna per sempre? In quella scena ci sono quasi tutte le ragioni della nostra corsa al salone di questi giorni. Le altre stanno ne “Il marito della parrucchiera” di Patrice Leconte, e in quel bambino che va tutti i giorni a farsi rimettere in ordine la frangetta dalla coiffeuse che “emana profumo d’amore”, e quando suo padre gli chiede cosa farà da grande risponde che sposerà una parrucchiera e si prende una sberla, però poi lo fa davvero, ne sposa una, Anna Galiena, e vive con lei nel suo salone senza uscire mai, e una sera che vogliono fare follie ma non hanno alcol, bevono le boccette delle lozioni per capelli. Le salon de coiffure, che chic dirlo, però poi ci vai e di chic non c’è niente, è luogo carnale, verace, spregiudicato e allegro, si chiacchiera di politica come fosse gossip e di gossip come fosse politica, senza nessun intelligente tra i piedi che se ne contrari, tutti e tutte ben contenti d’essere male informati, si discorre di qualunque cosa senza competenza e senza per questo fiancheggiare il populismo, con una rivistaccia sulle ginocchia e un Einaudi in borsa, nel cellophane. La parrucchiera è amica del nostro peggio, talvolta ci provoca, vede meglio a cosa siamo destinati, sa fin dove possiamo spingerci, che sia abisso o cielo, e fin lì ci porta, non sempre con le migliori intenzioni né con i migliori risultati. A volte, quasi tutte, ci sembra che ci trasfiguri, ed è importante anche questo, ché fa bene non riconoscersi, e sentire la mancanza di come si era e però essere costretti ad adattarsi a come ci è stato imposto d’essere da una strega con le forbici in mano, capace di fare di noi dei leghisti pur di avere un’ora d’amore con lei (così capita in “Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica” di Lina Wertmüller, secondo certi stronzi “un film trascurabile”).
Ripartiamo, sì, ma dal “Barbiere di Siviglia: “Ah che bel vivere, che bel piacere, per un barbiere di qualità”.
E largo ai factotum della città.