Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2020  gennaio 12 Domenica calendario


L’ipnosi da audiolibro

Alla richiesta di provare Audible torna in mente il tempo (scaduto da un bel po’) di una piccola scoperta. Esistevano meraviglie chiamate “audiobook”, e siccome ogni occasione era buona per far pratica con l’inglese, tornammo da un viaggio carichi di audiocassette, tra cui la lettura integrale di “Pride and Prejudice” (allora, Jane Austen era materia di culto solo presso certe signorine britanniche). Scriviamo fuori casa, ma siamo sicuri che il malloppo deve essere ancora da qualche parte, assieme a certi vecchi numeri del “Male”. Le cassette furono ascoltate fino a consunzione del nastro, in alternanza con i racconti di Edgar Allan Poe, e con la serie radiofonica “Crime Museum” (un oggetto esposto in bacheca, una storia da raccontare). Speravamo servissero da conforto nel pendolarismo automobilistico. Scoprimmo che un romanzo nelle orecchie ci distraeva al punto da diventare un pericolo pubblico.
Alla richiesta di provare Audible torna in mente anche l’altro tempo (scaduto da un po’ meno) che vide gli audiolibri arrivare in Italia. Speranzosi, ne ascoltammo qualcuno, se non altro per constatare se anche gli scrittori italiani erano bravi a leggere come gli anglosassoni (assieme a Jane Austen, c’erano in valigia svariati contemporanei, tra cui T. C. Coraghessan Boyle, stupefacente nella lettura come nella scrittura di “Se il fiume fosse whisky”).  
Primo choc culturale: gli audiolibri italiani avevano la musichetta. E non c’è nulla che noi odiamo più della lettura ad alta voce accompagnata da sviolinate (bugia, ci sarebbe la poesia recitata con sviolinate). Avevano la musichetta all’inizio e avevano la musichetta negli intervalli. Forse per non intimidire l’ascoltatore con troppe parole. O forse per fare atmosfera. O forse in sostituzione dei brani saltati onde raggiungere una lunghezza ragionevole: non c’è nulla di male, una compagnia londinese mette in scena tutto Shakespeare in due ore – “The Complete Works of William Shakespeare (abridged)”, e si capisce ogni cosa (voi fortunelli potete vederlo su YouTube, non c’è più bisogno di prendere un aereo per Londra: conterà almeno un punto, quando Greta deciderà i buoni e i cattivi?). Secondo choc culturale. Gli scrittori italiani non leggevano ad alta voce i loro romanzi (non è sempre un male, se dobbiamo essere sinceri). Leggevano gli attori, gli speaker, i fine dicitori. Persone in grado di aprire e chiudere le “E” quand’era il caso, o di distinguere tra la Z di zucchero e quella di zanzara. Ma tutte colpite da smania di interpretazione. Il vizio di suggerire all’ascoltatore come reagire alle frasi, avvertendolo con un accenno di risata quando sta arrivando una battuta, o impostando ancor di più la voce quando sta per arrivare un colpo di scena. Esperienza chiusa e subito archiviata. Chi legge per noi dovrebbe far capire le parole districando la sintassi. E basta: non deve fare le vocette e le vocione, se ci sono femmine o commendatori in giro per le pagine.
Siccome siamo persone curiose, abbiamo sottoscritto l’abbonamento a Audible, mai fatto finora perché non pareva strettamente necessario. Leggiamo già tutto il giorno, per lavoro e per diletto, e quando non leggiamo siamo al cinema, dove le cuffiette con l’audiolibro potrebbero essere utilissime come anti sbadiglio, se poi di certi film da festival non dovessimo dar conto. Sottoscritto e sperimentato, con la fattiva collaborazione di un gran raffreddore che ci ha tenuti in casa a Capodanno.
