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 2020  gennaio 12 Domenica calendario


La versione di Bizzarri

Non si è buttato in politica, Luca Bizzarri – comico, attore, ex Iena, già co-conduttore di Sanremo, co-conduttore di “Quelli che il calcio” e componente da tempo immemorabile del duo “Luca&Paolo”(Kessisoglu) – anche se la politica la commenta tutti i giorni da Twitter e da Facebook (ironicamente, e questo può essere un problema, tanto più che, come diceva anni fa a questo giornale, Bizzarri non è mai d’accordo del tutto con questo e mai in disaccordo del tutto con quello, e per giunta ha i “tempi tragici e lenti di uno che ha iniziato in teatro, reggendo l’alabarda a uno dei protagonisti dell’Amleto”). Né si è mai candidato a sindaco di Genova, Bizzarri, anche se in passato gliel’hanno chiesto e anche se da due anni, a Genova, è presidente della Fondazione Palazzo Ducale, dov’è arrivato mentre infuriava il cosiddetto “affaire Modigliani” (presunte opere false, con annesso dibattito di smentite e contro-smentite). 
E dopo due anni, alle soglie degli anni Venti del Duemila, con la mostra sugli anni Venti del Novecento visitatissima a Palazzo Ducale, e con altre mostre in programma fino al Natale prossimo, da Bansky a Michelangelo, Bizzarri può fare un piccolo bilancio sulle “tredicimila presenze in più, tredicimila motivi in più per proseguire l’opera in momenti complicati”. Genova infatti non è oggi soltanto una città, ma un osservatorio di tutto quello che succede nel paese (nascita del grillismo, polemiche sulle grandi opere, dramma del ponte Morandi, dramma della decisione sul “che fare dopo?”, con corollario sui tanti “no” – Gronda o non Gronda – detti e non detti prima e dopo quel 14 agosto in cui il ponte è crollato). E nel bilancio dei due anni vanno inserite anche le giornate d’esordio a Palazzo, quando qualcuno, sui social e fuori dai social, prese sul serio la battuta di Bizzarri su Rubaldo Merello, artista del Divisionismo e Simbolismo ligure (“la prima mostra come presidente di Palazzo Ducale è questa”, scriveva, “abbiate la pazienza di leggere queste poche righe. Quando mi hanno detto Rubaldo Merello la mia reazione è stata esattamente quella di molti di voi. E chi è? Ora, visto che sono analfabeta, sono andato su Google. Non sto qui a scrivervi chi è, andatelo a vedere: ma fate di più, venite a vedere la mostra”. E però ci fu chi si sconvolse (si fa per dire).
Ma è come se si facesse sempre un po’ per dire, sui social network, “piccole realtà distorte che quasi mai riflettono la vera realtà”, dice oggi Bizzarri, fuori dal Palazzo da dove ha visto la sua Genova vacillare e riprendersi dopo il crollo del ponte, nonostante l’isolamento fisico decennale (“vai a Milano in treno e puoi scherzare sul fatto che c’è lo stesso treno di quando si andava a Milano da ragazzi: stesso tempo di percorrenza, quasi quasi le stesse carrozze”) e grazie “a un ricco patrimonio artistico e a una grande voglia di fare squadra: almeno noi questo cerchiamo di fare, a Palazzo Ducale, con il nuovo direttore Serena Bertolucci e con tutti quelli che lavorano con noi: combattiamo il difetto genovese del non guardare mai al bersaglio grosso, cioè di guardare più che altro al proprio orto”. E può capitare che l’impegno a Genova si faccia occasione per specchiarsi in alcuni tic nazionali, nel senso della polemica sull’incasellamento destra-sinistra, che invade qualsiasi cosa, dal festival di Sanremo al film di Checco Zalone agli smottamenti dei Cinque stelle smarriti in Parlamento. E capita dunque che a Bizzarri, su Facebook, tocchi scrivere cose su Palazzo Ducale che andrebbero bene per un argomento a caso: “Leggo su Repubblica di oggi”, scriveva per esempio venerdì scorso, “che Palazzo Ducale sarebbe di destra per quelli di sinistra e di sinistra per quelli di destra. Missione compiuta, verrebbe da dire”. Seguiva ricordo dell’amico Abdel, musulmano che vendeva sigarette di contrabbando negli anni Novanta ma che aveva studiato, dice Bizzarri, molto più di lui. Discutevano di Guerra del Golfo, i due, e Abdel, quando Bizzarri gli aveva chiesto “tu, da musulmano, da che parte stai?”, aveva risposto: “Je suis pour la logique”. Cosa che oggi fa dire al comico-conduttore e presidente di Fondazione che “la logique, come la cultura, non ha schieramento, non ha collocazione”. Se dici “bufera social”, dice Bizzarri, “magari non è bufera, è tempesta nel bicchier d’acqua – per niente logica, il più delle volte”. E se dici una cosa, “può essere che nessuno la prenda sul serio o che molti la prendano troppo sul serio, abituati come si è a seguire la grande onda dell’indignazione”, che resta onda anche quando il vento si è calmato.
