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 2020  marzo 28 Sabato calendario


Il caso di una zecca

Cose da ricordare, di ieri. Le parole di una giovane donna il cui bel padre è morto di Covid-19 in casa, senza cure, in un paese della provincia di Bergamo: “Provava a respirare, tirava l’aria, invano. Era come vedere qualcuno annegare. Ma se uno annega ci si può buttare in acqua, nell’aria non si può…”. A proposito del giorno dedicato a Dante su Radio 3, con Paolo Di Stefano e Giulio Ferroni, Loredana Lipperini ha chiesto a Ferroni di dire qual è il verso più bello della Commedia. “Un solo verso?”, si è difeso Ferroni, e si capiva che gli costava davvero far torto a tutti gli altri, poi ha ceduto, senza cercare scalpore: “La bocca mi baciò tutto tremante”.
 
Alla partita Atalanta-Valencia si imputa la propagazione del contagio in Lombardia: vietare uno stadio pieno sembrava un sacrilegio. In Bosnia il contagio è stato appena diffuso da un festeggiamento di massa a Konjic, la cittadina erzegovese a 50 chilometri da Sarajevo che ospitava il famoso bunker antiatomico di Tito: si festeggiava la fabbrica di armi e munizioni che lo occupa, con invitati arrivati dalla Serbia. Ieri si è letto che in Iran 300 persone sono morte e più di 1.000 avvelenate per essersi abbeverate di metanolo, convinte che li proteggesse dal Covid-19 (a Teheran, al tempo della guerra con l’Iraq, parecchi devoti erano morti bevendo l’acqua di vernice rossa della fontana del cimitero di Behesht-e-Zahra, presa per sangue dei martiri). In Iraq una folla di fedeli sciiti sta prendendo parte alla processione dalla città sacra di Kerbala a Baghdad, ripudiando le raccomandazioni sanitarie. Dio è grande.

 
Alla radio si sta rileggendo il bel Tabucchi di “Sostiene Pereira”. Fa pensare che nei giornali si stia incaricando qualche Francesco Monteiro Rossi di accorciare drasticamente i coccodrilli predisposti alla bisogna. Il Giornale di Brescia di ieri aveva undici pagine di necrologi. Nella svalutazione di tutti i valori che la pandemia va consumando, svalutata soprattutto è la morte. Forse i vecchi terranno duro per non morire così malamente, e soprattutto non in questo gran mucchio travolto, che non distingue le loro ossa dalle altrui seminate in terra e in mare senza onori e affetti. Verrà presto, temo, il momento di contare i suicidi dei vecchi, che non vedono una fine e cederanno al desiderio di togliere il disturbo, e di riprendersi almeno così la nostra sora morte corporale e personale. Altri no, sono angosciati, sono stati spaventati per una vita, dal pensiero di lasciare figli incapaci di vivere senza il loro aiuto.
 
Com’è potuta avvenire una tale imprevidenza? Noi, i più benestanti, i più colti, eravamo i più indifesi. Abbiamo immaginato l’evoluzione – il progresso, per usare un termine meno biologico – come una linea verticale: in cima noi, in fondo in fondo il virus. L’occidente, quello che fino a poco fa chiamavamo così, è l’antipodo del coronavirus – così sembrava. Gli umani erano chiusi in 50 milioni nel Hubei, e ancora ci è sembrato un episodio folklorico, e quasi comico. I veneti fanno la doccia, ha detto un avventore, implicando che i cinesi no. Ci sono fra noi uomini – e donne, è il loro momento – saggi e pessimisti, che tuttavia avvertono che siamo intelligenti e arriveremo a conoscere e debellare, o almeno arginare, questo virus ancora sconosciuto. Tuttavia si ammetterà che in questa provvisoria terra di nessuno, gli animali umani da una parte e il coronavirus dall’altra, la nozione di intelligenza dev’essere neutralizzata: e che nessuno conosca la specie umana così bene come il virus. Per il momento, il vantaggio è suo, e che la sua intelligenza sia del tutto incomparabile alla nostra, che sia indifferente alla magia del verso “La bocca mi baciò tutto tremante”, non è rilevante: tanto meno quando ha interrotto, non che i nostri baci, la pigra stretta delle nostre mani.
 
Scrivo mentre sento spiegare, giustificare, il destino che va travolgendo le case di riposo. Poveri anziani, poveri spiegatori. Ho letto, solo ora, è il virus che me l’ha fatto leggere, come a tanti di voi del resto, Quammen, “Spillover”, gran bel libro di viaggi e di esplorazioni. Se non ho frainteso, ha due argomenti che legano la propagazione del contagio alla globalizzazione antropica, alla nostra invasione del creato. Il primo è che disboscando, deforestando, strappando spazio a dismisura alla vita selvatica, noi ci esponiamo a essere invasi a nostra volta dai virus che là hanno il loro habitat, e che con gli animali selvatici hanno un inveterato modus convivendi. Il secondo è che la facilità e velocità di movimenti fa sì che le escursioni delle nostre avanguardie nei territori selvatici si traducano presto nell’importazione dei virus nei luoghi della civilizzazione più sofisticata e più remota dalla natura non umana – a Nembro, a Manhattan, insomma. Dei due argomenti, il secondo è per sé evidente, e appena bilanciato, rispetto a epoche in cui i movimenti umani erano molto più radi e lenti, dal patrimonio di risorse scientifiche e tecniche che abbiamo intanto accumulato. Il primo argomento, la vita animale (anche vegetale) selvatica che andiamo a disturbare ed eccitare, mi sembra più dubbio: da tempo immemorabile umani asiatici o africani catturano pipistrelli, con un’abilità e una competenza stupefacenti – guardate qualche documentario del National Geographic – e li mangiano e smerciano, o ne fanno religiosamente strage, e un’analoga intimità li lega ai pangolini, fino a minacciarne l’estinzione. Senza moralismo (il moralismo è l’atteggiamento più inappropriato alla pandemia finché dura la virulenza) direi che il modello per cui noi – noi, cinesi compresi, anzi loro di più – prendiamo il coltan del Congo e non vogliamo prenderne l’ebola, arriva alla corda.
 
Forse è una sciocchezza. Io me ne sto, solo, in una casa particolarmente comoda, e ho perfino ricominciato timidamente a misurarmi col mio giardino inselvatichito – come Renzo. Ho in cucina il mio mazzetto di asparagi selvatici. Ho assaltato gli avamposti dell’occupazione di parietaria e rovi, starnutito e insistito. Così pieno di letture e pensieri virologici, di questo ritorno di ferinità, ho fatto la doccia e ho scoperto (“scoprire”, “riscoprire”, in particolare “se stessi”, verbi scialacquati nella vigente clausura) insaponandomi, che una zecca, la prima dell’anno, mi si era infilzata nella schiena, benché fossi stato abbigliato ancora pesantemente. Le zecche sono detestate (v. Salvini versus una signora tedesca), forse più di ogni altro insetto, e tuttavia sono organismi sofisticatissimi (v. Jakob von Uexküll) e formidabile è la pazienza con cui sanno aspettare il nostro passaggio. Cito la mia avventuretta, minimo ammonimento sul ritorno del ferino, anche perché, vivendo io in campagna e con i cani, tratto disinvoltamente l’affare, ma la solitudine, e in una casa che improvvisamente si è rivelata povera di specchi, mi ha costretto a un corpo a corpo con la zecca pressoché alla cieca. Ho prevalso.