Imbarazzo della scelta. E ora cosa scarichiamo nell’apposita libreria? Intanto, grazie per non aver cercato di imitare nella grafica il finto legno delle prime app libresche. Per togliere di mezzo ogni riferimento al libro come noi lo conosciamo, le copertine hanno il formato dei CD, addio rettangolo. Ascoltiamo qualcosa che abbiamo già letto? Qualcosa di nuovo? L’eterna Elena Ferrante che non riusciamo mai a leggere? – non perché manchi il tempo, è che in quella prosa vischiosa fatichiamo ad avanzare. Qualcosa che non leggeremo mai? (e su cui magari abbiamo già dato giudizi definitivi, come insegnava Giorgio Manganelli: “Non l’ho letto e non mi piace”).
I consigli dell’algoritmo sono desolanti, pur sapendo che non sono congegnati per chi di mestiere legge. Ci buttiamo su un’altra Jane Austen, “Emma”: a febbraio uscirà il nuovo film diretto da Autumn De Wilde (non è un nome bellissimo e adatto alla materia? suo padre Jerry De Wilde aveva fotografato Jimi Hendrix e il Monterey Pop Festival) e un ripasso torna comodo.
“Narrato” dice il catalogo, parola che un po’ fa spavento. Oddio, ma perché non leggono e basta, cosa vorrà dire “narrato”? Scampato pericolo, è solo l’italiano di chi vuole darsi una patina colta: la voce (di Francesca De Martini, parlando di “Emma”) legge e basta, per nostra fortuna. In effetti, forti dell’esperienza passata, gli audiolibri narrati dovrebbero avere più di una voce. E in effetti, narrati sono certi titoli Audible.it importati dall’estero, in lingua originale: per restare su Jane Austen, e su “Orgoglio e pregiudizio”, troviamo una magnifica versione che dura un paio d’ore, drammatizzata perché viene da una pièce teatrale. Per l’integrale, servono 17 ore e mezza, più di una stagione dei “Soprano” (sempre nell’anfratto con le audiocassette, abbiamo i DVD con le prime stagioni, era l’unico modo per vederle come il Dio delle serie comanda). 
È cosa nota e universalmente riconosciuta che non tutte le voci, anche di professionisti, risultino gradevoli all’ascolto. Non è solo una questione di timbro. Anna Bonaiuto legge “Anna Karenina” di Lev Tolstoj (42 ore e 4 minuti, per le 86 puntate dei “Soprano” ne servono quasi il doppio) e per la nostra gioia fa le pause necessarie. Insomma, non trasforma frasi magnifiche – e ironiche, la famiglia in preda allo scompiglio da “corna con la governante” è raccontata con tutti i ridicoli dettagli – in colate laviche. Avete presente gli speaker da telegiornale che appiccicano tutto, come se la punteggiatura non esistesse e avessero l’horror vacui? Molti libri nel catalogo Audible partono così, e risultano piuttosto stancanti. Al pari dei lettori, o delle lettrici – parliamo sempre di professionisti – che spezzano le frasi come capita, staccando parole che lo scrittore voleva unite (e viceversa).
Sarà meglio usare Audible per i romanzi brevi o per i malloppi? Se no, a cosa servirà mai la velocità variabile? Si può moltiplicarla per tre, ma già a 1.5 sono sofferenze. Proviamo “Via col vento” di Margaret Mitchell, e ci fermiamo alla prima volta che dicono “negro” – è la vecchia traduzione, quella con “sì, badrone”. Però c’è la musichetta, tratta dal film. Va meglio, molto meglio, con “La cosa sulla soglia” di H. P. Lovecraft, splendidamente letto (a nostro gusto, per carità, ma è una goduria ascoltarlo) da Roberto Pedicini. Pace fatta, ma resta un difetto ineliminabile: non si possono saltare le pagine, pratica cara a qualsiasi lettore per diletto. Non possiamo evitare le descrizioni e gustare i dialoghi. Non possiamo sbirciare avanti quando lo scrittore dormicchia – ma noi lo amiamo, quindi siamo certi che si riprenderà.