“Le cose importanti succedono sempre fuori, mentre infuria il cosiddetto finimondo su Twitter, che poi spesso è puro teatro”, dice Bizzarri, guardando tra l’altro alla parabola dei Cinque stelle, il movimento che doveva decidere tutto sul web e che, fuori dal web, è stato assalito dalla realtà: “La politica è compromesso, la semplificazione fa solo danni”. Alla sinistra invece Bizzarri dice “che è stato un errore l’estate scorsa decidere di non andare a elezioni, in nome di un ‘vi salveremo da Salvini’. Mi verrebbe da dire: chi ve l’ha chiesto? Era meglio andare al volo, e in caso di vittoria di Salvini farlo governare. La verità è che io non credo neppure che Salvini sia questo mostro: è un politico con idee diversissime dalle mie, uno che fiuta dove va il vento, ma è un politico, punto”. E adesso, davanti alle piazze piene di sardine, Bizzarri non pare tanto convinto: “È che la piazza mi fa sempre un po’ paura, di qualsiasi colore sia, e lo dico con enorme rispetto per chi manifesta oggi. È che io non riesco, forse per individualismo, a sentirmi d’accordo su tutto con tante persone. Non mi ci sentivo neanche con Marco Pannella, che è il politico con cui forse sono stato più d’accordo”. Dovesse disegnarlo oggi a sua misura, il politico dei sogni, Bizzarri disegnerebbe uno che “sui social network non va proprio”. Vallo a dire appunto a Salvini (a cui Bizzarri ne ha dette tante, anche più di quelle che ha detto a Maurizio Gasparri in una famosa lite su Twitter a proposito dei Marò: Gasparri pensava che Luca e Paolo avessero insultato i marò mentre Luca e Paolo si riferivano a chi parlava di aiuti senza in realtà aiutare). 
Tuttavia, per scherzo crudele del destino e del web, succede che Bizzarri venga insultato per automatismo da gruppi di contestatori preventivi anche quando ha scritto soltanto “Salvini oggi non ha detto niente di speciale”. Ma sui social continua a scrivere, “anche un po’ per vanità, come tutti”. Poi c’è l’automatismo del politicamente corretto: la notte dei Golden Globes, lodando il comico e conduttore inglese Ricky Gervais, Bizzarri si è “autocitato”, dice, “in un post in cui ho scritto, come altre volte, che in Italia si possono fare battute su tutto tranne che sulle donne brutte, le donne belle, le tette e i culi delle donne, le grasse, i grassi ciccioni (no, ciccioni non si può dire), i bassi, i nani (che non si dice), gli omosessuali, i travestiti, gli sfigati, gli handicappati (tranne i sordi, i sordi sì) le aziende (provaci a prendere per il culo un marchio), i grillini onesti, i fascisti, i napoletani, gli juventini, i tifosi in genere, i morti da poco (se sono morti da un po’ è meglio), il Papa, i papà e le mamme, i bambini, i poveri, i neri, i musulmani cattolici, gli ebrei (i buddisti puoi, ma non è facile), gli anziani, i cani, i gatti, i vegetariani, i vegani. Insomma, questo è un paese dove le battute che fanno ridere sono solo quelle sugli altri”. E però, come diceva Ennio Flaiano, per Bizzarri “la situazione è grave, ma non è seria”. (E dunque la prossima estate, con Paolo, se ne andrà a Siracusa, al teatro greco, a recitare Aristofane).