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 2020  maggio 22 Venerdì calendario


Elkann, Cairo e il futuro dei giornali italiani

Cosa sta succedendo nel movimentato mondo della carta stampata? I cambiamenti e le convulsioni alla Repubblica, gli ondeggiamenti del Corriere della Sera, nuove avventure a sinistra e disavventure populiste; la confusione è grande sotto il cielo? John Elkann, parlando all’assemblea degli azionisti Exor, ha spiegato l’acquisizione della Gedi il 23 aprile e “i cambiamenti di leadership”, con l’obiettivo di “guidare la necessaria trasformazione digitale con un rinnovato senso di urgenza”. Verso dove e perché questa nuova urgenza? Il progetto può essere chiamato “digital first”, il giornale dell’èra digitale. Dopo lo smart working arriva lo smart publishing, l’editoria del nuovo millennio. L’urgenza nasce dalla recessione che scompagina piani e progetti imprenditoriali. Nel caso di Exor, è saltata la vendita di Partner Re, la compagnia di riassicurazione: acquistata nel 2016 per 6,7 miliardi di dollari, era stata ceduta preliminarmente alla francese Covea per 9 miliardi. L’acquirente, però, ha chiesto uno sconto ed Elkann ha risposto picche. Ciò vuol dire che entrano 2,3 miliardi in meno proprio ora che il comparto dell’automobile sconta un crollo della produzione. Fca Italy sta negoziando con Intesa Sanpaolo un prestito di 6,3 miliardi di euro garantiti dallo stato attraverso la Sace. Il gruppo è liquido, l’auto però è una fornace che brucia denaro in un attimo, come ricordava il mitico Avvocato. La fusione con la Psa (Peugeot-Citroën) prosegue come previsto, quindi dovrebbe avvenire entro marzo 2021, fruttando agli azionisti un dividendo da 5,5 miliardi di euro. In ogni caso tutto è appeso al filo del Covid-19.
La riconversione digitale non sarà facile. Il gruppo Gedi è ancor oggi prevalentemente cartaceo (per circa due terzi) quindi va rovesciato come un guanto. Il richiamo alla nuova leadership accende i riflettori sul capo azienda Maurizio Scanavino e sui direttori: Maurizio Molinari alla Repubblica, Massimo Giannini alla Stampa e Mattia Feltri allo Huffington Post che da fratello minore potrebbe persino ambire al ruolo di principe ereditario. Il cambio ha suscitato baruffe alla Repubblica: primo uno sciopero, poi le dimissioni del comitato di redazione per protesta contro un commento positivo sul prestito alla Fca.
Tempeste in un bicchier d’acqua, anche se con lunghe assemblee a distanza; finora la gestione Molinari ha raddrizzato la barra al centro e messo sotto tiro il governo, d’altra parte il mondo radical al quale si rivolgeva si è prosciugato alimentando il populismo “da sinistra”. Le vere difficoltà sorgeranno con la ristrutturazione.
Il gruppo editoriale dovrebbe concentrarsi in modo che la versione digitale diventi un vero e proprio hub al quale approdano le diverse testate, l’ammiraglia Repubblica e quelle locali compresa una Stampa sempre più piemontese. Ciò richiede una complessa gestione del personale con tagli allo staff (ci sono 354 redattori alla Repubblica) e un diverso modo di lavorare, unificando servizi e coperture di grandi eventi. Il giornale stampato non muore, ma anch’esso si trasforma e ridimensiona la sua circolazione. In fondo il lockdown ha consentito una prova generale. Esiste un modello? Non in Italia. L’Economist del quale Exor è azionista di controllo è uno strumento diverso. Un esempio può venire da quel che Jeff Bezos ha fatto al Washington Post, senza sminuire l’edizione cartacea. Ai problemi del capitale umano si aggiungono i ricavi. La pubblicità è crollata e mette a terra i bilanci un po’ ovunque. Non solo: uno spazio online oggi vale pochissimo. Anche facendo pagare i contenuti, coprire le spese resta difficile. Occorre impegnare denaro fresco e rischiare. Lo sanno bene tutti gli editori e per primo Urbano Cairo che si è fatto le ossa nella Publitalia di Silvio Berlusconi. In questi anni ha ridotto i costi e i debiti del gruppo Rcs acquisito nel 2016 dopo l’uscita di Exor, una ritirata strategica spinta da Sergio Marchionne e subita dall’erede di Gianni Agnelli che adesso, con la nuova Repubblica, quella che Gad Lerner dice di non riconoscere più e dalla quale altri forse si allontaneranno (si parla di Federico Rampini, ma senza conferme), punta a insidiare proprio il Corriere della Sera, il suo mercato, il suo spazio politico-culturale.
Come risponderà Cairo? È stato considerato una gaffe il video del 28 marzo scorso, nel quale l’editore invitava i suoi venditori a sfruttare “la grande opportunità” della pandemia per aumentare i contatti con i clienti, e annunciava di recarsi al Corriere “dove starò con Fontana per vedere di stare con lui e di chiudere al meglio il giornale. Lo fa lui, ma io gli sto vicino”. Soprattutto ha rivelato il nervo scoperto: la pubblicità, tema centrale del “messaggio-riunione di spogliatoio” (come lo ha definito per giustificarsi). È peggiorata la flessione delle entrate, già evidente lo scorso anno, che ha colpito anche La7 la quale continua a perdere quattrini nonostante la crescita di audience. Tra otto giorni scade il termine per depositare il lodo sul contenzioso con Blackstone: Cairo ha contestato la vendita della sede di Via Solferino e il fondo americano ha chiesto danni per 600 milioni di euro. Che succede in caso di esito negativo? Il braccio di ferro non era piaciuto a Intesa Sanpaolo, la banca di riferimento che ha garantito i debiti Rcs. L’editore ha ottenuto una manleva (quindi nessuna ricaduta sul patrimonio), però a quel cda, ha scritto il Sole 24 Ore, mancavano i consiglieri di minoranza e anche Gaetano Miccichè per la Banca Imi (Intesa Sanpaolo). La linea del Corsera è oscillante, ma quando mai non ha oscillato, dice chi lo conosce bene, dai tempi di Piero Ottone in poi è sempre stato un pendolo; per certi versi è una garanzia contro avventure e pulsioni nazional-populiste pure presenti sul giornale milanese.
Sul fianco sinistro, intanto, si prepara Domani, il nuovo quotidiano di Carlo De Benedetti. Raccontano di un Ingegnere deciso, ma meditabondo. Stefano Feltri il direttore designato è negli States; Lucia Annunziata, abbandonato anzitempo Huffington Post, avrebbe voluto la direzione editoriale, una posizione troppo ingombrante; per la vicedirezione si parla di Selvaggia Lucarelli. Il giornale non insidierà certo il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari (ma chissà), il suo bersaglio può essere il Fatto, dove Marco Travaglio, a sua volta, potrebbe essere tentato dal lasciare la poltrona di direttore (scenario molto difficile da credere) favorendo magari al suo posto il ritorno di Antonio Padellaro, per tenere il timone nella instabile galassia a cinque stelle. Voci fuori scena, ma voci ben intonate.