Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  gennaio 15 Mercoledì calendario


È ora di recuperare "Cime Tempestose"

Violento, confuso, pasticciato, per nulla verosimile. Una mostruosità letteraria, meglio tenerla fuori dal salotto buono. Un “freak”, come le creature bizzarre raccontate dal simpatico critico Leslie Fiedler, e al cinema dal regista Tod Browning (da ragazzino scappò con il circo, il cuore rimase impigliato). “Cime tempestose” non è un romanzo, è un fenomeno da baraccone, fate conto la donna barbuta. Lo stabilì l’antipatico critico F. R. Leavis compilando il suo Canone, e negli anni 50 non bisognava neanche aggiungere “Occidentale”: nessuna minoranza sgomitava, l’arte di offendersi non era stata perfezionata.
Emily Brontë pubblicò il suo primo e unico lavoro nel 1847 con lo pseudonimo di Ellis Bell (per gli editori, le donne erano “veleno al botteghino”, quando Louisa May Alcott scriveva di spie e di vendette e si firmava A. M. Barnard). Il cognome della famiglia romanziera – anche le sorelle Charlotte e Anne scrivevano, con un certo successo – viene da Bronte in Sicilia, via ammiraglio Nelson. Troppo lunga per essere ripresa qui, la racconta John Sutherland, nel gustoso dizionarietto “The Brontesaurus”.
Qui dobbiamo occuparci dell’insopportabile individuo, forse addirittura un assassino, diventato sinonimo di “passione & romanticismo”: tutte cose che in “Cime tempestose” fatichiamo a trovare (da Einaudi la traduzione più recente, di Monica Pareschi). Heathcliff, appunto, che serve da nome e da cognome. Sarebbe Earnshaw, come il buon padre di famiglia che lo trova sporco e solo sul molo di Liverpool, lo infagotta e lo porta lassù nella brughiera. Che l’abbia registrato all’anagrafe, non è sicuro.
“Wuthering Heights” – il titolo originale – indica la proprietà, spazzata dai venti gelidi. Il bambino non si presenta bene: “Scuro com’è pare quasi che venga dall’inferno”. Da grande sarà peggio. La governante-narratrice mette Heathcliff davanti allo specchio e gli indica i punti di miglioramento: “Le vedi quelle due sopracciglia folte che si uniscono al centro? E quei due demoni neri infossati laggiù, che non aprono mai davvero le imposte ma sbirciano scintillanti da sotto, come agenti di Satana? Via quella faccia da cagnaccio rabbioso che sa di meritare tutti i calci che prende”.
Heathcliff cresce assieme a Catherine Earnshaw, la figlia del padrone. Hindley, il figlio del padrone, lo guarda subito storto, e da qui discende una delle tante linee di sciagura che percorrono il romanzo-freak fino alla terza generazione. L’intrigo che nessuno ricorda mai, che al cinema viene cancellato perché troppo torvo. E ingarbugliato, Emily Brontë usa sadicamente gli stessi nomi. Avremo un’altra Cathy, partorita dalla quasi moribonda Catherine, già in preda alla follia e malata di consunzione.

Heathcliff e Catherine crescono insieme. Il trovatello viene trattato come un figlio fino alla morte del genitore adottivo. Quando Hindley diventa capofamiglia cominciano le tragedie. Il giovanotto viene separato da Catherine e messo al lavoro con i servi. Si incontrano di nascosto, e per colpa di una fuga notturna – con morso di un cane, questo è un romanzo dove i cani azzannano le signorine, e non solo – la ragazza conosce il futuro marito Edgar Linton, che vive in una proprietà poco lontana.
Oltre alla scaltra ragazza Catherine e all’ingenua cognata Isabelle, anche le proprietà saranno al centro di litigi forsennati, con atrocità sorprendenti per una zitella vittoriana: “Heathcliff ha estratto il coltello a viva forza dalla carne, allargando ancora di più il taglio, e se l’è ficcato in tasca tutto gocciolante”. Peggio è la guerra dei nervi, quando il trovatello prima accolto e poi maltrattato fugge. Dopo tre anni torna ricchissimo e con un pensiero fisso: la vendetta. Chiamatelo, se volete, romanzo d’amore. A leggerlo, comincia con lo spettro di Catherine che alla finestra di un incauto ospite implora: “Fammi entrare”. La governante interrogata spiffera un’inverosimile quantità di disgrazie e sofferenze, si capisce che non vedeva l’ora di sfogarsi.