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 2020  maggio 22 Venerdì calendario


Il piano di annessione della Cisgiordania spiegato bene

Martedì, durante una riunione della leadership palestinese, Abu Mazen ha decretato la fine di tutti gli accordi, di tutti gli impegni presi con Israele e gli Stati Uniti come conseguenza del piano di annessione della Cisgiordania. Tutti, anche quelli che riguardano la sicurezza. Il leader dell’Autorità palestinese non ha risposto alle domande dei giornalisti presenti né alle lamentele di chi gli faceva notare, tra i funzionari palestinesi, che la decisione l’aveva presa senza consultare nessuno e sembrava imprecisa e confusa. Alcuni dei membri del suo partito, al Fatah, hanno anche abbandonato la sala in cui si teneva la riunione e hanno rilasciato dichiarazioni ai giornali israeliani per dire che la situazione non è chiara per nessuno e che le parole di Abu Mazen non corrispondono alla posizione ufficiale palestinese. I membri del partito attendono delle istruzioni più chiare, e hanno detto al giornale israeliano Haaretz che vorrebbero da parte del loro leader una posizione più forte sulla base di tre princìpi: dichiarare gli accordi nulli, annullare il riconoscimento di Israele e convocare tutte le fazioni palestinesi per concertare una strategia comune. A poche ore dalle dichiarazioni di Abu Mazen sono iniziati annunci e contro annunci e alcuni funzionari palestinesi hanno fatto sapere a Israele, alle Forze di difesa e all’agenzia di sicurezza Shin Bet che un certo coordinamento sarebbe rimasto comunque, anche perché Israele controlla alcuni posti di blocco e alcune strade in Cisgiordania e i palestinesi devono coordinarsi con loro per attraversare quei luoghi. Nel caos del suo annuncio, c’è soltanto un punto che tutti hanno compreso: che il governo israeliano adesso c’è, esiste e che la possibilità che il premier Benjamin Netanyahu proceda all’annessione della West Bank è sempre più reale. Ha l’avallo dell’America, gli manca ora di risolvere alcuni attriti dentro al governo, ma il premier ha le idee chiare e vuole andare avanti, vuole rischiare e i rischi sono molti.
A fine gennaio Donald Trump aveva accolto a Washington Netanyahu e Benny Gantz, allora rivale del premier e adesso compagno di governo. Li aveva chiamati per esporre il suo “deal of the century”, la sua offerta “generosissima” che prevede l’annessione da parte di Israele degli insediamenti della Cisgiordania e la valle del Giordano, che lo stato ebraico controlla dal 1967. Gerusalemme, secondo il piano, dovrebbe rimanere capitale indivisa di Israele e in cambio gli israeliani dovranno fermare la costruzione di insediamenti nei territori arabi. Il resto potrà rimanere nelle mani dei palestinesi che potranno costruire un proprio stato a cui apparterranno anche un reticolo di vie, strade, ponti e tunnel per collegare la parte palestinese della Cisgiordania a Gaza. Il documento di 80 pagine era stato presentato durante una conferenza stampa in cui Trump e Netanyahu – Gantz se ne era già andato via in camicia e jeans e aveva chiesto agli americani di evitare che lui e il premier si incontrassero – esponevano la grande offerta davanti agli ambasciatori di Oman, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti.
Il leader del Likud era poi tornato in Israele, allora ancora senza un governo, con in tasca la grande approvazione del presidente americano e con un’enorme promessa da fare agli israeliani: l’annessione della Cisgiordania. Avrebbe voluto procedere subito, ma su richiesta degli Stati Uniti ha deciso di rimandare. Israele è tornata al voto il 2 marzo, la terza elezione in un anno, nei seggi già preparati per la quarantena: Netanyahu ottiene più seggi del rivale ma non la maggioranza. I frettolosi parlavano già di quarta elezione, poi Gantz ha dato la sua disponibilità per un governo di unità nazionale: “In tempi eccezionali servono scelte eccezionali”, aveva detto. Questo “sì” a Gantz è costato molto, la sinistra gli rimprovera di aver tradito le sue battaglie, il suo partito, Kahol Lavan, ha iniziato a perdere pezzi, ma il governo è nato – ha 36 ministri e 16 vice – e si è insediato domenica con Netanyahu premier per 18 mesi e Gantz ministro della Difesa, poi ci sarà il cambio.
Domenica davanti alla Knesset il leader del Likud ha preso la parola per primo, ha detto di essere felice di collaborare con Gantz, ha ricordato la loro missione del 2014 a Gaza, quando il ministro della Difesa era capo dell’Idf, ha parlato del budget, un’urgenza per lo stato, e della sua promessa. “Le regioni della Cisgiordania sono la culla del popolo ebraico – ha detto – È tempo di estendere la legge di Israele. Questo passaggio non ci porterà più lontano dalla pace, ci avvicinerà. La verità, e tutti lo sappiamo, è che i coloni di Giudea e Samaria rimarranno lì qualsiasi accordo faremo”. Gantz non ha toccato l’argomento, in passato ha detto di essere contrario, ma ha comunque firmato l’intesa di governo in cui c’è scritto che dal primo luglio Israele potrebbe procedere all’annessione del 30 per cento dell’area C della Cisgiordania, “se gli Stati Uniti saranno d’accordo”. Prima ci vorrà l’approvazione da parte della Knesset e sarà questo il punto in cui il governo di unità nazionale potrebbe traballare. È il primo luglio la data che tutti guardano per capire il futuro di Israele.
Il piano, nonostante l’appoggio degli Stati Uniti e oltre la resistenza palestinese, potrebbe anche mettere a rischio alcuni dei più recenti progressi diplomatici con il mondo arabo nati in funzione anti iraniana, in particolare con gli stati del Golfo, che hanno, almeno formalmente, biasimato l’annessione. I sauditi hanno confermato il loro sostegno ai palestinesi, i ministri degli Esteri della Giordania e dell’Egitto hanno rilasciato dichiarazioni per dire che l’annessione metterebbe a rischio la pace nella regione. Poi ci sono i rapporti con l’Unione europea da considerare, Josep Borell, alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza, ha già detto che Bruxelles non riconoscerà l’annessione e ci sono alcuni paesi che minacciano sanzioni contro Gerusalemme. Sul fronte interno non c’è solo il silenzio di Gantz da gestire ma ci sono anche i deputati di estrema destra, per i quali il piano trumpiano non è affatto generoso, anzi il solo fatto che ammette la creazione di uno stato palestinese e che chiede di bloccare gli insediamenti lo rende, ai loro occhi, poco ambizioso.
Netanyahu quindi potrebbe dover rimandare la sua promessa per tenere in piedi il governo. Potrebbe preferire che il paese si riprenda del tutto dalla crisi sanitaria e venga votato il nuovo budget. È pronto a negoziare sui tempi dell’annessione ma non sull’annessione stessa. Il suo mandato da premier scadrà il 13 novembre del 2021, poi sarà il momento di Gantz e probabilmente anche il momento di un’altra epoca per Israele: la prima dopo dieci anni di Netanyahu al governo.
A decidere come e quando avverrà l’annessione, “se gli Stati Uniti saranno d’accordo” – e lo saranno – sarà soltanto Israele. I palestinesi, come ha dimostrato il non-annuncio di Abu Mazen, non hanno piani da opporre all’annessione. Sono divisi, non hanno una visione da presentare in alternativa ai piani di Gerusalemme. Tutti sono rimasti freddi all’annuncio. Anche i palestinesi sembrano attendere il primo luglio, nel frattempo danno risposte confuse, senza un progetto, una controproposta o un’offerta.